A un passo dal punto di non ritorno…

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In questi giorni mi è capitato ripetutamente di avere il sentore di vivere la proverbiale quiete che anticipa la madre delle tempeste. Quiete che in effetti è del tutto proverbiale, date le ripetute fiammate di cui vive lo scontro politico in questo periodo. Tuttavia la sensazione è sempre quella che la miccia si spenga un attimo prima dell’esplosione finale.

Partiamo da un dato di fatto: la precedente è stata senz’altro una delle settimane tra le più complicate della storia della Repubblica. Abbiamo vissuto dei livelli di scontro istituzionale senza precedenti. Aldilà dello scontro tra Berlusconi e la Magistratura, che ormai ci accompagna da talmente tanto tempo (con frecciate bidirezionali, va detto) da sembrare quasi normale, quello che senz’altro avrà colpito di più è lo scontro per interposte situazioni tra la seconda e la terza carica dello stato: l’uno che accetta una interrogazione a dir poco sbalorditiva che ha come unico intento quello di offriere l’assist per spostare l’attenzione dell’indignazione pubblica da Presidente (del Consiglio) a Presidente (della Camera), e l’altro che non manca, sempre per interposta (stavolta) persona di attaccarlo per questo.

L’altro fatto che non può passare inosservato è proprio il contenuto dell’interrogazione posta dal Senatore Campagna (Pdl) al Ministro Frattini, un chiaro escamotage per far approdare a palazzo Madama il caso Tulliani, recuperando dal fondo del dossier, con una tempistica da far invidia alla notizia del fidanzamento dell’anno, un documento del 20 Dicembre scorsco. Una rogatoria in piena regola, tuttavia da nessuno richiesta, come hanno prontamente ribadito i magistrati, sottolineandone la scarsa importanza ai fini processuali. Insomma c’è da chiedersi perchè il Ministro degli Esteri abbia chiesto conferma, tramite canali inusuali per le consuete relazioni internazionali tra Stati, di documenti ufficiali, ad un capo di stato estero, qundo questi riguardano un fatto privato che non ha nulla a che fare nè con l’affaire di stato nè con la giustizia.

Un silenzio preoccupante è invece quello che si registra dalle parti del Colle. Napolitano sembra aver abbandonato l’idea di ricercare a tutti i costi una mediazione che garantisca stabilità al paese (d’altronde ogni parvenza di mediazione ha solo il fine di poter demonizzare il rifiuto dell’avversario). Non a caso negli ultimi giorni, fonti vicine al Quirinale vociferano del fatto che il Presidente stia pensando di appellarsi all’articolo 88 della Costituzione. In realtà è molto difficile che Napolitano lo stia anche solo ipotizzando, consapevole che tutto ciò potrebbe portare all’armageddon finale. Tuttavia il solo fatto che se ne parli rappresenta una novità importante nel complesso scenario politico-istituzionale.

Un altro spettro che si prospetta a breve sono le manifestazioni in programma a febbraio. Difronte ad un eventuale indiscutibile (numeroso) successo di quest’ultime, soprattutto se affiancato ad un eventuale successo dell’iperbolica raccolta firme promossa dal PD, difficilmente un Presidente del Consiglio potrebbe esimersi dal dimettersi. Piccolo particolare, il nostro non è un Presidente del Consiglio qualsiasi. E allora che cosa succederebbe se tutto ciò non accadesse? Siamo sicuri che la nostra democrazia ha ancora abbastanza anticorpi per combattere in maniera civile le proprie battaglie? Siamo sicuri di essere scevri da quelle situazioni che si stanno verificando nel resto del mondo? Qualcuno dice che ci salverebbe il fatto che manca la fame, motore primo delle rivoluzioni popolari. Qualcuno però comincia ad aver paura di avere fame, a breve.

Francesco Baratta

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