Quando la vita da Clochard è una scelta.

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(di Francesco Baratta)

Ci sono frasi che a volte si usano come tratto distintivo del proprio umore, della propria momentanea condizione psicologica. La mia, come le persone che mi circondano ben sanno, è “dovevo fa il barbone”.

Aldilà delle persone con una storia tragica alle spalle che si sono ritrovate per strada loro margrado, ve ne sono delle altre che hanno fatto della “strada” una scelta cosciente. Queste persone, disposte a vivere ai margini della società, mi hanno sempre affascinato. Nascondono qualcosa che agli occhi dei più, affaccendati tra le mille preoccupazioni di ogni giorno, appare come incomprensibile.

Tempo addietro è apparsa sulle pagine dei quotidiani di tutto il mondo l’incredibile storia di Grigory Perelman, genio matematico russo, riuscito nell’impresa di risolvere uno dei problemi matematici più importanti della storia contemporanea, la congettura di Poincarè. Al genio russo è toccato il riconoscimento di 1mln di $ prestabilito, per chi avesse risolto il quesito, dal Clay Mathematics Institute. Premio prontamente rifiutato. E’ così che Perelman ha trasformato il suo stato di indigenza in una scelta di vita, rimanendo a vivere, clochard fra i tanti, tra le fredde strade di San Pietroburgo.

Richiamando alla mente un post di qualche giorno addietro, a queste persone chiederei solo una cosa: siete felici? Sinceramente non so cosa potrebbero rispondere ed è questa la cosa che più mi affascina. Di molte persone riesci a leggere le azioni capendo, prima o poi, il perché del loro agire, con queste persone, almeno per quello che mi riguarda, è quasi impossibile.
Li incontri per strada, magari infagottato in una camicia nonostante i 40°, appena sceso da un treno che ti ha condotto verso il tuo “dovere” e ti chiedi: cosa può spingere un uomo a rifiutare tutto? Cosa può convincere una donna ad abbandonare i propri affetti? Per cosa si rinuncia alle proprie ambizioni? Cosa significa per questi uomini e donne essere un “barbone”? Tuttavia il timore quasi referenziale che provo nei loro confronti mi ha sempre impedito di avvicinarli. E le mie domande sono sempre rimasti senza risposta.

Allora vi chiedo: a voi è mai capito di interrogarvi sui perché che nascondo queste persone? Avete qualche esperienza a riguardo da raccontarci? Nel frattempo è giunto il momento di lasciarvi con questi interrogativi, perchè è tarda notte e domani mattina il “dovere” mi attende poichè, come spesso concludo la mia frase “dovevo fa il barbone ma non ho il coraggio…”

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6 pensieri su “Quando la vita da Clochard è una scelta.

  1. Silvia :)

    personalmente penso che queste emblematiche figure che scelgono in coscienza di “vivere ai margini della società” come tu hai scritto , francesco , in fondo siano immerse più di me nella società stessa , ma non prendono una posizione in essa . E’ come avere un mantello dell’ invisibilità , vivere nell ‘ inettitudine e guardare da fuori quello che non piace .

  2. Pietro

    Magari il barbone no, ma l’eremita ascetico si, mi affascina da sempre questa figura…
    In relazione alle esperienze, posso dire di aver conosciuto un barbone (con una lunga barba bianca) che “abita” sotto casa mia, e durante tutto l’inverno, quando io tornavo dalla piscina stava seduto sempre sullo stesso muretto con il cartone di vino in mano.

    Quello che mi incuriosiva del resto era la sua staticità, si muoveva in non più di 10 metri, era quello il suo raggio d’azione, e poi la compagnia che aveva, fatta di passanti che si fermavano con lui ed a cui offriva un bicchiere di vino!

    Una volta ci parlai, dentro la sede di psicologia, era con un suo amico, ma credetemi non fù un impresa semplice, l’ubriachezza lo rendeva sciolto nei modi ed incomprensibile nelle parole, mentre la sua lunga barba bianca volteggiava al lento incedere dei suoi passi.

    Una domanda però non gliela posi, volevo solo chiedergli il perchè della scelta di quel luogo, perchè quel muretto, di fronte alle mura di porta tiburtina?
    Lo farò, sperando che la sua location preferita rimanga quella e che la sua disponibilità a scambiare 2 chiacchiere rimanga tale.

  3. Eddie

    Sinceramente è capitato più di una volta, specie da piccolo quando passavo intere estati a roma da mia nonna spesso mi capitava di notare “barboni”, e nonostante la domanda era sempre la stessa, mai mia nonna riusci ad essere esaustiva nelle risposte.

    Crescendo invece quando ne incontravo uno anziché chiedere ad altri, iniziai a pensare giungendo quasi sempre alle stesse conclusioni che sono:
    togliendo appunto come dicevi tu, quelli che non hanno avuto scelta, ho sempre pensato che la loro scelta è dovuta a più ragioni legate tutte dallo stesso filo conduttore, che è la protesta.

    Perché protesta? ma forse per il motivo di non sentirsi parte integrante, di un sistema sociale/economico , per loro oppressivo, da cui tutti noi dipendiamo,e magari ci vedono come pecore.
    Magari una protesta a mo di”into the wild”, quindi la rinuncia delle comodità offerte dalla ricchezza.
    Purtroppo non mi è mai capitata l’occasione di fermarmi ad instaurare un sorta di intervista per capire bene le ragioni, i motivi di tale scelta, ma sarebbe importante e utile, magari condurre con l’ausilio di esperti, interviste creando cosi racconti allegati a statistiche, libri, diari, atti a capire la loro vita e soprattutto la loro scelta di vita, così da poterli aiutare qual’ora ne capitasse l’occasione, visto che io non amo la parola “emarginato” in quanto credo che qualunque uomo che vive in terra non deve sentirsi emarginato o dimenticato.Qualora questo sia dovuto da una scelta cosciente, comunque una società civile e giusta deve poter saperli accogliere ed aiutare, dando anche la possibilità di far cambiare loro scelta,offrendogli integrazione.

  4. Francesco

    @Eddie, @Silvia:

    secondo me la loro non è nè una azione di protesta nè una questione dettata dall’inettitudine ma piuttosto una scelta che riguarda la dimensione personale, quasi una scelta suprema che li avvicina molto a quelli che Pietro definisce eremiti ascetici. Anche l’abitudine all’uso dell’alcool può essere letta in quest’ottica, un ulteriore tentativo di allontanare, con l’obnubilamento del sensorio (scusate il tecnicismo), l’atto di disturbo del mondo che li circonda…

  5. la carolins

    Mi è capitato molte volte di incontrare per le strade, soprattutto vicino la mia facoltà(Psicologia),dei clochard e la domanda che mi sono sempre posta è come si sentono e cosa cambia in loro a livello psicologico man mano che la loro permanenza in strada aumenta. Ho cercato di darmi delle risposte e documentandomi la prima cosa che ho notato è che: quando si parla di clochard ci si riferisce di solito a persone sole, disinserite da una rete familiare e con storie segnate da un evento vissuto drammaticamente che ha portato ad un’esclusione sociale. Iniziano con il dimenticare loro stessi e concentrano tutte le loro energie nella soddisfazione dei bisogni primari di sopravvivenza.
    Vengono meno tutte le tecniche scontate utilizzate a sostegno del sé, come l’organizzazione dell’ambientazione, una definizione sociale di rispettabilità del proprio corpo e delle proprie cose, la delimitazione di territorio privato e ciò comporta l’accentuare del senso di fallimento personale, portando così al deterioramento dell’autostima.
    Attraverso il confronto con i pari poi ridefiniscono la loro identità ed elaborano una concezione di sé molto diversa da quella che avevano in passato, per poi ritrovarsi in una situazione irreversibile arrivando così ad un restringimento della coscienza e perdita della capacità critica.
    Quindi, la situazione psicologica di un clochard è conseguenza di privazioni e di perdita di capacità d’elaborazione psicologica, infatti più a lungo rimane in strada e più diminuisce la capacità di essere autonomi. Il loro isolamento, inoltre, li porta a sviluppare una sorta di autismo-difensivo, cioè le interazioni sociali avvengo esclusivamente tra pari, anche se le amicizie in strade sono molto labili e senza implicazioni affettive.
    Vengono meno le risorse che derivano dalla vita pregressa, sempre più distante e separata, istaurandosi così uno stato di depersonalizzazione che ha molte probabilità di degenerare nell’alcolismo. Proprio in questo stato che il senza-tetto diviene estraneo sia al mondo esterno che interno non riconoscendosi più una personalità. Egli osserva le proprie azioni come fosse uno spettatore casuale ed inoltre sperimenta disturbi emozionali, senso di frustrazione, perdita di valori, bisogno insoddisfatto di spiritualità e disillusa amarezza dei rapporti interpersonali.
    Ecco così spiegato cosa succede nella mente di un clochard senza poi non parlare dei disturbi mentali che possono insorgere stando in strada.

  6. Anonimo

    Diverse problematiche possono indurre una persona a fare certe scelte,per la maggior parte dei casi :da un infanzia familiare poco felice,maltrattamenti, liti fra madri e padri,mazzate punizioni subite senza motivo da un padre violento,offensivo nel parlare..ricordi indelebili per chi ha un carattere docile e senza malizie.figli cacciati di casa a 13 anni,o scappati di casa per evitare l’ennesima mazziata senza motivo.!e da qui che va capito un clochard..non ammetto vizi droghe alcHol,solo se occasionali!!!!!!!

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