“IL LAVORO RENDE LIBERI”

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“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”

Non si può affrontare l’argomento lavoro nell’ambito della costituzione senza fissare come punto di partenza l’articolo 1: esso identifica nella compartecipazione alla crescità materiale (non economica) e spirituale della società la misura della dignità dell’uomo, liberandolo da schemi precostituiti facenti riferimento a status sociali od economici; è in questa ottica che una delle massime riconoscenze della Repubblica è il Cavalierato al Lavoro. Nel passaggio succesivo, quello delineato dall’articolo 4, la valenza sociale del lavoro viene arricchita dai caratteri di imprescindibilità e di moralità:

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che randano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”

L’imprescindibilità riguarda l’impegno che deve essere proprio dello stato nel garantire un diritto che appare a tutti gli effetti come fondamentale. La moralità è richiesta invece al cittadino/lavoratore che deve comprendere il dovere di quella che diviene una missione. È proprio questa moralità, intesa come senso del dovere, che oggi sembra essere persa nella coscienza del lavoratore.
Tanto in quello privato, che ha come obbiettivo la produttività e la compiacienza del proprio datore, che in quello pubblico. Soprattutto in quello pubblico, spesso associato col concetto di lavoratore-senza-padrone. Quella efficienza che in questi casi viene meno perde di vista il valore di cui è investito il lavoro “statale” che ha tra le proprie potenzialità quella di poter assumere il ruolo di Pubblico Ufficio, ruolo carico di un significato istituzionale.
L’aspetto più sbalorditivo però è quello che traspare dall’articolo 36.

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoroe in ogni caso sufficiente ad assicurare a se e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. […]”

In questo articolo si parla del diritto a quello che oggi definiremmo il “salario minimo garantito”, che è stato addirittura proposta elettorale di una parte politica alle scorse elezioni, non senza scatenare reazioni quasi scandalizzate dalla parte opposta. Entrambi sbagliavano, tanto chi ne faceva una proposta politica quanto chi la scherniva nel contenuto. Il “salario minimo garantito” è un DIRITTO COSTITUZIONALE, che altri paesi, tra i più avanzati economicamente e per qualità di vita (vedi il Canada), non hanno mancato di fare proprio. Questo a completamento del binomio dignità-lavoro. Su questo binomio si apre poi una delle problematiche irrisolte del nostro paese: le morti bianche, definizione che al sottoscritto non è mai piaciuta perchè inappropriata alla violenza che spesso le accompagna.
Nel 2009 i morti sul lavoro in Italia sono stati circa 1000. Troppi. Troppo poco urlati.

È allora il tempo, come ormai per molte (troppe) cose in Italia, di prendere tutti coscienza dei propri doveri e di metterli in pratica in modo da trasformarli in un vessillo da agitare per pretendere che i nostri diritti vengano rispettati.

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2 pensieri su ““IL LAVORO RENDE LIBERI”

  1. tac

    il rapporto offerta/domanda di lavoro si è destabilizzato troppo…troppa disoccupazione…offerte di lavoro troppo ristrette…tutto ciò sta crea frustrazione nella classe dei lavoratori che non riescono e non hanni gli stimoli per produrre il meglio…chi ha il coltello dalla parte del manico si sà,tende a sopraffare il piu debole…è così che stiamo andando sempre più in fondo…

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