Part 11 – Una notte ad Atlantic City – terza parte

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Joseph Scalisi liquidò la testardaggine dell’ispettore Midgure con un’alzata di spalle e si sedette su uno sgabello vicino al bancone dell’angolo bar. Si accese una sigaretta e lasciò l’ispettore al suo lavoro. Nella hall dell’albergo, tutti gli occhi erano puntati su di lui. Jacob Anderson e consorte stavano su uno dei divanetti in pelle nera, in silenzio. L’uomo fissava l’ispettore con disappunto, la donna con curiosità. E c’era l’elegantissimo Anthony Mc Arthur che continuava a sorseggiare whisky dalla fiaschetta d’argento. Le due cameriere erano sedute sull’altro divanetto e si tenevano per mano. Cindy stava sussurrando parole di conforto all’orecchio di Linda, ancora shoccata per aver scoperto il cadavere di Carl Nellcot nella dispensa. Il suo volto pallido, i suoi occhi sbarrati, la ferita sul petto, il sangue che colava e si allargava sul pavimento. E non si lasciava avvicinare nemmeno dal suo ragazzo, Mario Allegri, il cuoco dell’albergo. Per due volte lui aveva provato ad appoggiarle la mano su una spalla e per due volte lei si era scostata. E così Mario Allegri rimaneva in piedi vicino al divano, chiuso nelle spalle e con un’espressione da cane bastonato. E Robert Dulmann invece, il tirapiedi di Anderson, stava seduto da solo in un angolo. Sembrava pensieroso e impaziente ma tranquillo al tempo stesso, con la sua testa enorme ma piccola rispetto al corpo e la barba scura ed irsuta. Teneva le mani incrociate sulle gambe aperte e la testa inclinata verso il pavimento. Solo il direttore dell’albergo era rimasto in piedi. Dava le spalle al bancone della reception e continuava a fregarsi le mani con disagio, evitando lo sguardo diretto dell’ispettore. Joseph lanciò un’occhiata ad Anna, seduta sulla poltrona vicino alle cameriere e lei rispose con un cenno affermativo del capo. A quel punto lui si accese una sigaretta, rilassandosi sullo sgabello.

L’ispettore Midgure, robusto di corporatura e fasciato nel suo impermeabile scuro camminava verso il centro della stanza, calpestando la morbida moquette. I suoi occhi infossati si muovevano rapidi sui volti dei presenti, alla ricerca di informazioni utili. Si concentravano su un viso solo pochi secondi, ne registravano i lineamenti, le microespressioni, le rughe intorno agli occhi, la piega delle labbra ed il respiro e poi passavano a quello successivo. Si fermò qualche istante in più sul volto di Jacob Anderson, sulla sua testa tonda, sul naso sporgente, sugli occhi dalla palpebra calante e sulla fronte rugosa, probabilmente desiderando di trovare qualche prova che lo coinvolgesse nell’omicidio. A quel punto diede un comando ai due poliziotti che lo accompagnavano, i quali sparirono in direzione del vano scale, dove si trovava l’entrata della dispensa, il luogo in cui Carl Nellcot era stato brutalmente assassinato. Ad un certo punto Midgure disse: <<Signori, visto che nessuno si è allontanato dall’albergo, da quando è stato commesso l’omicidio, il colpevole deve essere per forza uno di voi. – si grattò la radice del naso e disse – Siete tutti sospettati.>>

Nessuno commentò il monologo dell’ispettore, soltanto Joseph sorrise di sottecchi. L’ispettore lo guardò torvo, dicendo: <<Nemmeno lei è al di sopra delle indagini, lo rammenti bene detective.>>

Joseph fumò un’intensa boccata prima di rispondere: <<Mi sembra giusto ispettore. Continui, la prego.>>

Midgure disse: <<Anche se siete tutti sospettati, i fatti convergono verso una direzione ben precisa.>>

Un commento stupito si diffuse nella sala.

<<Analizziamo la vicenda. Si può escludere l’omicidio premeditato. La situazione deve essere sfuggita di mano all’aggressore durante una lite. Probabilmente il coltello da cucina serviva solo ad intimorire la vittima, non pensava davvero si usarlo. Forse voleva spaventarlo perché Carl Nellcot aveva un debito nei suoi confronti?>>

Ci fu una pausa e Mc Arthur sobbalzò. Poi bevve una lunga sorsata dalla fiaschetta e sul suo volto tornò la solita espressione assente ma furba.

<<Signor Mc Arthur, sarebbe così gentile da spiegarci per quale motivo aveva tanta fretta di lasciare l’albergo?>>

<<Io… Veramente…>>

<<So che lei ha avuto una discussione accesa con la vittima questa sera, non è così?>>

<<E’ vero però…>>

<<E… mi dica, lei che lavoro svolge?>>

<<Sono un agente di commercio.>> Mc Arthur bevve e poi avvitò il tappo della fiaschetta con cura, prima di riporla nella tasca della giacca.

<<E come mai aveva una nota di credito per una scommessa con se? Una cifra considerevole se non sbaglio, quanti? Mille dollari?>>

Mc Arthur sbiancò.

Midgure avanzò di qualche passo, con le mani incrociate dietro la schiena e lo sguardo severo puntato sull’uomo. <<E mi dica anche, qual è il nome della persona che le doveva quei soldi?>>

Mc Arthur abbassò lo sguardo sul pavimento e aprì la bocca per rispondere. Ma senza dire una parola.

<<Glielo dico io. Il nome della persona che le doveva quei soldi è Carl Nellcot. Confessi Mc Arthur, lei è venuto ad Atlantic City per riscuotere il suo debito e dal momento che Nellcot non voleva pagare, ha pensato di minacciarlo.  Non è così?>>

Mc Arthur continuava a fissare il pavimento ed urlò con voce stridula: <<Sono innocente! Non ho ucciso nessuno! Non avete prove contro di me, non riuscirete ad incastrarmi!>>

Il suo viso coperto da un’ombra di barba era teso, la mascella tremava, una mano si agitava nervosamente sulla coscia, desiderando di infilarsi nella tasca della giacca per aprire di nuovo la fiaschetta.

<<Confessi Mc Arthur.>>

<<Non sono stato io! La verità è che…>> Mc Arthur alzò lo sguardo per sfidare i severi occhi della giustizia dell’ispettore Midgure.

<<Mc Arthur, i miei uomini stanno cercando altre prove. Troveremo l’arma del delitto, troveremo i suoi legami con il mondo clandestino delle scommesse, troveremo qualunque cosa possa incastrarla. Le conviene confessare. E intanto per favore, potrebbe essere così gentile da svuotare le tasche?>>

<<Io veramente…>>

<<Lo ho detto di svuotare le tasche!>>

Mc Arthur mostrò la fodera di una tasca vuota. L’altra invece conteneva un ciondolo d’oro, qualche moneta ed un foglio di carta accuratamente piegato. Midgure allungò una mano chiedendo che gli venisse consegnato il foglio. Trascorsero alcuni istanti, prima che il braccio tremante di Mc Arthur si allungasse per porgere all’ispettore la nota di credito, in cui si dichiarava che Carl Nellcot gli doveva mille dollari.

<<Crede ancora di potersi dichiarare innocente?>>

Mc Arthur fissò negli occhi Midgure con un’espressione rabbiosa che prima non aveva avuto ed infilò una mano nel risvolto della giacca. Joseph Scalisi infilò pure lui la propria mano nel risvolto della sua giacca, accarezzando l’impugnatura della pistola. E sapeva che anche Midgure era pronto ad estrarre l’arma se fosse stato necessario. Poi si udì una voce: <<Ispettore, guardi cosa abbiamo trovato.>>

Era uno degli uomini di Midgure. Teneva in mano un sacchetto di carta di colore marrone. Lo passò in mano all’ispettore, che lo soppesò. Poi lo aprì e guardò dentro. Infine infilò una mano e ne estrasse un mazzo di banconote.

<<E questo dove lo avete trovato?>>

<<In camera di Mc Arthur.>>

Mc Arthur sfilò dalla tasca la fiaschetta, svitò il tappo e bevve una lunga sorsata. Poi disse: <<Sono innocente. E’ vero, Carl Nellcot mi doveva dei soldi. E sono venuto ad Atlantic City per riscuoterli. Ma ecco vede… Carl ha saldato il suo debito, per questo ero pronto a partire. Come vede non avrei avuto nessun motivo per minacciarlo o ucciderlo. Gliel’ho detto che ero innocente.>>

L’ispettore Midgure imprecò tra i denti e non si voltò verso Scalisi che lo guardava divertito e disse: <<Ancora sicuro di non voler conoscere la mia teoria sull’accaduto, ispettore?>>

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