(Part 9) Scalisi: una notte ad Atlantic City – prima parte

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<<Quello è il posto, fermati.>> disse Anna.

L’insegna azzurra al neon rifletteva una luce smorta sulla strada.

Joseph fece una smorfia e disse: <<Proprio qui?>>

<<Qualche problema?>>

<<A dire il vero sì. Non so perché ma non mi piace.>>

<<Joe non starai parlando sul serio, vero? Un posto vale l’altro no? Che differenza fa se rimaniamo qui?>>

<<Se un posto vale l’altro, allora cambiamo.>>

<<No.>>

<<Perché? Mi stai ancora nascondendo qualcosa?>>

Ma invece di rispondere, Anna gli diede le spalle e Joseph si ritrovò a fissare i suoi occhi attraverso il riflesso del finestrino.

A quel punto accostò, tanto ormai che si era fatto coinvolgere in quella storia, non aveva senso continuare a discutere.

Solo poche ore prima, il detective Joseph Scalisi stava nel suo studio a New York a pensare a Vania, la donna che lo aveva incastrato, quando quella piombò lì per chiedergli aiuto. E così si era fatto convincere ad andare nel New Jersey e a guidare l’auto rubata a Walter Brando, il figlio di don Antonio Brando, il più potente mafioso di tutta New York. Ed era sfuggito ad un pericoloso inseguimento, solo per scoprire che Vania in realtà si chiamava Anna, che era l’ex fidanzata di Walter Brando e che stava andando nel New Jersey per incontrare una persona che avrebbe dovuto aiutarla a fuggire da lui. Ma si era fatto tardi e lei e Joseph stavano cercando un albergo dove passare la notte.

L’albergo era elegante ed essenziale. Sulla sinistra si trovava il bancone in legno della reception e sulla destra una sala con angolo bar, due divanetti e quattro poltrone in pelle nera.

Il ragazzo che serviva al bar doveva avere poco più di vent’anni e intratteneva compiaciuto una bella signora molto più grande di lui. La donna lo ascoltava, rigirando la cannuccia del cocktail e ogni tanto rideva, poi beveva un sorso. Un uomo vestito di nero li osservava, nascosto dietro un giornale che fingeva di leggere. Era alto e piazzato, con una strana barba, il collo taurino e i lineamenti grossolani e boriosi. Fumava un sigaro cubano.

E come se non bastasse, un altro cliente dell’albergo si avvicinò al bancone del bar. Era fasciato in un elegante completo chiaro e aveva al polso un orologio d’oro. Era un uomo sulla trentina, con i capelli biondi un po’ spettinati ed un accenno di barba incolta sul viso. Aveva gli occhi segnati e l’andatura barcollante. Salutò con un sorriso il barista, che s’irrigidì all’istante.

<<Carl, versami un altro whisky con acqua, amico.>> sbiascicò.

Carl rispose con un cenno affermativo del capo e preparò il whisky. Aveva perso tutta la sua baldanza ed i suoi movimenti erano diventati nervosi e imprecisi.

A Joseph non piacque nemmeno il sorriso untuoso con cui il direttore dell’albergo li accolse.

Completarono l’accettazione e attesero la cena che sarebbe stata servita a minuti.

La sala da pranzo aveva otto tavoli disposti a ferro di cavallo. Dalla sua posizione, Joseph Scalisi vedeva tutti gli altri commensali. La donna che prima stava flirtando con il barista, adesso era seduta con un uomo della sua età, calvo e un po’ in sovrappeso, con baffi curati e un costoso completo a scacchi. Teneva un bicchiere di vino in una mano, un sigaro cubano nell’altra. Parlava ininterrottamente, la donna ascoltava annoiata. Anna disse: <<Conosco quell’uomo.>>

<<Che cosa?>>

<<Fa affari con Walter e con suo padre. A volte. Mi sembra si chiami Anderson.>>

Joseph si strinse il naso tra i palmi delle mani aperte e massaggiò. <<Cosa diavolo ci fa qui? Dici che potrebbe riconoscerti?>>

<<Assolutamente no, non preoccuparti.>> lei gli sorrise.

Joseph si accarezzò il mento pensieroso e poi si voltò distrattamente verso l’uomo vestito di nero, che stava seduto ad un tavolo da solo e mangiava una bistecca con l’osso. Ogni tanto scambiava un’occhiata con Anderson, probabilmente era uno dei suoi uomini, forse la sua guardia del corpo.

L’ultimo ospite dell’albergo per quella sera era l’uomo elegante che aveva consumato un whisky al bancone del bar, poco prima. Anche lui stava cenando da solo, annaffiando il proprio pasto con una bottiglia  di gin.

La cameriera che si avvicinò a servire un piatto con scaloppine e spinaci al burro a Joseph ed Anna era giovanissima. Aveva un fisico slanciato e sexy, gambe lunghe, vita affusolata ed un’espressione al tempo stesso innocente e maliziosa. Portava i capelli raccolti con un fermaglio argentato e aveva labbra rosse e carnose. Sulla targhetta c’era scritto: “Linda”. Sorrise, Joseph ricambiò il sorriso ed Anna fece una smorfia di cui lui non si curò. Rimase invece ad ammirare le gambe della cameriera mentre si allontanava.

Mangiarono rapidamente e in silenzio. Poi, Joseph si riempì un bicchiere d’acqua, bevve e disse: <<Cos’hai?>>

Anna non rispose, reclinò la testa di lato e continuò a radunare le briciole di pane con il coltello.

<<E’ per la cameriera? Per come mi sono girato a guardarla? Non sarai mica gelosa?>>

Anna batté sul tavolo la punta del coltello e disse: <<E perché dovrei esserlo? Non stiamo mica insieme noi, no?>> si alzò e se ne andò.

Joseph rimase seduto a guardarla allontanarsi, incrociando gli occhi vacui dell’uomo vestito elegante. Questi alzò un bicchiere pieno nella sua direzione e lo vuotò in un sorso. Scalisi commentò con un’espressione di sarcastico compiacimento, prima di darsi lo slancio con entrambe le mani sul tavolo, per alzarsi. Raggiunse Anna nella hall. Lei sembrava aver dimenticato tutto e gli sorrise. Le sedette vicino, sorridendo a sua volta. Carl, il barista, preparò loro un paio di cocktail e disse: <<Io stacco il turno, adesso arriverà la mia collega. Arrivederci.>>

Anna brindò con Joseph e disse: <<Questo Mint Juice non sa di niente. Non è stato molto generoso con il rhum.>>

Joseph posò il suo cocktail sul tavolo e disse: <<Anna, la verità: che diavolo ci facciamo ad Atlantic city?>>

Lei bevve un lungo sorso e disse: <<Ti ho già detto tutto quello che era necessario tu sapessi. Il resto scoprilo da solo, de-tec-ti-ve.>>

Rise e vuotò il bicchiere. Disse: <<Io salgo in camera.>>

Joseph la osservò allontanarsi e si rilassò sulla poltrona. Tirò fuori una sigaretta, l’accese e fumò con calma. Salutò Cindy, la ragazza che sostituiva Carl e lei ricambiò con un sorriso. Cindy aveva un viso irregolare e occhi castani un po’ troppo distanti tra loro, eppure aveva fascino. Joseph stava per ordinare un whisky, quando udì due voci che discutevano energicamente. Riconobbe quella di Carl, il barista, e quella dell’uomo vestito elegante.Non era chiaro cosa si dicessero. Proseguirono a discutere per qualche minuto ma quando Joseph terminò il suo whisky, anche le loro grida furono sostituite da risate.

Joseph posò il giornale che aveva appena finito sul tavolino davanti alla poltrona, era ora di tornare in camera. Mentre si avvicinava alle scale, l’uomo vestito elegante uscì di corsa da una porta di servizio e lo urtò.

<<Mi scusi.>>

Gli cadde un foglio dalla tasca e raccogliendolo, Joseph lesse qualcosa che lo colpì. Alzò lo sguardo e vide che l’uomo lo fissava con insistenza, attendendo che gli venisse restituito il foglio. Quando glielo porse, questi glielo strappò di mano, per poi allontanarsi con la sua andatura malferma.

Quando Joseph entrò in camera, c’era aroma di sigaro cubano fumato da poco. I vestiti di Anna erno smessi sul letto e lei era sotto la doccia. Si sentiva lo scrosciare dell’acqua e la sua dolce voce che cantava “Why shouldn’t I?” di Ella Mae Morse. Joseph si grattò dietro la nuca e guardò il soffitto. Si stava voltando per uscire, quando udì l’urlo di una donna.

 

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