La televisione nella politica

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Dopo aver parlato del conflitto d’interessi in Italia e di come l’Europa giudica questa situazione, concludiamo il tema della comunicazione analizzando i vantaggi che comporta una campagna elettorale improntata mediaticamente sulla televisione. Precisamente la nostra analisi partirà dal 1960, anno in cui venne trasmessa la prima Tribuna Elettorale televisiva. 

Prima di questa data, le principali forme di comunicazione della politica erano scritte murali, manifesti e soprattutto comizi, che sancivano la partecipazione diretta di quella parte della popolazione interessata. Al contrario di oggi, un partito politico non era un’entità astratta lontana dal proprio elettore, bensì era considerato un centro d’aggregazione nel quale si sviluppavano liberamente le coscienze. Essi in altre parole rappresentavano i vari gruppi sociali presenti nella società italiana post bellica, e improntavano il loro programma in base al proprio elettorato ed alle ideologie di riferimento. I politici dell’epoca non compresero subito le forti potenzialità che aveva l’apparato mass mediatico e continuarono nei loro discorsi fortemente ideologici riferiti solo al proprio elettorato, non cercando minimamente di accaparrare consensi verso elettori idealmente lontani e denotando una certa goffaggine dinanzi alla telecamera.

Il punto di cambiamento si raggiunge nel 1975, quando fu attuata la Riforma del sistema radiotelevisivo non a caso in concomitanza con il nascere e lo svilupparsi della televisione commerciale. In pratica si assiste ad una lenta ma considerevole destrutturazione della forma-partito tradizionale a favore di una visione della politica improntata sulla figura centrale dei leaders, che divengono soggetti attivi della pubblicità televisiva; è bene sapere che la spesa pubblicitaria convogliata sulla televisione raggiunse all’epoca il 12%. I partiti si fanno dunque più consapevoli della capacità del medium di stravolgere il rapporto fra leaders ed elettori, si va rompendo il legame con il c.d. elettorato di identificazione proprio attraverso il medium, che, con la sua capacità di penetrazione, investe l’intera società: la militanza e la partecipazione diretta vanno lentamente scomparendo di pari passo con l’ascesa di una nuova retorica che non fa riferimento all’appartenenza, ma che si rivolge ad un pubblico eterogeneo cercando di suscitare passioni di facile consumo.

Con le modifiche introdotte dal referendum sulla preferenza unica (1992) e con la legge che sancisce la scelta del maggioritario (1993), si assiste ad un mutamento sostanziale della comunicazione elettorale. Il sistema dei media è sempre più indirizzato verso la commercializzazione dei suoi prodotti ed anche per questo si realizza un connubio naturale con le nuove forme partito. I canali della comunicazione non sono più i comizi, le sezioni, il volantinaggio, i manifesti, i militanti ma si riducono nelle mere trasmissioni radio-televisive.

Questo processo evolutivo ha portato alla formazione di una democrazia plebiscitaria, intendendo con questa espressione un’era politica denominata “seconda Repubblica”, nella quale vi è un attore protagonista che si incarna nella figura del leader ed uno spettatore che comodamente da casa consuma il prodotto politico. Per la maggior parte dei partiti odierni, le attività di sezione sono state parzialmente sostituite dalle interviste, dai talk show, dai programmi televisivi di approfondimento; forse una delle poche realtà politiche che non ha acquisito questo modello è il partito della Lega Nord, che ancora gode del privilegio di un elettorato di appartenenza.

Paolo Bovieri e Antonio Di Giorgio

3 pensieri su “La televisione nella politica

  1. Simone

    Nell’ultimo ventennio abbiamo assistito ad una sorta di migrazione politica, dalle piazze ai programmi di approfondimento, dove spesso si degenera in risse orali(in pieno stile parlamentare), così facendo si tende a dare maggior peso al lavoro di “comparsa in tv”, che a quello svolto quotidianamente in sezione, nelle strade, o davanti nelle fabbriche. Il politico in questi anni è diventato più pigro, meno militante e più chiacchierone.

    Non che sia stato sbagliato, ma a mio avviso la politica avrebbe dovuto giocare meglio la carta tv, cercando di far conciliare il lavoro di denuncia, intervista, e confronto svolto in tv, con quello svolto in sezione e nelle strade, mantenendo anzi rafforzando il rapporto con il cittadino, che sentendosi più vicino e attivo di certo a quest’ora non avrebbe risposto con un astensionismo pesante come quello attualmente presente.

    E poi sarebbe ora che i politici diventassero ospiti “esterni” della tv, ma nel vero senso della parola!, affinché vengano finalmente trattati come estranei e non più come padroni di casa. Per far si enti come l’agcom, necessitano di una totale indipendenza e di un’operazione di sterilizzazione dal mondo politico.

  2. anton

    condividete o dissentite dall’analisi del post? e poi mi piacerebbe sapere se questa svolta della politica quasi esclusivamente in tv la vedete come un passaggio positivo o negativo.

  3. Francesco Baratta

    Cambiano i tempi e cambiano i mezzi. Ormai sarebbe impossibile e sciocco solo pensare di poter tornare alla politica dei comizi in piazza. Oggi la tv è una piazza molto più democratica di quanto non lo fossero quelle vere degli anni 60-90 (e come direbbe qualcuno forse è proprio questo il problma). Tuttavia, come spesso accade quando si parla dell’imbarbarimento apportato dalle nuove tecnologie, non si deve cadere nell’errore di credere che la colpa sia del mezzo, ma come sempre è dell’uso che se ne fa. Tuttavia anche l’era della politica catodi a è agli sgoccioli. Internet si fa strada. Un mezzo plurale, ch anche la più astuta delle menti non riuscirà mai a trasformazione mai a trasformare in una unica voce di regime. La rete è il luogo ideale per far sopravvivere la Piú eterodossa delle idee.

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