Part 12-una notte ad Atlantic City-quarta parte

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Mc Arthur mostrò la fodera di una tasca vuota. L’altra invece conteneva un ciondolo d’oro, qualche moneta ed un foglio di carta accuratamente piegato. Midgure allungò una mano chiedendo che gli venisse consegnato il foglio. Trascorsero alcuni istanti, prima che il braccio tremante di Mc Arthur si allungasse per porgere all’ispettore la nota di credito, in cui si dichiarava che Carl Nellcot gli doveva mille dollari.

<<Crede ancora di potersi dichiarare innocente?>>

Ma poi era stato trovato il denaro che Nellcot aveva restituito a Mc Arthur e questo cambiava ogni cosa. Senza debito, non esisteva alcun movente. E così, dopo la brutta figura rimediata, Midgure ordinò che nessuno lasciasse l’albergo. Poi chiese al direttore: <<C’è una stanza che posso utilizzare come ufficio? Vorrei interrogarli tutti – poi rivolto agli agenti – Voi due! Setacciate ogni angolo dell’edificio!>>

Joseph Scalisi si grattò dietro la nuca e disse: <<Che stress. Voglio andare a dormire. Se almeno mi ascoltasse quell’investigatore da strapazzo, forse avrebbe già risolto il caso.>>

Anna disse: <<Sei così convinto della tua idea?>>

<<Hai parlato con Linda?>>

Anna appoggiò la sigaretta alle labbra, aspirando il fumo e lasciando un circolo rosso fuoco sul filtro. <<Ancora non capisco perché ci tenessi tanto. L’importante è che domani mattina siamo liberi di andarcene. Lascia all’ispettore le indagini.>>

Joseph la zittì con lo sguardo e disse seccato: <<Ti ho semplicemente chiesto un favore. Io aiuto te, tu aiuti me. Ti ho chiesto di parlare con Linda, la cameriera. Lo hai fatto oppure no?>>

<<L’ho fatto! L’ho fatto! Che caratterino che hai, detective. Certo però che hai un bell’intuito. Ma come hai capito cosa nascondeva?>>

<<Il suo sguardo, la sua espressione, la postura… Provava dolore e questo indicava un forte legame con la vittima. E poi rimaneva sulla difensiva, chiusa. Insomma mi ha dato l’impressione di essere più spaventata per quello che sarebbe potuto accadere, che per quello che era già successo. E hai notato come si comportava con il suo ragazzo, quel Mario Allegri? Lui voleva consolarla e lei lo allontanava. E  il suo sguardo quando l’ispettore ha accusato Mc Arthur? Era dispiaciuta per lui. Arrestano l’assassino e tu sei dispiaciuta? Cosa significa? Che sapeva della sua innocenza ma non poteva parlare. Stava proteggendo qualcuno. Ma dimmi piuttosto, tu cosa hai scoperto?>>

<<Linda era molto scossa. Le ho dato un bicchiere d’acqua e l’ho aiutata a calmarsi. Era con Cindy l’altra cameriera, e Mario Allegri. Fosse stato per lei, mi avrebbe liquidato subito. Ed io me ne sarei andata più che volentieri, sai? Ma poi ho ripensato a te e a cosa avresti detto… Beh, mi sono morsa un labbro e sono rimasta. Le ho chiesto se le potevo parlare in privato e  mi ha condotto in un angolo della sala. All’inizio rimaneva sulla difensiva, così ho usato un approccio più diretto e le ho detto: “Senti, il mio amico è un detective privato. Lui dice che stai nascondendo qualcosa. E se lo ha capito lui, sicuramente lo capirà anche la polizia.” E’ impallidita. >>

<<Ok, ok, ma vieni al sodo.>>

<<Alla fine è scoppiata a piangere e tra le lacrime mi ha raccontato il suo bel segreto.>>

<<Cosa?>>

<<Aveva una tresca con Carl Nellcot. E Mario Allegri li ha visti. Nel pomeriggio, lei e Carl si erano incontrati nella dispensa, dove erano sicuri che nessuno li avrebbe scoperti. Ma Mario l’aveva seguita e li aveva colti sul fatto. Impugnava un coltello da cucina e urlava. Linda ha detto che lui è solito avere un temperamento violento e spesso urla senza motivo. Ma stavolta un motivo ce l’aveva, eccome! Linda era paralizzata. Persino Carl aveva provato a tranquillizzarlo ma Mario era fuori controllo. Rosso in faccia, aveva il volto contorto e pieno di vene che pulsavano. Sputava mentre imprecava e faceva discorsi sconnessi. Che schifo! E poi c’era quel coltello. Lo agitava nervosamente nell’aria e minacciava che li avrebbe uccisi entrambi. Poi si è avvicinato a Carl e glielo ha puntato alla gola, sibilando: “Ti avverto. Se ti vedo un’altra volta vicino a Linda, ti ammazzo.” E detto questo se n’è andato.>>

<<E’ successo altro dopo?>>

<<Linda è andata a parlare con Mario. Ma lui sembrava aver già ritrovato la ragione. Riconosceva di aver esagerato e aveva chiesto tempo per superare il fatto. Diceva di amarla e che secondo lui la colpa era tutta di Carl, perché era stato lui ad approfittarsi di Linda. Poi quando lei aveva provato a difenderlo, è andato di nuovo in escandescenza, urlando: “Lo sai che se la fa anche con le clienti dell’albergo, vero? Svegliati Linda! Sai quante volte si è fatto vanto delle sue avventure, pure con me. Ci prova con tutte e se ne frega se sono impegnate oppure no. Per questo non lo sopporto quel farabutto e per questo ho sempre pensato che se si fosse anche solo avvicinato alla mia ragazza, io lo avrei ammazzato. L’ho visto con i miei occhi fare la corte anche alla nostra ultima cliente, la moglie di quell’Anderson. Ma quello è un mafioso sai? Con quello non si scherza. Lui lo ammazza davvero se ci prova.” Dopo quell’incontro, Linda aveva chiesto un altro appuntamento a Carl per chiudere con lui, definitivamente.>>

<<E quando è arrivata, lo ha trovato senza vita.>>

<<Esatto. Soddisfatto del mio lavoro?>>

<<Sei un’ottima investigatrice Anna.>>

Lei rise ma le sue risa furono interrotte dalla voce di uno dei poliziotti: <<Joseph Scalisi. Venga, è il suo turno. L’ispettore vuole parlare con lei.>>

<<Arrivo.>> Strizzò l’occhio ad Anna e poi aggiunse: <<Torno tra un attimo, zuccherino. Aspettami.>>

Il poliziotto accompagnò Joseph nello studio del direttore, dove l’ispettore Midgure stava tenendo il suo interrogatorio. Joseph entrò e il poliziotto rimase sulla soglia ad aspettare. Midgure aveva due profonde occhiaie, e l’espressione stanca. Stava seduto immobile, sembrava quasi un complemento d’arredo. Dietro di lui una libreria, sotto i suoi piedi un tappeto, davanti al suo naso una grossa scrivania in mogano, con alcuni fogli di appunti, una caraffa di caffè quasi vuota e un mozzicone di un sigaro spento nel posacenere. L’aria era rarefatta e intrisa dell’odore del sigaro e la luce fioca. Una mosca sorvolava la sua testa, come un aereo in attesa del segnale di atterraggio. L’ispettore sbuffò e disse: <<So che lei non c’entra nulla Scalisi ma sa…>>

<<Capisco.>>

<<Cos’è che la diverte tanto, Scalisi?>>

<<Niente, niente.>>

<<Per quel che mi riguarda non ho nulla da chiederle. Ho già tutte le informazioni che mi servono per risolvere il caso.>>

<<Sempre sicuro di non voler ascoltare la mia versione dei fatti?>>

<<Scalisi, la prego. – l’ispettore si versò del caffè e bevve – Le ho già detto di non aver bisogno del suo aiuto. E lei mi porti altro caffè!>> urlò all’uomo che attendeva sulla porta.

In quell’istante entrò l’altro poliziotto. <<Signore, ho trovato qualcosa di molto interessante.>> l’uomo indicò Joseph con lo sguardo, indeciso se parlarne davanti a lui.

<<Avanti mi dica tutto. Non perdiamo altro tempo, lui può anche ascoltare.>>

<<Ho trovato l’arma del delitto. – mostrò un sacchetto di plastica trasparente che conteneva un coltello da cucina, di quelli per disossare la carne. Il coltello era sporco di sangue e terra – Era stato sotterrato in giardino. Me ne sono accorto perché in quel punto il terreno era differente e così ho provato a scavare.>>

<<Ottimo lavoro agente Phillis. Ottimo lavoro. Ora torni a cercare altri indizi, la ringrazio.>>

<<Allora mi dica, lei chi crede che sia il colpevole, ispettore?>>

Midgure rispose cercando di mantenere basso il tono della voce ma senza riuscirci: <<Scalisi, per cortesia… Se ne vada!>>

<<Va bene, va bene.>> disse Joseph, ponendo avanti i palmi delle mani.

Il poliziotto lo accompagnò nella hall e chiamò Anna al suo posto: <<Anna Morse venga.>>

Era la prima volta che Joseph sentiva il cognome di lei. Anche all’accettazione, aveva dato solo il suo. Morse. No, quel cognome non gli diceva nulla.

Ci volle ancora un’altra ora, affinché l’ispettore completasse l’interrogatorio. Ormai era notte fonda ma nessuno dormiva, quando l’ispettore ricomparve nella hall. Stavano tutti lì seduti, chi con il bicchiere in mano, chi con la sigaretta accesa, chi semplicemente parlando sottovoce, chi in silenzio. Tutti tranne Jacob Anderson e Robert Dulmann che rientravano proprio in quel momento. Quest’ultimo si era stranamente cambiato d’abito. Ora indossava un completo gessato e un paio di scarpe beige. L’ispettore disse: <<Signori, tra poco potrete tornare a dormire sonni tranquilli. Finalmente, abbiamo risolto il caso.>>

Nessuno commentò, i presenti però si scambiarono occhiate diffidenti, consapevoli che tra loro c’era un assassino. Poi Midgure diede l’ordine d’arresto.

Jo Maglietta

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