Il periodo d’oro del cinema d’autore.

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Il ventennio compreso tra gli anni sessanta e ottanta è un periodo caratterizzato da numerosi cambiamenti, che portarono all’acquisizione di una mentalità più aperta da parte dei registi ma soprattutto del pubblico verso i nuovi costumi e verso le problematiche politiche e sociali. Proprio in questo periodo, nonostante il grande schermo avesse perso i consensi di una parte del suo pubblico con l’affermarsi della televisione, si fece sempre più frequente la volontà di registi emergenti, oltre che di altri già affermatisi precedentemente, di misurarsi con nuove produzioni in cui si notava in modo inconfondibile una caratteristica visione personale dell’autore, che poneva l’accento su determinate tematiche ed evidenziava ogni minimo particolare rilevante per la storia. Quello che ha reso indimenticabile quest’epoca è la varietà dei generi affrontati, non vi è infatti un filone preponderante seguito dai registi, i quali si sono specializzati in diversi campi e in alcuni casi, come vederemo, hanno creato un nuovo genere.

Un indimenticabile figura è sicuramente quella di Federico Fellini che, dopo aver mosso i primi passi come sceneggiatore e assistente sul set al fianco di maestri del calibro di Rosselini e Germi, realizza numerosi capolavori che lo rendono uno dei registi più conosciuti al mondo, e regala immagini indimenticabili, le quali ancora oggi vengono riproposte come esempio di alta scuola cinematografica. Sono un esempio film come “La dolce vita” (1960) con il famosissimo bagno nella fontana di Trevi di Anita Ekberg e Marcello Mastroianni, a cui seguiranno capolavori del cinema italiano come “8 1/2” (1963) o “Roma” (1972) in cui si comincia ad intravedere la vena autobiografica del regista che scaturirà nella sua opera principe ossia “Amarcord” che in dialetto romagnolo corrisponde ad “a m’arcord” tradotto “io mi ricordo”, diventando in seguito un neologismo della lingua italiana. Insieme a Fellini altri importanti registi come Luchino Visconti con opere come “Il Gattopardo”, “Morte a Venezia” e “Ludwig” o le opere di P. P. Pasolini come: Teorema (1968), Medea (1970) e Il fiore delle mille e una notte (1974) hanno lasciato un segno indelebile. Negli anni sessanta si affacciava sul palcoscenico cinematografico un nuovo genere, quello del western all’italiana (o “spaghetti western”) che avrebbe inseguito influenzato molti registi, soprattutto per il modo in cui Sergio Leone rappresenta gli “antieroi” dei suoi film, famosissimi sono: “Per un pugno di dollari” (1964), “Per qualche dollaro in più” (1965), “Il buono, il brutto e il cattivo” (1966). Faceva il suo debutto alla regia pochi anni più tardi anche un altro importante regista come Dario Argento, che grazie a suoi film, caratterizzati da una forte suspance in cui la tensione si taglia col coltello, diventerà uno dei più grandi maestri del genere horror con opere quali: “Il gatto a nove code”(1971), “Quattro mosche di velluto grigio”(1974) e naturalmente “Profondo rosso”(1975). Infine nella commedia va sicuramente ricordato il lavoro di Lina Wertmüller che realizzò film in cui si respirava una forte satira sociale e contraddistinti spesso da titoli esageratamente lunghi come: “Mimì metallurgico ferito nell’onore” (1972), “Film d’amore e d’anarchia” (1973), “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” (1974) quest’ultimo con la straordinaria interpretazione di Giancarlo Giannini e Mariangela Melato.

di Jacopo Di Macio

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