Il sospetto sulla coscienza

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Uomini sospesi, uomini leggeri, vuoti, senza consistenza, immobili, uomini uguali; tempesta di uomini. Senza realmente sapere se siano o no. In caduta o elevazione, creazione e distruzione, oscillano ancorati dalla gravità di metafisiche certezze. Non è che una proiezione della nostra immagine. La confutazione di ogni regola fisico-matematica, l’espressione metafisica dell’esitazione a gettarsi nell’arbitrio. Questa è l’essenza celata dal maestro surrealista Magritte, per circoscrivere l’indefinibile, per plasmare coscienze informi. Apparentemente l’osservatore non riesce ad oltrepassare la soglia della sagoma, ma in realtà è egli stesso intrappolato nella prospettiva che il pittore inquadra e si confonde nell’umana perturbazione. Non c’è dunque dissomiglianza tra la nostra e la loro realtà, ma siamo entrambi assorbiti dal medesimo flusso unidirezionale, che ci rende inermi allo scorrere degli eventi. Ci affidiamo alle idee, confidiamo in esse al punto di eleggerle a strade maestre delle nostre scelte e crediamo spesso che possano bastare a realizzarci pienamente. E’ questo il più grande argine della nostra coscienza: sostenere che le idee possano concretizzarsi ed impersonarsi nella logica dell’agire, infondendo nell’uomo false devozioni. Questa condizione crea “un’illusione ottica della coscienza” di cui noi siamo al contempo vittime e complici, in quanto ci rendiamo schiavi di un essere portavoce di menzogne millenarie per obbedire all’imperativo categorico “tu devi”. La fuga dallo sguardo imperioso e giudizioso del mondo delle idee può compiersi soltanto con il capovolgimento del rapporto tra la morale e la realtà.

Rifacendoci al filosofo e sociologo Karl Marx “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.” L’uomo perciò deve reimpossessarsi delle perfezioni attribuite alle certezze metafisiche per riscoprire la propria essenza ( wesen ), senza la quale non torna in sé. Infatti ciascuna azione che l’uomo compie non è che manifestazione del “conatus” di Spinoza, ovvero quell’istinto di conservazione che ci conduce alla ricerca del piacere e al distacco dal dolore. Tale impulso genera, tramite dinamiche inconsapevoli, la credenza illusoria dell’esistenza di pretesi valori morali ai quali l’uomo perviene in maniera disinteressata. Nel momento in cui ci troviamo al punto di dover scegliere, ciò che ascoltiamo non è la “falsa coscienza” bensì una propria pulsione istintiva. In tale maniera l’Io, secondo l’interpretazione di Nietzsche, non è altro che “l’invenzione grammaticale del soggetto” di cui ci serviamo per dare un corpo all’eterogeneità di forze ed idee. E voi, avete mai riflettuto sulla provenienza delle vostre idee e convinzioni? Siete certi della veridicità della vostra coscienza?

Giulia D’Atino & Valeria Fiormonti

6 pensieri su “Il sospetto sulla coscienza

  1. Forse oggi è stato pubblicato uno dei post più complessi e affascinanti dalla nascita di punto futuro e c’è da essere soddisfatti di quei 2 commenti che arriveranno…XD. Non è certamente un tipico post da blog, non è minimamente intuitivo ma esprime dei concetti in una forma che è a dir poco ricercata. Complimenti a chi l’ha pensato e l’ha redatto.

  2. Martina

    penso che sulle nostre idee e convinzioni, oltre che l’educazione, un ruolo fondamentale rivestono le persone e l’ambiente di cui ci circondiamo e inoltre queste si evolvono e modificano in ragione del momento che viviamo, del periodo: spesso quando si intraprende una strada per ottenere un risultato, una volta raggiunto non si sente la soddisfazione della “vittoria”, perchè già siamo pronti a mirarne un altro.

  3. Martina

    con il post precedente non intendevo dire che le nostre idee, convinzioni e scelte dipendono dagli altri, ma solo che l’ambiente esterno potrebbe inviarci degli impulsi che potrebbero essere condizionanti, magari anche in maniera involontaria.

  4. Rosa Luxemburg

    Giusto Martina, è l’ambiente che influisce sui nostri pensieri e le nostre idee, in quanto è un qualcosa di concreto dal quale cerchiamo di astrarre pensieri metafisici. Le persone che ci circondano, gli avvenimenti, le letture, lo studio.. cerchiamo di prenderne qualcosa per renderlo nostro e unico. Ma cosa siamo poi? Mi capita spesso di guardare quello che ho intorno: tante pedine che si muovono su di una scacchiera persa in un qualche tempo, e cosa fanno? Cosa pensano? Perchè lo fanno? Li muove qualcuno? Non lo so. Ci poniamo obiettivi da raggiungere per dare un senso alle nostre azioni, e non siamo mai soddisfatti, forse, proprio perchè finirebbe questo flusso che ci trascina nella vita, essere diverrebbe illusorio, perderebbe un senso. E la scelta.. da dove provenga, il perchè, è un’immagine confusa derivata dal voler razionalizzare tutto quando non si può; ma scegliere è fondamentale, è sentirsi parte di ciò che accade; ci fa essere, percepire, in modo da non eseguire una riduzione alla scelta, ma una riduzione della scelta, altrimenti si perderebbe il senso e ci si sentirebbe davvero troppo persi e inermi davanti a ciò che ci capita.
    Complimenti davvero per l’articolo.

    • giul

      Effettivamente, la scelta, che costituisce una certa forma di libertà, incontra come primo impedimento la nostra stessa testa ed i condizionamenti che spuntano dal mondo sociale e si amplificano nelle nostre frustrazioni. Ed è proprio li che l’uomo dovrebbe andare a ritrovare una fonte. Non è rinnegare ogni significato morale, ma la conoscenza del rischio di gettarsi nelle mani di idee universali. (Grazie per l’apprezzamento!)

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