C’è bisogno di tornare a giocare…

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(di Baratta Francesco)

Il triste, anzi imbarazzante epilogo dell’avventura mondiale della nostra nazionale ha aperto, nei salotti del calcio che contano (a voi la scelta se a essere più influenti siano quelli federali o quelli televisivi), una discussione, a tratti animata e spesso esageratamente ingrata, sullo stato di salute del calcio italiano. Da più parti si sentenzia l’esaurimento del sistema, ma spesso ci si focalizza su questioni che sono del tutto marginali. Così la federazione riduce da 2 ad uno il numero di extracomunitari per squadra, come se bastasse ridurre di 20 unità (per la serie A) il numero di giocatori provenienti dall’estero per promuovere le nuove leve italiche.

In realtà la questione è molto più complessa e richiederebbe discussioni approfondite su molte questioni tra le quali, per esempio, la spendibilità di un marchio, anzi di un prodotto come la serie A, all’estero (vedi la differenza con la premier league).
La cosa che più di tutte però mi preme di sottolineare è la necessità, a parere del sottoscritto, di una riforma circa il “sommerso calcistico” che pullula lungo lo stivale.
Per sommerso intendo quell’insieme di squadre appartenenti ai campionati dilettantistici di tutta Italia che rappresentano un sommerso sia dal punto di vista economico (giro da [molti] milioni di euro non dichiarati o falsamente certificati) che da un punto di vista della reale conoscenza del fenomeno da parte dei più.
Quello che vi chiedo, in quanto non è mia intenzione dare sentenze su di un mondo che molti hanno frequentato da protagonisti, mentre il sottoscritto lo ha sempre e solo osservato da appassionato, è:
Ha senso mantenere in piedi un sistema a 6 categorie dilettantistiche che finisce per favorire investimenti (spesso veri e propri riciclaggi) milionari al didentro di una realtà in cui le spese sono spesso non accompagnate da contratti ufficiali e in cui le sponsorizzazioni sono spesso uno scambio con fatture “pompate”?
Ha senso mantenere un sistema che favorisce l’instaurarsi di una noncultura calcistica che crea migliaia di “giocatori” (nel senso più dispregiativo che riusciate a conferirgli), e spesso altrettante “veline” (come sopra), relegando il piacere del giocare al calcio ad una questione secondaria?
Ha senso mantenere un sistema che impedisce a piccole realtà calcistiche (come dovrebbero effettivamente essere nelle più logiche delle intenzioni) di rappresentare un punto di riferimento per i giovani del territorio a cui tali realtà appartengono?
Ha senso, riassumendo, rendere il calcio un mera possibilità socio-economica (basti vedere l’uso che spesso se ne è fatto per motivi politici) privandolo di fatto della gioia e del sano agonismo di cui dovrebbe invece alimentarsi?

Nel mio sistema calcio ideale ci sono solo 2 categorie dilettantistiche (regolate comunque da una ufficialità documentaria e fiscale ben più ferrea). E 3 professionistiche magari con i play-off per assegnare il titolo (ma in questo so di essere eccessivo). Tutto il resto un’immensa rete di campionati amatoriali provinciali.
E allora si che si tornerebbe a giocare al calcio, allora si che si creerebbe quella cultura sportiva di cui spesso il calcio sembra privo, allora si che forse potremmo essere innovativi…

Firmato, un amante del Calcio

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9 pensieri su “C’è bisogno di tornare a giocare…

  1. @Francesco:
    Secondo me non è una questione di numero di catagorie, è semplicemente mancanza di cultura sportiva! Urge un cambio di mentalità e soprattutto (come dici tu) un serio controllo fiscale.
    Le cifre che si sentono in giro per partecipare de protagonisti ad un campionato dilettantistico sono assurde….e quì però ritorna sempre la questione vivai !!!!!

    • Francesco

      @Pietro:
      purtroppo come ben sai attendere che la “cultura”, in ogni sua variante, scenda ad illuminare le menti dei più come lo spirito santo non porta poi da nessuna parte.
      La riduzione delle categorie potrebbe agevolare questo processo in quanto eliminerebbe quelle che in realtà sono 6 (facciamo 4) categorie semiprofessionistiche a tutti gli effetti. e farebbe dei campionati amatoriali (che per ovvi motivi) sono al difuori di questa serie di interessi [non prevedono avanzamenti di categoria] la vera sede del calcio giocato da sfruttare per la rifondazione di una cultura sportiva.
      E poi si eliminerebbero una serie di problematiche non da poco… tra cui ad esempio ridurre di molto le illusioni dei più che guadagnando 3-400 euro nella 7-8° serie si sentono dei “calciatori” e basano su quello la propria esistenza…

  2. Giancarlo

    Bravo Antò. Articolo su un problema importante. Ce ne sarebbero di cose da dire e da fare. Purtroppo, molto spesso, di calcio se ne occupano persone che hanno poche conoscenze a riguardo e lo fanno solo per altri fini e non per quelli che veramente dovrebbero come la crescita dei ragazzi, la promozione di ideali sportivi, il raggiungimento di successi sportivi attraverso la sana competizione.

  3. antonio

    il problema è reale e noi che frequentiamo questo mondo ci rendiamo conto che con queste regole e questa strutturazione diventa sempre più difficile fare calcio; nel calcio professionistico i giocatori vengono accusati di essere dei mercenari e ogni tanto questo capita anche nel mondo dei dilettanti ma la verità è che per ogni mercenario che prende dei soldi immeritatamente ce ne sono 10 che sistematicamente non ricevono il rimborso che era stato accordato ad inizio anno. C’è bisogno di regole in questo senso e poi per quanto riguarda la riforma delle serie io non sono proprio d’accordo con francesco perchè a mio avviso non si possono eliminare delle serie se ci sono sempre squadre che si iscrivono ai campionati; quello che va cambiato per me non solo le serie, ma le regole; è necessaria più rigidità per evitare che il calcio dilettantistico non diventi un modo per perseguire le proprie finalità alle spalle dei giocatori e delle persone che seguono il calcio.
    Detto questo mi preme aggiungere un paio di righe sui giovani che in Italia non vengono minimamente calcolati a meno che non si è fenomeni a 17 anni; la Spagna come possiamo notare ci ha dato una lezione, la Germania ha adottato la tattica “oriundi” la la loro media età è di 24 anni, solo noi ancora andiamo a prendere gli stranieri piuttosto che lanciare i nostri talenti che , a mio parere, escono da settori giovanili professionistici ma le squadre spesso li scartano perchè non li possono aspettare…i giovani sono il futuro e in pochi anni se non rivitalizzeremo i nostri settori giovanili, il nostro calcio scenderà di livello precipitosamente.

  4. Pietro Tomassi

    ….io sono perfettamente d’accordo con antonio…non si puo togliere la possibilità di giocare e divertirsi a gente che ancora vuole divertirsi in campionati minori….è impensabile ridurre le serie dilettantistiche a 2 categorie…come dice giustamente antonio bisogna rivedere le regole e magari imporre un tetto salariale….e imporre alle squadre di non spendere oltre una cifra prestabilita….questa è l’unica possibilità per ridurre gli stipendi e abbassare i costi..!!

  5. antonio

    bisogna dare la giusta definizione del RIMBORSO: le caratteristiche che deve avere, deve essere limitato o meno a seconda della serie, e soprattutto deve essere DICHIARATO; come le prostitute guadagnano senza pagare tasse, così i giocatori in eccellenza riscuotono rimborsi da più di 2000 euro al mese senza pagare uno straccio di tassa…ma vi sembra giusto??? la risposta credo sia quasi scontata. Sono d’accordo con il fatto che spesso la maggior parte dei giocatori dilettanti vengono maltrattati dalle società specialmente nel finale di stagione non pagando tutti i rimborsi, però in Eccellenza e in serie D a tutti gli effetti si parla di professionisti che però non pagano alcuna tassa allo Stato. Queste sono le principali regole da chiarire se si vuole un sistema più trasparente ma evidentemente a chi di dovere fa più comodo avere un sistema “confuso” economicamente parlando come quello attulae.

  6. Francesco

    @Pietro:
    in realtà un tetto salariale esiste già. A quanto ne so i giocatori posso percepire solo un rimborso spese. Infatti i compendi non sono dichiarati… E poi se il vero obbiettivo è divertirsi perchè non sarebbe possibile farlo in un campionato amatoriale? In realtà i più vedono nei campionati dilettantistici una occasione di guadagno e di fama, cosa che di principio non dovrebbe appartenere a questi campionati, e cosa che alimenta la possibilità delle società di poter sfruttare tale mondo
    @Antonio:
    In fin dei conti la pensiamo allo stesso modo su tutto tranne che sulla soluzione da adottare…

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