Rivoluzioni africane, libertà e rischi da non sottovalutare…

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Nelle 4 settimane passate abbiamo affrontato, in maniera multidisciplinare, il tema de “L’affare legato ai media, nuovi e vecchi”. Il tema che invece ci siamo dati per le prossime settimanre è “La rivoluzione”, e l’articolo di ieri di Fabio era proprio su uno dei gruppi più rivoluzionari, tutto politica e ideologie, degli anni ’90.

La scelta del tema è strettamente legata alle questioni di attualità. La Tunisia, l’Egitto, l’Algeria, l’Iran, ma anche Piazza del Popolo sono tutti segni di una nuova ventata rivoluzionaria. Anche il teorema difensivo di quella che “La Repubblica” ha definito la “struttura Delta” del Presidente fa appello ad una rivoluzione: quella sessuale del ’68, che sarebbe secondo loro la causa originaria del Bunga-Bunga odierno. Insomma, una serie di questioni che non mancheremo di sviscerare nei prossimi 28 giorni, cercando di analizzare, lontani da ogni dogma e banalità, le rivoluzioni di ieri e di oggi, siano esse sociali, politiche, giuridiche, tecnologiche, musicali o artistico-lettererarie.

Ma partiamo dal principio. All’inizio fu Tunisi: una rivolta nata per gli eccessivi rialzi del prezzo del grano. I giornali la ribattezzano prontamente la rivolta del pane. Nata, come spesso accade per questi fenomeni, da un gesto estremo: ad un giovane ambulante di 26 anni viene sequestrato un carico di legumi perchè privo di licenza, il giorno dopo il giovane si cosparge di benzina e si da fuoco davanti la Prefettura. Da quel giorno si susseguono gli scontri e i morti fino a quando, il 15 gennaio, il presidente Ben Alì fugge in esilio in Arabia Saudita. Subito dopo furono il Cairo e Algeri. La prima ha visto la fine degli scontri solo pochi giorni fa, con il più classico dei misteriosi finali: con il monarca che alcuni vogliono in coma, altri in esilio (interno) a Sharm. La seconda in cui ancora imperversa la sommossa e si continuano a mietere vittime.

Voci nuove e frastagliate parlano anche di una Theran avvolta nel caos più totale. Lì il buon esito non sarà scontato, quello iraniano è un regime di “ben-altra-caratura”. Le immagini sono sgranate. Chi riprende rischia più di chi manifesta. Mahmud fa sul serio. Eppure questo è il punto a cui miravano tutte le strategie internazionali riguardo alle rivoluzioni afro-medio-orientali. Già, perchè sel nostro governo si limitava a non commentare, assorto in questioni tutte interne, ben diverso era l’atteggiamento dei leader del resto d’Europa e soprattutto quello di Obama: è stato il vento che spirava sul fuoco delle proteste, il segugio alle calcagna dei dittatori. Le fuga di Mubarak, nonostante il videomessaggio (di diverso tenore) di poche ore prima, è merito suo. Ma a quale scopo? Senz’altro quello di far si che il virus della rivoluzione si spostasse progressivamente verso le aree più ad est. Ed in parte quanto sta accadendo in Iran sembra dargli ragione. Ma qual è il prezzo di questa strategia? Partiamo da un presupposto: il soverchiamento di regimi decennali è sempre un bene. Tuttavia si trattava dei leader più moderati dell’area, il punto di tramite tra il Vecchio Continente e i regimi dell’Africa Nera. Alle spalle di queste proteste è stata fondamentale la spinta dei “fratelli islamici”. Insomma, il problema delle rivoluzioni è sempre l’incognita del dopo. Tra le tante rivoluzioni appoggiate dagli States (in maniera tutt’altro che disinteressata) c’è quella dei Talebani contro la Russia per l’indipendenza dell’Afghanistan. Come poi sia andata a finire la cosa lo sappiamo tutti. Speriamo solo che la storia non si ripeti.

Baratta Francesco

3 pensieri su “Rivoluzioni africane, libertà e rischi da non sottovalutare…

  1. GAIA

    Quando si parla di Africa e, soprattutto, di democrazia in Africa (che dovrebbe essere l’esito finale delle rivoluzioni citate!) niente appare scontato.Basti pensare che dei 36 Paesi africani che raggiunsero l’indipendenza tra il ’56 ed il ’70 ben 33 divennero regimi autoritari alla nascita o poco dopo.Paesi che hanno visto, negli ultimi 50 anni, un susseguirsi di regimi e colpi di Stato che hanno fatto tutt’altro che consolidare la democrazia nel Paese.. la democrazia resta ancora un’utopia in gran parte del continente. Cosa c’è di diverso nelle rivoluzioni di oggi? C’è che esse sono partite dal basso, è il popolo che sta delegittimando i governanti e non altri gruppi politici o eserciti (come è avvenuto solitamente in passato),ma, resta il problema di chi salirà, poi, al governo. Non dimentichiamoci che Khomeini, in Iran, fu richiamato a gran voce dallo stesso popolo come guida della Rivoluzione ed istituì un regime teocratico, tutt’altro che democratico, contro il quale oggi ci si sta ribellando. Gli esiti dei venti rivoluzionari che spirano sono, dunque, tutt’altro che prevedibili. Riguardo alle strategie made in usa, non sono parole nuove quelle pronunciate da Obama a sostegno degli oppressi e di chi si ribella.. le stesse, più o meno, pronunciate da Bush,nel discorso di insediamento del 2005: “All who live in tyranny and hopelessness can know: the United States will not ignore your oppression, or excuse your oppressors. When you stand for liberty, we will stand with you.. ” quanto e se Bush abbia seguito la propria eloquente retorica, l’abbiamo visto tutti..vedremo il caro Obama se darà precedenza alle questioni morali o agli interessi economici e politici del proprio Paese…

  2. Francesco Baratta

    secondo me, come ho già spiegato nel post, l’obbiettivo politico c’è già. La democrazia né si esporta (con armi) e né si forza (con posizioni come quelle prese da Obama). tuttavia, dato per assodato che non c’è ideale che si muova che ragion di stato non voglia, è decisamente migliore la strategia di pressing adottata da quest’ultima amministrazione americana piuttosto che quella del colonnello-Bush.

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