PROTOCOLLO ZAMBONI: QUANDO LA RICERCA DIVENTA UNA QUESTIONE MEDIATICA

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Da qualche mese, ovvero da quando “Le Iene” hanno affrontato l’argomento, il protocollo Zamboni è salito agli onori della cronaca, diventando per molti una ritrovata speranza.

Il protocollo Zamboni, che prende il nome dal direttore del centro di Malattie Vascolari dell’università di Ferrara, primo autore della sperimentazione, prevede un nuovo processo diagnostico oltre che una nuova possibilità di cura per la Sclerosi Multipla, entrambi sviluppati partendo da una nuova teoria etiologica [ndr. “causa scatenante”].

Ma procediamo per gradi:

  1. Che cos’è la Sclerosi Multipla?

È una malattia infiammatoria demielinizzate del sistema nervoso, cioè che distrugge la mielina, ovvero la “guaina” protettiva, che riveste le fibre nervose, compromettendo così il segnale elettrico che normalmente viaggia attraverso di esse.

2.  Qual’è la nuova causa etiologica ipotizzata da Zamboni?

L’idea del professor Zamboni nasce dall’osservazione che nel cervello delle persone affette da SM è spesso possibile riscontrare depositi di ferro anomali attorno al sistema venoso. Questo riscontro è molto simile a quello osservabile attorno alle vene nelle quali si verifica un ristagno di sangue. Data questa riflessione, Zamboni procede allo studio del sistema venoso cerebrale e scopre, in molti dei pazienti affeti da SM la presenza di una alterazione del normale deflusso sanguigno, mai documentata prima: l’insufficenza venosa cronica cerebrospinale [CCSVI]. A causa di questi alterazioni si genera il processo infiammatorio che è alla base del fenomeno degenerativo.

3.  Date queste nuove scoperte, quali sono le prosettive terapeutiche?

Essendo secondo questa nuova teoria tutto riconducibile ad una stenosi [restringimento] venosa sarebbe sufficiente ricanalizzare il lume venoso per ristabilire il normale flusso sanguigno e, di conseguenza, evitare a cascata tutte le alterazione proprie della malattia. Nello specifico, il protocollo Zamboni prevede come strumento di ricanalizzazione l’applicazione di stent metallici, ovvero di piccole reti espandibili, tramite un accesso vascolare (intervento molto simile all’angioplastica con stent, tecnica innovativa sempre più diffusamente applicata nel trattamento dell’“infarto”). In uno studio aperto, condotto dallo stesso professor Zamboni, questo tipo di intervento ha determinato, in motli pazienti affetti da SM, una significativa regressione della sintomatologia.

[L’immagine seguente si riferisce ad una procedura di stenting-arteriosa, tuttavia, anche nell’applicazione dello stent venoso, il principio di funzionamento è lo stesso]

Nelle immagini 5 e 7 le stenosi determinano un mancato riempito con contrasto dei tratti a valle. Nelle immagini 8 e 9, dopo il trattamento, il contrasto perfonde l’intero vaso

Ma allora, se questo studio appare così promettente, da dove deriva tutto il clamore mediatico, alimentato da una trasmissione come Le Iene, che si sta sviluppando attorno ad esso?

Come già detto lo studio Zamboni è ancora ampiamente sperimentale e d’altro canto non mancano studi internazioniali che sembrebbero invalidarne i principi. In ambito scientifico tutto ciò è normale e fa parte della consueta routine di ricerca che caratterizza le prime fasi di ogni grande studio potenzialmente rivoluzionario. Per ovviare a tutte queste controversie lo strumento fondamentale per offrire una valutazione definitiva è rappresentato dai trials clinici randomizzati a campione numeroso, ovvero una metodica di studio che preveda, tramite l’utilizzo di accorgimenti statistici e di operatività standardizzati, di ristituire risultati imparziali e scevri da errori macroscopici. Ed è a questo punto che le cose si complicano. Uno studio così importante non può prescindere dalle specifiche autorizzazioni del SSN e del Ministero della Salute, accusato, nella persona del Ministro Fazio, di ritardare nel fornirli. Tuttavia benchè il “pericolo” di perdere la paternità della scoperta sia reale (negli Stati Uniti sono in corso 5 studi di alto livello) ed esista la responsabilità etica nei confronti dei pazienti di fronire dati certi e difinitivi è oltremodo importante non fare di una questione così importante una questione mediatica che rischi di forzare la mano ai normali iter scientifici.

 

di Francesco Baratta

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