Perché dobbiamo per forza lavorare, per vivere?

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Questa domanda può sembrare piuttosto ovvia. Molti diranno che non c’è altro modo, se vuoi vivere devi lavorare. E’ una delle basi su cui si fonda la vita moderna. Ma quella che viviamo adesso è una rivoluzione dei tempi lavorativi e necessariamente umani. Sei ore; molto probabilmente, anche di meno. Questo è il tempo che quotidianamente dedichiamo alla “nostra vita”. Se alle 24 ore togliamo le 8 ore che normalmente dovrebbero essere dedicate al sonno e sottratte le ore assorbite dal nostro lavoro (altre 8 ore, alle quali si devono sommare i tempi necessari agli spostamenti da e per il luogo di lavoro: un altro paio d’ore di media) restano, per l’appunto, le famose 6 ore di vita “vissuta”. Le 6 ore di vita “vissuta”, quindi, sono destinate ad assottigliarsi ulteriormente e ci si trova di fronte ad un bivio: vale davvero la pena vivere solamente per lavorare, o, invece, si dovrebbe lavorare (q.b., come nelle ricette di cucina) per vivere bene? Alla domanda “chi sei?” la maggior parte delle persone risponde mettendo, al primo posto, la propria professione. La maggior parte del nostro tempo infatti, lo passiamo lavorando: per molti lavoratori non c’è tempo per fare altro. Non facciamo più un lavoro, noi siamo un lavoro. Prendiamo parte alla vita solo con il nostro lavoro, e tutto quello che facciamo è collegato al nostro lavoro. E se la cava bene chi fa il mestiere che gli si addice, chi fa il mestiere che ha scelto, quello che ama. Per gli altri? Ma non finisce qui. Arriviamo a scoprire, infatti, che Pavese, con la sua raccolta di poesie “Lavorare stanca”, era stato piuttosto profetico. Da un recente studio pubblicato sull’American Journal of Epidemiology dai ricercatori dell’Institute of Occupational Health di Helsinki emerge chiaramente che trascorrere molte ore a lavoro produce effetti negativi sulle performance cognitive delle persone di mezza età. Nel corso dei test a cui sono stati sottoposti dai ricercatori, i soggetti che svolgevano più ore di lavoro evidenziavano minori capacità di ragionamento, di analisi logica e una ricchezza lessicale inferiore rispetto a coloro che lavoravano meno ore. Secondo i ricercatori lo studio ha evidenziato la correlazione esistente tra un`eccessiva quantità di lavoro – dovuta a orari prolungati o straordinari piuttosto frequenti – e un declino delle capacità cognitive nei lavoratori di mezz`età. Dunque lavorare troppo e per troppo tempo può nuocere al cervello. Il lavoro, se da un lato nobilita l’uomo come tiene a sottolineare qualcuno, dall’altro lato, se in eccesso, arriva a debilitare cognitivamente gli “stakanovisti” della seconda età. La “missione dell’efficienza” finisce per compromettere l’esistenza extralavorativa, le amicizie, gli affetti, il tempo libero: la vita stessa. Esistono, poi, due categorie di novelli Stakhanov: chi è costretto a lavorare molto per mantenere un tenore di vita accettabile e, su di un altro filo che viaggia parallelamente, chi deve, come imperativo personale, lavorare troppo. Stiamo parlando dei cosiddetti “workaholic”, i lavoratori maniacali, un disturbo ossessivo-compulsivo che si manifesta attraverso richieste auto-imposte, un’incapacità di regolare le proprie abitudini di lavoro ed eccessiva indulgenza nel lavoro fino all’esclusione delle altre principali attività della vita. E’ di un paio di giorni fa la notizia di una donna statunitense di 51 anni morta seduta alla sua scrivania. I suoi colleghi la ricordano così: “Lavorava sempre, senza un attimo di pausa”. Non dovremmo, secondo voi, essere in grado di vivere lavorando la metà del tempo, per poter invece lasciare spazio a tutti gli altri aspetti della nostra vita? Insomma, lavoriamo per vivere o … viviamo per lavorare?

70 pensieri su “Perché dobbiamo per forza lavorare, per vivere?

    • Diego

      Assolutamente no. E’ realismo. Oramai bisogna fare i conti con il fatto che i tempi sono cambiati e il sistema ci ha resi dei robot. Il tuo è un bell’articolo, e tutti noi dovremmo capire che se smettessimo di botto tutti assieme di lavorare così tanto, si potrebbe comunque vivere serenamente e in armonia, relegando la ricerca dell’eccellenza alle nostre vere passioni.

      • gab

        Ho 38 anni e è da quando avevo 16 anni che ho capito che c’era qualcosa di sbagliato in tutto questo.
        Bastava vedere le facce allucinate e notare il corri corri di genitori o adulti per capire che ciò non era corretto.
        Capisco anche che ci sono persone che non hanno avuto la fortuna di scoprire che fuori dal lavoro c’è un’altra vita, vuoi per mancanza di insegnamento, vuoi per pigrizia o chiusura mentale.
        Allora aggiungo che queste persone possono pure lavorare 24h al giorno, ma lo Stato e la società moderna, deve permettere di vivere anche non lavorando o facendo un part-time! Non chiedo di andare in giro con un mercedes se faccio un part-time, quello lo lascio alla categoria di chi sceglie il full-time e la carriera.
        Mi accontento di avere una vita dignitosa ecco, questo si. Nel 2016, me lo aspetto da chi decide, da chi governa, da chi fa le leggi. Forse uniti insieme ci possiamo far sentire? Bah, ho una minima speranza di questo!

  1. Martina

    viviamo per lavorare senza dubbio non si potrebbe altrimenti. viviamo per pagare conti, tasse, come si può fare questo se non lavorando tutto il giorno? non mi ricordo in quale altro post avevamo già affrontato un tema affine a questo e avevo detto che una possibile alternativa sarebbe una società mutualistica…ma quanto è difficile realizzarla??? ci vorrebbe tanto tantissimo coraggio, però sarebbe LA soluzione: si vivrebbe per vivere e il lavoro rappresenterebbe solo una condizione per il sostentamento, ma non il centro della vita.

    • Savio

      sei il primo esempio all’ostacolo di cio che hai detto… se pensi sempre cosi che non si puo realizzare e stai ferma allora non si realizzera mai, ci vogliono sacrifici e i primi che comincieranno ad opporsi sono quelli che subiranno il peggio, ma lo subiranno per un futuro diverso nei prossimi tempi, quindi se dobbiamo farlo sappiamo che ci perderemo ma altre persone in futuro ci guadagneranno quinsi e come andare in guerra per il futuro e la liberta dei nostri figli…

  2. SImone D'. (Eddie)

    Ottimo argomento, molto interessante direi. Effettivamente la vita è una sola, e si tende sempre a trascurare tutto (affetti, hobby, riposo ecc..) per il lavoro, la società odierna è troppo ossessionata dall’occupazione e soprattutto dalla ricerca di un’occupazione. Per carità nessuno dice che non bisogna lavorare anzi nei giusti modi, orari e nelle giuste condizioni lavorare fa bene(ed è anche un diritto), e non solo alle tasche, però forse se non ci fosse questa frenesia questa ossessione al progresso a fare sempre di più, la clausola del:” produrre di più, più velocemente e al minor costo” dettata ovviamente dai tempi del consumismo sfrenato, questa è a mio avviso la vera mannaia della società, che impone ogni giorno pessime condizioni di lavoro, tempi lunghi e stress continui per cui uno a 50anni (ma anche prima) è già da buttare via.
    Tutto ciò si riversa pesantemente sul welfare, il benessere deve tornare ad essere un parametro principale e prioritario, si ridurrebbero i casi di depressione, di suicidio, di dipendenza.
    La soluzione è chiara a tutti, ed è : “diamoci una calmata!” semplice per definizione, ma difficile da applicare fino a quando si permetterà a certi squali(che poi sono quelli che lavorano meno)
    di gironzolare gravosamente tra economia lavoro e quindi società.
    La concorrenza, il capitale, la velocità di produzione, sfruttano solo risorse umane, e del pianeta, bruciando il tempo di vita che in fondo andando a stringere credo sia l’unica vera cosa che conti.

    p.s. adesso qualcuno venga pure a dirmi che sono un grigio comunista utopico, però non credo di avere tutti i torti, o sbaglio!?🙂

  3. Davide Dl

    Il problema del “vivere per lavorare” a mio avviso ha una grande rilevanza ma sfortunatamente penso che non si possa trovare una soluzione positiva, almeno non con questo sistema economico…Sfortunatamente è molto difficile che il sistema economico crolli del tutto e venga sostituito.

  4. Pietro

    @ Simone:sei solo un grigio comunista utopico!!!

    @Martina: nessuno ci obbliga a lavorare tanto, bisogna solo vedere quali sono le nostre aspettative, esigenze. Se si abbassano quelle si può anche lavorare meno…ma è proprio questo il punto, tutti dicono che si lavora troppo, ma tutti vogliono i vestiti belli, la macchina, le vacanze…e allora non è una questione così inestricabile, vuoi tanto lavori tanto, vuoi poco lavori meno…

  5. Carolina :)

    @Pietro: un padre che lavora tanto per mantenere la famiglia in che categoria rientra, secondo la tua logica?

    Se vuoi tanto lavori tanto, se vuoi poco lavori poco … questa frase rispecchia molto molto poco la realtà odierna.

  6. Pietro

    @ Carolina:

    Un padre è uno che ha scelto…se non aveva voglia di lavorare poteva non fare figli, mica è necessario!
    Una volta che hai scelto di avere una famiglia lo hai fatto anche in funzione di quello che comporta.
    E poi credimi, ti potrei fare 1000 esempi sulla veridicità della mia frase, basta usire dalle solite convenzioni e guardare le cose in maniera più estrema

    • Hey Jude

      Concordo con Simone. La scia del consumismo aumenta la frequenza dell’attività lavorativa, stravolgendo il medesimo assetto vitale del lavoratore. La dipendenza o meno del l’uomo dal lavoro o meglio, il capovolgimento del rapporto uomo-lavoro rimanda come ha già detto Simone allo sviluppo di una società di tipo nuovo risalente addirittura al quarto e terzo millennio a.C.: dall’antico complesso neolitico sorse un diverso tipo di organizzazione sociale non più “democratica” basata su un intimo rapporto di vicinato e sul consenso, ma autoritaria e controllata da una minoranza egemonica. Si riscontra da qui un’accumulazione di surplus di gran lunga superiore ai tempi addietro e questo surplus non fungeva più semplicemente come riserva di cibo per i tempi del bisogno o per l’eventuale crescita demografica, ma diventava capitale da usare per una produzione in espansione. La possibilità di coercizione è una delle basi sulle quali si fonda il potere dell’ élite dominante, ponendosi a rappresentazione di un’intera volontà sociale. Quando il surplus aumentò poté essere usato per uno scopo completamente nuovo: la possibilità di nutrire persone che non producevano direttamente il cibo. Più si aravano i campi più si poteva produrre surplus. L’uomo poteva adesso essere usato come strumento economico, poteva essere sfruttato e reso schiavo. Il surplus si trasforma quindi in capitale. Ecco il punto di partenza della divisione delle classi sociali dove quelle privilegiate pretendevano una parte sproporzionata della produzione, un tenore di vita precluso. Prescindendo dalla parte sociale, vi sarebbe un discorso infinito sulla differente posizione assunta dall’uomo oltre che dal lavoratore, la società capitalistica ha favorito la cosiddetta “alienazione” di cui parla sagacemente Marx e secondo cui “non si lavora più per vivere, ma si vive per lavorare”. Nel caso degli operai, egli vede il suo prodotto ergersi come una potenza estranea contro di sé. Lavorare diventa privazione e perdita.
      Non era necessario probabilmente risalire al neolitico per spiegare fenomeni che tanti di voi conoscono sicuramente meglio di me, ma credo che tutto parta da lì e credo sia fondamentale che il problema del lavoro si risolva sul piano pratico partendo proprio dal significato più profondo della parola “lavoro” ma soprattutto considerando le possibilità umane e il principio di uguaglianza.

    • Carolina :)

      “Un padre è uno che ha scelto…se non aveva voglia di lavorare poteva non fare figli, mica è necessario!”, un po’ semplicistico, non trovi?

  7. Pietro

    @Carolina:

    Semplice, più che semplicistico…

    Cmq no, non è semplice scegliere di seguire il proprio istinto quando i modelli sono altri…nessuno sceglie più di lavorare la terra, nessuno sceglie più di fare lavori manuali, certo meno intriganti forse, ma sempre di grande dignità, perchè nessuno pensa che potrebbe sostentarsi con qualche animale un orto e poco altro? E quindi lavorare il minimo indispensabile?
    Perchè vogliamo tutti “rompere i coglioni” dicendo che il lavoro è duro, è troppo, però non vogliamo rinunciare a nulla, anzi ci scegliamo delle vite che vanno proprio in quella direzione?…vedi è semplice

  8. Carolina :)

    Non è realistica la correlazione tra LAVORARE TANTO e GUADAGNARE TANTO.
    Se così fosse sarei d’accordo con Pietro. Lavori 5 ore e guadagni tot, se lavori il doppio guadagni il doppio. Quindi chi lavora tanto lo fa perché vuole guadagnare tanto. Ma vi sembra che sia così, adesso?

  9. Pietro

    @Luigi: naturalmente era una provocazione…ma volevo sottolineare che non si può godere dei benefici della modernità per poi sputtanarli appena se ne pagano le conseguenze, che siano in campo lavorativo oppure in altri ambiti della vita.

    Io mi tengo la competizione, la voglia dell’uomo di progredire e di guardare sempre avanti…

  10. ma se la competizione, messa così, porta alla morte d’inedia, forse è arrivato il momento di cambiare sistema… perché francamente inizia a fare abbastanza schifo… gente che muore “di lavoro” seduta alla scrivania il venerdì e viene trovata solo il lunedì dopo dall’impresa di pulizie, nella più totale indifferenza degli altri colleghi… l’altro giorno in cina un tizio (probabilmente un hikikomori) è morto in un internet point dopo che per tre giorni di seguito era rimasto incollato al monitor “drogato” da un gioco online… per 60 ore non s’era alzato né per bere, né per mangiare, né per pisciare… questi casi sono tutti frutto della tua tanto amata competizione, una competizione malata e votata al profitto, che nulla ha a che fare con la voglia dell’uomo di progredire e guardare avanti…

    • Pietro

      Ma mi spieghi chi o cosa ha obbligato le persone da te citate a fare quei gesti?
      Non credo che non ci sia più la possibilità di scelta, cosa che a quanto sembra secondo voi non è più consentita, se il cinese è rimasto lì incollato, è un suo problema o è la società da voi tanto disprezzata ad averglielo imposto?

      Il succo della questione sta tutto quì, se crediamo di non essere più in grado di poter gestire autonomamente le situazioni che la vita ci offre allora è grave, se poi ognuno ancora riesce ad agire liberamente anche in mezzo a questa società allora il problema è dei singoli e lì c’è poco da fare

      • beh, gli hikikomori sono quelli che, se entrassimo in un’ottica lavorativa giapponese o asiatica, chiameremmo “rifiuti della società”… sono quelle persone che, arrivate a trent’anni, non hanno trovato lavoro, non hanno terminato gli studi, non hanno alcun progetto per il futuro e, all’interno di quella che tu chiami competizione, loro sono i perdenti (visto che ci sono, consiglio il manga Welcome to NHK, davvero carino ed “educativo”)… quindi sono a pieno dei prodotti della società consumistica in cui noi viviamo e, proprio perché la viviamo, possiamo permetterci il lusso di contestarla ed anche di sputarci sopra… di certo non potrebbero farlo dei neanderthal😉
        nel caso del cinese, come della statunitense, credo che sia proprio questa competizione falsata, questa competizione che ha come unico obiettivo l’aumento dei guadagni (ed allora non è più competizione sana, tesa allo sviluppo dell’uomo, è giusto una gara a chi riesce a mettere da parte più soldi, inculando tutti gli altri), a provocare questi comportamenti e questi “risultati”: il cinese si vedeva escluso da tutto e l’unico rifugio era un mondo virtuale nel quale poteva sentirsi veramente realizzato; la donna degli stati uniti era, come detto da carolina, una “workaholic”, una lavoratrice “seriale”, con dei disturbi psichici magari “affini” a quelli di un killer seriale… solo che in questo caso era portata, invece che a distruggere gli altri, ad autodistruggersi, come purtroppo è successo… anche lei, in fondo, è stata un prodotto della società moderna… della produzione e del consumismo sfrenato, senza limiti…
        le possibilità di scelta magari ci sono, ma solamente sono ristrette, magari non al dualismo se lavorare o meno come detto nell’articolo, ma di certo tutto resta in quell’ottica: ci si muove tra due estremi ben definiti: dobbiamo decidere, ad un estremo, se vogliamo vivere all’interno della società consumistica moderna, e quindi lavorare per poter essere “ben accetti”, oppure se essere dei rifiuti della società e vivere come l’hikikomori cinese (ma in questo caso potrebbe anche essere giapponese o chissà di quale altra nazionalità, non sai quanti ce ne sono) e trovare rifugio in un mondo altro da quello reale… e non per scelta nostra, ben inteso…

  11. antonio

    Le persone che vogliono un lavoro equivalgono alle alle persone che si lamentano del proprio lavoro. Ma poi, quando il contratto scade o quando si incappa in un mese in cui le vendite sono basse, si recrimina e ci si auspicano più clienti. E allora io dico che le 6 ore di vita vissuta non sono 6 ma il più delle volte sono 14 ore di vita vissuta, perchè se un operaio finisce un intonaco, un medico cura un paziente, uno studente passa un esame il soggetto è cresciuto, è migliorato ed insieme a lui il mondo di cui quest’ultimo fa parte. Il lavoro non è tutto, è vero è verissimo, ma è altrettanto vero che è molto più di come spesso viene rappresentato.

  12. Carolina :)

    Una persona che passa otto ore a lavorare, non è una persona che sta vivendo, è una persona che sta lavorando, punto. Le sei ore di vita vissuta sono quelle che si passano a fare quello che si ama. Se poi, il lavoro che si fa, è un lavoro amato, sono molto d’accordo, le ore diventano 14. Ma una persona che fa un lavoro stancante, magari meccanico, ripetitivo, non è una persona che sta vivendo, non c’è alcun dubbio.

    • antonio

      non tutti fanno quello che gli piace ma a chi si vuole far pagare questa colpa, se è effettivamente una colpa? il segreto sta nell’affrontare il proprio lavoro con serietà e spirito positivo, anche se è il lavoro più umile e stancante del mondo. Credo che siano in maggioranza le persone che si lamentano della fatica del proprio lavoro ma che senza di esso non saprebbero vivere.

    • antonio

      “Una persona che passa otto ore a lavorare, non è una persona che sta vivendo, è una persona che sta lavorando, punto.”

      ma non sono per nulla d’accordo. ma perchè il lavoro deve essere visto come un qualcosa che esula completamente dalla vita? quando una lavora se non sta vivendo, cosa sta facendo?

      Non capisco perchè per “lavoro” si debba intendere sempre qualcosa di negativo, di faticoso, di troppo…ma non avete mai conosciuto persone felici del proprio lavoro? non avete mai conosciuto persone che si divertivano a lavoro? non avete mai conosciuto gente che nei lavori estivi si è trovata bene, ha imparato nuove cose, è maturata? e questa se non è VITA come la devo chiamare???

      Dire che le 8 ore di lavoro sono ore di lavoro e basta è veramente spaventoso dal mio punto di vista!

  13. claudia

    Se io dovessi scegliere,cosa che ora ancora non mi compete nel pieno senso della parola, sceglierei di vivere per lavorare per vivere.La vita è fatta di obiettivi,di sfide, di crescita personale e sociale e sinceramente credo che lo studio e il lavoro contestualizzato nella società,in cui sono felice di vivere, sono tra i mezzi più importanti, e credo anche più interessanti, per riempire la vita.Una quotidianità fatta di 4 ore lavorative e 10 di libertà la troverei noiosa…è difficile secondo il mio punto di vista occupare dieci ore della tua giornata,ogni singolo giorno della tua vita,con hobby e attività extra-lavorative.trovo che sia molto più appagante godersi ore di riposo desiderate e meritate dopo un bel lavoro svolto che dia soddisfazione.

  14. Francesco Baratta

    @carolina:
    ci provo io a rispondere alla domanda finale del post. LAVORIAMO PER VIVERE. Nel senso che per alcuni il LAVORO E’ VITA, perché esplicano attraverso di esso la propria passione, ricercano in esso la crescita e il perseguimento di un obbiettivo (inteso nel senso più alto del termine). Per altri invece il LAVORO CONSENTE LA VITA, ovvero consente loro di guadagnare lo status (sociale, economico e familiare) necessario per coltivare le proprie passioni. E in tal senso la società odierna è la migliore in cui potessimo nascere e vivere. Oggi, più che ieri, vige il concetto che il LAVORO RENDE LIBERI di vivere, non solo di sopravvivere.

  15. Pietro

    Francesco Baratta :

    @carolina:
    ci provo io a rispondere alla domanda finale del post. LAVORIAMO PER VIVERE. Nel senso che per alcuni il LAVORO E’ VITA, perché esplicano attraverso di esso la propria passione, ricercano in esso la crescita e il perseguimento di un obbiettivo (inteso nel senso più alto del termine). Per altri invece il LAVORO CONSENTE LA VITA, ovvero consente loro di guadagnare lo status (sociale, economico e familiare) necessario per coltivare le proprie passioni. E in tal senso la società odierna è la migliore in cui potessimo nascere e vivere. Oggi, più che ieri, vige il concetto che il LAVORO RENDE LIBERI di vivere, non solo di sopravvivere.

  16. Rosa Luxemburg

    Sono d’accordo con Pietro quando dice che ognuno sceglie cosa fare della e nella sua vita, ma la felicità vera viene dal proprio essere, non dal lavoro,per questo non dovremmo trascurare noi stessi e chi ci circonda. Si lavora in primis per sopravvivere, perchè questo lo impone la società; poi si è liberi di vivere in strada, nella natura, ma chi lo fa? Vogliamo una vita agiata, e queste sono le conseguenze. Scegliere di costruire una famiglia comporta sacrifici, c’è poi chi lavora per la gloria personale e le ore lavorative diventano 16 invece di 8 e si finisce col trascurare anche se stessi, ma in ogni caso è la scelta che noi facciamo, perchè è quello che vogliamo, e questo dovrebbe farci stare bene, no? Se si ha la fortuna di fare un lavoro che piace e gratifica tanto meglio, sono d’accordo con chi dice che in questo caso andiamo ad accrescere ciò che siamo e la vita acquista anche un senso maggiore… L’importante però è, a mio avviso, ricordarsi di essere una persona; se ci chiedono chi siamo, noi non siamo il dottore, l’ingegnere, l’avvocato, l’operaio, ma noi facciamo questi mestieri. Perchè siamo persone. E a questo proposito vi lascio con una frase di Schopenhauer “Tutto dipende molto meno da ciò che si ha, o da ciò che si rappresenta, che da ciò che si è. La personalità è la felicità più alta:se il proprio sè non vale molto, allora tutti i piaceri sono come vini eccellenti in una bocca tinta di bile.”

  17. “Non dovremmo, secondo voi, essere in grado di vivere lavorando la metà del tempo, per poter invece lasciare spazio a tutti gli altri aspetti della nostra vita? Insomma, lavoriamo per vivere o … viviamo per lavorare?” […]

    Magari, il problema è, chi è disposto a pagare un operaio lo stesso tempo per metà ore lavorative? Si lavora per vivere, essere indipendenti, avere soddisfazioni etc.. se poi questo porta via 8 ore al giorno o più non credo sia propriamente una scelta, è chiaro che se tutti potessero ne lavorerebbero la metà.

    • Rosa Luxemburg

      Tutto giusto, tranne che tutti potendo lavorerebbero la metà del tempo… dipende davvero da come si vive la propria professione🙂

  18. Carolina :)

    E’ talmente radicato nel nostro modo di pensare, siamo talmente abituati a una vita lavorativa come quella che abbiamo, da non riuscire a guardare oltre.
    Io credo che se avessimo più tempo impareremmo molto bene come usarlo. Potremmo crescere ancora di più intellettualmente, potremmo dedicarci a molte altre attività, in questo modo crescere da molti altri punti di vista e non lasciare che la nostra crescita sia del tutto collegata a studio e lavoro.. intendo dire che a me piacerebbe scoprire cos’altro c’è..
    Il mondo di cui parlo nel post è un mondo in cui la normalità è lavorare metà del tempo e avere molto tempo libero, senza adesso considerare se l’operaio che lavora di meno guadagna lo stesso; è questo che intendo dire, come sarebbe un mondo in cui la normalità è lavorare 4 ore? Come impiegheremmo il nostro tempo libero? che potenzialità avrebbe? Perché credo che non tutti hanno capito il senso.. Qui il concetto di lavativi e grandi lavoratori non c’entra niente. E’ un altro il punto..

    • Rosa Luxemburg

      Con più tempo libero ci dedicheremmo a noi in misura maggiore, coltivando i nostri interessi, e ci concentreremmo di più sulla famiglia e sugli amici. E’ vero, mi è difficile pensarlo perché amo il mio lavoro, non mi risulta pesante, e nel lavoro ci sono la maggior parte dei miei amici; poi, non avendo un ragazzo di tempo libero per me ne ho fin troppo tra palestra, calcetto, concerti, volontariato, letture, film… una cosa assurda! C’è anche da dire che sacrifico un po’ le ore di sonno per tutto questo e che mi aspetta un futuro in cui dovrò tralasciare alcuni interessi, perché diventerà tutto più impegnativo, soprattutto se dovessi costruirmi una famiglia, ma al momento mi è difficile pensare a qualcosa che non mi appartiene. In ogni caso, non credo di non aver vissuto la mia vita e sono contenta di ciò che sono, quindi qualsiasi sarà la mia scelta non avrò rimpianti🙂

  19. antonio

    un mio caro amico dice che la frase “non c’ho tempo per…” in realtà non sussiste perchè se io nella vita amo una determinata attività, allora sarò io che troverò quello spazio necessario nel quale mi dedicherò alla mia attività preferita. Se non si ha tempo è perchè si è deciso di basare la propria vita su altre priorità.

    Personalmente, una vita con un lavoro dimezzato non mi farebbe bene, non mi farebbe apprezzare il tempo libero, i giorni in cui si è senza fare niente per cause di forza maggiore (fine sessione esami) ecc. Sarà che anche se ci lamentiamo sempre, il mio “lavoro” mi piace molto!!

  20. Carolina :)

    Io nel mio post, parlavo di lavoratori, non di studenti, e per quanto studiare sia impegnativo e importante, per molti versi non può essere paragonato all’attività lavorativa.
    Se una persona lavora tutta la giornata, il suo tempo è finito! Le giornate sono di 24 ore, non inventiamoci che il tempo possiamo farlo uscire, se vogliamo!
    E distinguiamo tra chi non ha tempo e chi non vuole trovare tempo. Ce ne sono di persone come queste, ma non facciamo di tutta l’erba un fascio.
    @Francesco:
    per alcuni versi sono d’accordo con te. Fatte le dovute eccezioni, e ce ne sono molte, è vero che alcuni lavorano per vivere; per altri non è così. A volte si è talmente stanchi dopo una giornata lavorativa, da voler soltanto starsene un po’ a riposo, e che sia chiaro, questo non è da condannare.
    Io sono sicura che, se le giornate lavorative fossero normalmente di 4 ore, il mio tempo libero lo impiegherei in mille cose che mi piacciono, riscoprirei alcune passioni a cui vorrei dedicarmi ma che non potrei fare se lavorassi tutta la giornata, e allora il mio lavoro sarebbe un normale mezzo di sostentamento e non la parte centrale della mia vita.
    E poi scusate, ma solo mio padre lavora 8 ore al giorno? io ieri gli ho chiesto se a lui piacerebbe lavorare di meno, e mi ha risposto: il lavoro che faccio è un lavoro stancante, e se potessi avere più tempo mi potrei occupare della campagna e avere anche il tempo per stare un po’ con voi e riposarmi un po’.
    Non mi sembrano le parole di chi non c’ha voglia di fare niente..
    Che vita è quella di una persona che torna a casa tardi la sera e la mattina ricomincia con la solita routine di 8 stancanti ore lavorative?

    • Francesco Baratta

      @carolina & OtherSpeculators [spero cogliate l’ironia e nient’altro]:
      (per quel che mi riguarda) Non ho mai pensato che siano ragionamenti da lavativo, piuttosto che sono espressione di un desiderio irrealizzabile. Lavorare meno è possibile, riducendo i propri standard di vita… Tutte le restanti supposizioni (lavorare 4 ore e mantenere lo stesso standard) sono soltanto speculazioni (nel senso filosofico del termine, ovvero di ragionare senza alcuna corrispondenza empirica). A questo punto sarebbe interessante sapere quale ipotetico modello civile ed economico, secondo voi, potrebbe supportare tale utopia (e usando questo termine dico che sarebbe anche bello poterla raggiungere). In effetti non ve n’è traccia ne nel presente e tanto meno nel passato… quando si lavorava 12-14 ore nei campi per sopravvivere, ammesso che ci si riuscisse…

    • antonio

      vb va…lasciamo perdere, mi arrendo al continuo generalizzare di ogni cosa. Penso solo che se un qualcosa ti piace e non puoi farne a meno, lo trovi il tempo per farla quella attività. Se non la fai perchè il lavoro ti prende 15 ore è semplicemente perchè il lavoro viene considerato più importante. Non vedo grandi differenze tra un lavoratore e uno studente che vede lo studio come un lavoro, non credo che lo studio non possa essere paragonato al lavoro, anzi! la giornata dura 24 ore e se hai voglia di fare le cose sei attivo 20 ore, sennò ti rilassi come dici tu! cmq siamo proprio su sue mondi diversi!

      • «Prendiamo ora in considerazione l’opposizione otium-negotium. La prima parola è più antica della seconda. All’inizio c’era l’otium, la vita tranquilla ed esente da ogni tipo di impegno, i giorni beati, gli otia dia che Virgilio descrive nelle Georgiche (vv. 490-528); però – sempre secondo il racconto mitico virgiliano – dopo Saturno, re agricoltore e non solamente pastore, il Lazio conosce un lavoro forzato e tirannico, che si chiama negotium (legato perciò allo sviluppo dei bisogni e dei mestieri agricoli, successivi alla civiltà pastorale). Quest’ultima parola è nata, per calco, dal greco ascholía (occupazione) con alfa privativo (alla quale, in latino, corrisponde il prefisso neg-), che si oppone a scholé (tempo libero, ozio), equivalente al latino otium. Ma, mentre i negotia, almeno fino all’epoca di Cicerone (I sec. a. C. ), hanno un valore incontestabile, rivestiti di un senso morale di “dovere”, al contrario, nella letteratura greca, in Platone come nei testi degli epicurei, le ascholíai sono delle situazioni importune, fastidiose, e la scholé rappresenta invece un valore assoluto per l’umanità. Del resto, la coppia latina otium-negotium si avvicinerà gradatamente a quella greca scholé-ascholía, fino a corrispondervi perfettamente con Seneca e con le sue Lettere a Lucilio (siamo nel I secolo d. C. )»
        cito da un sito internet solo per ricordare che gli anni d’oro dell’impero romano furono quelli nei quali l’otium creativo ebbe “la meglio” sul negotium, sul lavoro a tutti i costi… l’ozio, o otium che dir si voglia, non deve essere visto sempre in contrapposizione a produttività; otium non è sinonimo di fancazzismo come qualcuno vorrebbe far credere… l’otium è anche uno dei modi che abbiamo per produrre, per elevarci, moralmente ed intellettualmente… E per concludere con il Seneca del “De Brevitate Vitae” «soli fra tutti, sono gli ‘oziosi’ quelli che dedicano il tempo alla saggezza, solo essi vivono»

  21. Carolina :)

    Il mio intento, in questo post, era la speculazione; immaginare una realtà diversa e tutte le possibili conseguenze.. e sarebbe interessante approfondire quello che dici anche tu, quale modello civile possa supportare questa fantasia..
    Credo però che per parlare di queste cose occorra uno sforzo di immaginazione molto forte, che vada al di là della realtà e sia senza vincoli con essa..
    Per gli “stakhanovisti” di PF: una frase di Battiato diceva “Si salverà chi non ha voglia di far niente e non sa fare niente.. perchè le trombe del giudizio suoneranno per tutti quelli che credono in quello che fanno..”😛😛😛
    RELAAAAAAAAAAAAX!

  22. Pietro

    @ Luigi: aldilà dalla fortuna/sfortuna che uno ha nella vita credo che il fatto che la società produca vincitori e vinti sia fisiologico nella natura umana.

    I casi da te presentati sono una parte della medaglia di questa società, una società che, mentre produce casi patologici di inettitudine alla vita regala anche molte eccellenze nelle varie sfere della scienza del sapere e della società in generale.
    Si potrebbe disquisire all’infinito sulle opportunità che potrebbero aprirsi nel caso in cui tutto cambiasse e ti giuro che è una prospettiva che mi affascina(https://puntofuturo.wordpress.com/2010/07/28/siamo-piu-stupidi-delle-lumache/), ho letto molto sulla decrescita, sul vivere lento e sul “mondo ridotto a mercato”, sono tutti punti di vista originali ed intriganti quanto irrealizzabili e bizzarri. Certo ne va tenuto conto ma bisogna prendere quel poco che è possibile prendere, per il resto restano bei pensieri a volte pieni di ipocrisia.

    La mia visione del lavoro tuttavia rispecchia molto quella già descritta da Antonio e Francesco quindi non mi dilungherò su questo.

    Concludo citando una frase che forse rende ancora meglio la mia visione del lavoro come forma assoluta di spinta rivoluzinaria verso il cambiamento:

    “Il vero Paese è quello che ci costruiamo con il nostro lavoro” Giorgio Ambrosoli

    • birindolle

      ciao a tutti .
      una risposta per tutti .
      GIORGIO AMBROSOLI percaso lavora 16 ore in mare a salpare reti o su camion dove non puoi nemeno andare in bagno e altri 1.000 lavori cosi .
      forse sarebbe meglio costruire con materiali più duraturi dove il consumismo non andrebbe avanti è.
      Una cultura più umanistica che rispetta la natura .
      è possibile ma non interessa
      meglio stare dietro una o più birra seduto e fare frasi senza senso .
      AMBROSOLI a lottato ma non per fare aricchire le multinazionali che ti sfruttano .
      Ricordiamoci che 8 ore di lavoro nel 2016 non sono uguali al 1980 le macchine sono 10000 volte più veloci.

  23. vedi pietro, il fatto è che la società attuale ha ribaltato completamente il senso per cui, migliaia e migliaia di anni fa, scimmioni parlanti furono portati, dalla selezione naturale e culturale, ad aggregarsi in gruppi molto più ampi del normale: ottenere protezione dai pericoli esterni (altri animali o anche altri uomini) e darsi delle leggi, e di conseguenza diritti, affinché tutti potessero essere in una qualche maniera tutelati… la società attuale, invece, mi sembra tanto quella dell’homo homini lupus di hobbesiana memoria… in cui vige la massima “ognuno per sé e dio per tutti”… a sto punto tanto vale la pena non essere più aggregati in società e tornare ognuno per fatti suoi… perché, come dici, quei casi sono sì una faccia della stessa medaglia, ma il fatto che è una medaglia strana, con una faccia (quella dei casi “sfortunati”) che è molto ma molto più grande dell’altra che come dici produce delle eccellenze… perché, è bene sottolinearlo, noi possiamo mantenere determinati standard di vita, non perché lavoriamo 4,6,8, 10, o 14 ore al giorno, ma perché in indonesia, cina, etcetc ci sono bambini che lavorano anche 18 ore al giorno per un dollaro come paga quotidiana… il nostro benessere posa minimamente sui nostri sforzi e molto più sulla sofferenza della stragrande maggioranza della popolazione mondiale… e questo credo sia il caso di non dimenticarcelo.. a sto punto, vale davvero la pena mantenere in piedi sta società?
    Per quanto riguarda la decrescita felice, pure non avendo letto molto di Latouche (solo pochi estratti della Sfida di Minerva e più di qualche anno fa), ma non è che ci creda poi così tanto… anche perché, per quanto mi possa stare simpatico il sergio, scrive praticamente un libro l’anno e ne venderà a carrettate… e non mi pare d’aver sentito che faccia vita d’eremita donando tutto in beneficenza a chi ne ha maggior bisogno… quindi, viva la decrescita felice, ma se comprate i miei libri sono ancora più felice😛 sono idee affascinanti senza dubbio, come per me possono essere affascinanti, riviste e contestualizzate, le idee che un certo Karletto metteva in giro un 150 anni fa🙂

    • Pietro

      Si sono d’accordo con gran parte delle cose che dici, è vero che la nostra ricchezza proviene dalla miseria di altri e capisco quanto io o tu siamo stati fortunati a nascere in questa parte del mondo…
      Però la mia utopia è di un altro tipo, si fonda su un principio semplice nella sua rappresentazione diretta ma impossibile nel concreto, il rispetto della persona e delle libertà altrui, che poi sono le stesse nostre, al di sopra di ogni cosa.
      Se la libertà di scelta in tutte le sue forme fosse consentita a tutti, ci sarebbe sicuramente un livellamento della ricchezza, ma è allora e solo in quel momento che si potrebbe realizzare la società fondata sul merito, quella società in cui chi più lavora più guadagna, chi più si impegna più raggiunge, dove solo le condizioni di partenza debbono essere le medesime per tutti.
      Ora però veniamo al concreto, il fatto di elaborare la soluzione ultima, la teoria del tutto da applicare alla società di oggi è solo una bella e flebile utopia.
      Oggi il mondo è così, giusto o sbagliato che sia, quindi cerchiamo di dare una prospettiva realizzabile nei fatti. Quello che più mi preoccupa oggi è l’ipocrisia degli uomini. Tutti ti diranno:”si il mondo non va, poveri bambini” ma poi chiedigli se comprano dai cinesi o se pagherebbero di più per le stesse cose prodotte in modo diverso, molti diranno si….e lì in gran parte c’è l’ipocrisia.
      Quindi dove sta la soluzione? Non lo so, so solo che con il buon esempio, cercando di essere incorruttibili e ricordandoci sempre che ogni volta ci è concessa una possibilità diversa potremmo fare del nostro, dare un contributo, piccolo ma significativo.

      P.S. Ma il Karletto è Ancelotti? Si, anche io lo adoro…ahhaha

  24. Matteo90

    Bisognerebbe analizzare più attentamente il detto ”il lavoro nobilita l’uomo” ( ..”ma lo debilita anche”, recita qualcuno ), sforzandosi di trovarne all’interno un valore fisio-antropologico.
    Lavorare è sia un’esigenza finalizzata alla ricerca di uno stato di equilibrio ( una sorta di omeostasi dell’individuo ) che, al tempo stesso, una condizione vincolante, schiacciante, annichilante. Nella cerchia degli Stakanovisti inserirei non due, bensì tre categorie : Esiste lo stakanovista obbligato dalla lotta per la sopravvivenza sociale, quello che ha piacere nel coltivare il proprio mestiere senza tuttavia piombare nell’alienazione, e quello che soffre dalla patologica di Dipendenza da lavoro ( Workaholic ).
    Rispettivamente, quindi, c’è chi lavora per a) necessità, per b) piacere e c) per malattia.
    La sottile linea di confine tra lo stakanovista ”b” e quello ”c” è facile da varcare. Spesso diventa una trasformazione quasi automatica, forse perché si attribuisce alla propria carriera il sinonimo di ”via di fuga”, di soluzione iper compensatoria a circostanze ( famiglia, relazioni.. ) che deficitano o che non si vogliono affrontare. E’ da qui che comincia un circolo vizioso a feedback positivo ; lavorare per stare meglio –> stare peggio –> lavorare per stare meglio, etc. etc. . La malattia si risolve quindi in un processo incontrollato e difficilmente frantumabile.
    E’ la parola ”basta”, è l’atteggiamento negativo che discrimina le due categorie. Finché si è in grado di compiere scelte autonome, possiamo presumere che esista lo stakanovista in grado di condurre una vita professionale in maniera sana e produttiva.
    La categoria ”a” è quella che probabilmente più ha stravolto il mondo lavorativo moderno ; quando non vige l’autodeterminazione, quando la possibilità ( sgobbare per raggiungere uno stato di salute psico-fisica ) viene sostituita dalla restrizione ( sgobbare per sopravvivere ), ci si chiede davvero se si stia vivendo per vivere o se si stia vivendo per lavorare. Forse è una condizione simbiotica, un rapporto di reciproca inclusione ed esclusione.
    E se davvero esistessero le famose ”sei ore di vita vissuta”, in cosa ci identifichiamo per il resto del tempo?
    Guardiamo indietro : C’è chi è schiavo (”a”), chi è autonomo (”b”) e c’è chi è degente (”c”).

  25. Matteo90

    correggo degli errori di distrazione (😛 ) :

    *(..) e quello che soffre dElla patologica ..”
    *(..) ci si chiede davvero se si stia LAVORANDO per vivere o se..”

  26. loris

    downshifting
    leggiamo il libro di Simone PErotti: “Adesso BAsta”.
    Magari possiamo illuminarci…magari.;-)

    siamo tuitti schiavi che ci piaccia o no, la rivoluzione è SOLO personale per riprendere il nostro tempo, tanto tra 60 anni non ci saremo più, cosa abbiamo lasciato? un mucchio di carta d’ ufficio, che non serve?!
    La nostra vita è adesso, la vita è stupenda, pare stupido essere ricnhiusi per così tanto tempo in uffici fabbriche negozi, del nostro tempo migliore della vita.
    A meno che non sappiamo cosa fare del nostro tempo, allora significa essere personedi poco spessore..

  27. anonimo

    io preferirei restare anonima.
    il mio partner dice che lavorare e’ bello, ma avere un impiego regolare stanca, cosi’ preferisce lavorare come freelance per qualche mese quando non ha soldi, e poi smanettare a casa ad alcuni suoi progetti che pero’ non rendono soldi (per adesso).
    col risultato che non paga l’affitto e che tutte le spese spettano a me, che ho un lavoro fisso.
    in piu’ non puo’ venire in vacanza (ha rifiutato quando mi sono offerta di pagargli tutto) e preferisce non partecipare a cene o uscite fuori perche’ gli fanno perdere i soldi.
    ha 37 anni e ha sempre vissuto cosi’ quindi mi sembra chiaro che non abbia un soldo in banca e nemmeno un piano pensionistico.
    la cosa strana e’ che quando lavora guadagna molto, com’e’ successo ultimamente, e ha ripagato il debito di oltre 8000 euro (tra affitti, spese e soldi prestati) che aveva con me.
    pero’ il debito in termini di tempo lui non lo considera: per esempio, il fatto di non potersi permettere una casa decente perche’ solo io guadagno, il fatto di non andare in vacanza o doverci andare da sola perche’ lui non ha soldi..
    non so, lui dice di essere piu’ felice cosi’. io di sicuro non lo sono.
    magari io sono superficiale ma partecipare alla vita sociale e fare delle vacanze mi sembra legittimo, e mi piacerebbe farlo con il mio partner.
    mi ha proposto di lasciare il lavoro e vivere come lui godendomi la vita, ma credo che non potrei farlo perche’ dovrei rinunciare a troppo. per fortuna il mio lavoro mi piace molto e guadagno molto bene, quindi non e’ un peso per me.
    il problema non sono solo le vacanze e la vita sociale, e’ proprio come lui vede il mondo e il futuro.. non riesco a immaginarmi di fare un figlio con una persona che prende tutto alla leggera (e siccome ho 30 anni penso che sia arrivato il momento di pensare anche a queste cose)..
    non so.
    faccio male a chiedergli di lavorare e contribuire alle spese?
    faccio male a chiedergli di pianificare di piu’ e mettere la testa a posto?
    lui dice che sono una persona stressante e che mi preoccupo troppo per il futuro, ma mi sembra di essere quella piu’ “normale” della coppia.
    e lo faccio anche per il suo bene, perche’ a 37 anni senza aver mai pagato contributi non prevedo un futuro roseo..

  28. Anonimo

    beh…magari sarebbe interessante trovare un giusto equilibrio tra te e lui. Tu lavorare un po’ meno e lui un po’ di più. Il problema è che non si puo’ biasimare che oggi non vuole partecipare alla vita sociale fatta di un livello così basso intorno a noi. Ci hanno educato ad essere un tipo di massa quasi aberrante e fastidiosa e chi sente questo intorno a sè ha come un moto di rigetto. Non è pazzo, ha solo una sensibilità maggiore nel percepire cose che gli altri non percepiscono e che a volte proprio non percependole fanno si che la società accettando alla fine tutto di buon grado vada ogni giorno sempre più alla deriva. Chi punta i piedi e dice non ci sto andrebbe acoltato di più…capite le sue ragioni e visto il mondo dal suo punto di vista perchè proprio lui ha una porspettiva e una capacità di analisi che altri non hanno e che invece puo’ essere un grande valore al nostro fianco…

  29. Stepchild of Society

    Basterebbe aguzzare l’ ingegno e iniziare a pensare a come rendersi INDIPENDENTI dalla società. Per esempio il cibo che mangiamo invece che prenderlo al supermercato che non si sa neanche da dove viene e ne come l’ hanno prodotto (gastriti in aumento in questi anni) imparare di nuovo a coltivare in serra cercando spazi che spesso vengono dati anche gratis (orti sociali) e imparare a cucinare, no prendere robaccia precotta e surgelata. Purtroppo nelle città in cui viviamo la terra che ci ha sempre donato tutto gratuitamente è sommersa dal grigio cemento sporco di cacche di cane, cicche e gas di scarico maleodoranti, meglio andare a vivere dove c è più verde possibile. Ormai siamo ridotti a meri schiavi consumatori psicopatici pieni di odio confusi e SOLI grazie a questa bella società che apparentemente può sembrare un evoluzione ma alla fine indebolisce noi stessi e il pianeta e lascia sempre meno in eredità ai nostri figli (sempre che ce li possiamo permettere….).
    Quando finisce il petrolio che si fa? ci riscaldiamo e mandiamo le auto col plutonio? Ragazzi quì mi sa che bisogna tornare indietro per andare avanti.. Comunque ritornando al discorso del lavoro, adesso faccio un esempio prendendo una cosa a caso: se io voglio un tavolo devo andare a lavorare e con i soldi comprarmene uno (fatto in modo che prima o poi si deve rompere grazie alle leggi di mercato) ma se dall equazione tolgliessi il denaro con il quale hanno comprato il mio lavoro e il tavolo me lo faccio da me ottengo: un aumento delle mie capacità personali perchè ho imparato a farmelo e in più verrà fatto in modo che duri molto tempo. Voi direte giustamente: sì ma se uno non ha la minima idea di come fare un tavolo? Se lo deve comprare per forza andando a lavorare.. Ma alla fine quelle ore di lavoro che hanno dato la possibilità a te di comprare il tavolo, al tuo capo gli hanno dato la possibilità di comprarsi una macchina, e più su, allo stato hanno contribuito a far ingrassare qualche parlamentare o qualcun altro della stessa categoria, e alla comunità non ne è venuto NIENTE, anzi, Il prodotto del tuo lavoro, magari lavoro in fabbrica fatto però con materiale tossico e scadente perchè quella cosa SI DEVE ROMPERE se no i soldi nn girano e così si creano rifiuti, rifiuti,sfruttamento ecc ecc (ci rendiamo conto?)..

    MA

    Se in una comunità tutti lavorassero per IL BENE DELLA COMUNITA’ allora io il tavolo nn lo so fare? Bene allora tu che vuoi un tavolo cosa sai fare? Sai realizzare e assemblare un circuito stampato? Ok ti fai delle ore di lavoro utili alla comunità tipo contribuisci all’ assemblaggio di computer perchè la comunità ne ha richiesta e le tot ore di lavoro che fai le usi per comprarti il tavolo, cioè invece che costare SOLDI le cose dovrebbero costare ORE di lavoro UTILI ALLA COMUNITA’.. sai che società sarebbe.. da mangiare poi ce lo da la terra no i 4 salti in padella.. Quante persone ci vogliono per mantenere una coltivazione idroponica per sfamare un paesino? Neanche la metà di quelle che ci vogliono per far andare avanti una fabbrica, e con meno ore di lavoro, cioè capite poi come si copleta il quadro? E’ così difficile, così utopica una società così? Mmmh abbiamo iPhone super accessoriati puoi chiamare anche su Saturno, schermi al plasma grandi quanto una parete e nn riusciamo ad elevarci un attimino mentalmente? Aoh! Sveglia gente, basta ingrassare questi porci che ci guardano dall’ alto divertiti come se fossimo stupide galline che si azzuffano per niente come direbbe il mio amico Franco B.

    Sviluppiamo NOI un mondo che potrebbe essere un paradiso invece che scenario di guerre violenza e sfruttamento. Organizziamoci da NOI perchè non verrà mai nessuno a farlo al posto nostro. A quelli lassù nn gli frega niente di noi partendo dall’ operaio arrvando al medico o all’ impiegato.

    TEMPO DI TRANSIZIONI, L INFORMAZIONE E’ TRUCCATA BUTTATE VIA LA TV E INIZIATE A VIVERE NEL VERO SENSO DELLA PAROLA

  30. Filan Fisteku

    Per approfondire un po la questione e non soltanto al lavorare per vivere o vivere per lavorare ma per molte piu cose che non vano nella vita di oggi se arete pazienza ce questo video

  31. DREAM OF LIFE

    Articolo da pensatore/sognatore come sono io,un articolo futuristico che fa riflettere,comunque è tutto verissimo.Io l ho sempre detto voglio lavorare per vivere,non vivere per lavorare.Nei periodi in cui ho lavorato 10 ore al giorno non sono mai stato benissimo,non avevo tempo di riflettere un po’ su me stesso,di dedicare un ora alle mie passioni e quando arrivava la sera il letto logicamente chiamava rapidamente,e non si può far altro a quel punto che lasciarsi andare,in conclusione:Se dovessi dire che in periodi del genere mi godo la vita,direi categoricamente NO!Ma se sarò costretto prima o poi a vivere perennemente una vita del genere proverò a farmene una ragione.I TEMPI CAMBIANO

  32. Tommaso

    Lo sapevate che se prendessimo la zappa ed andassimo a coltivare 200mq di terreno basterebbero le ore perse a consumare benzina e tempo in coda per recarci nelle nostre gabbie grigie per poter non solo vivere mangiando, ma anche permetterci l’affitto/mutuo per il campo, ed un piccolo tetto. La ribellione deve nascere dal fatto che è chiaro che siamo schiavi e che qualcuno lo vuole; altrimenti permetterebbero a tutti di poter vendere i prodotti della terra come fossero titoli azionari.

  33. Tommaso

    PS: meglio morire sapendo di essere vissuto sotto il sole e sopra la terra lavorata che morire credendo di essere libero sotto un lucernario e sopra un pavimento intriso di grasso per motori.

    Cit LIBERTA’ L’HO VISTA DORMIRE NEI CAMPI COLTIVATI; la terra è la libertà, la libertà è il non dover dipendere da nessuno tranne che da se stessi

  34. Fabio

    Alla fine dei conti lavorano sempre gli stessi, muli cocciuti instancabili e sottopagati……….

    Ma se ribaltassimo tutto: chi lavora e per di più fa un mestiere logorante e rischia adirittura la vita, stipendi miliardari!! e invece chi non si sporca nemmeno un dito? È costui che dovrebbe chiedersi: ma oggi cosa mangio?
    Chi lavora può permettersi di spendere, togliersi sfizi e……. è questa la persona che farà girare l’economia! !!!!!!

  35. gab

    Ho 38 anni e è da quando avevo 16 anni che ho capito che c’era qualcosa di sbagliato in tutto questo.
    Bastava vedere le facce allucinate e notare il corri corri di genitori o adulti per capire che ciò non era corretto.
    Capisco anche che ci sono persone che non hanno avuto la fortuna di scoprire che fuori dal lavoro c’è un’altra vita, vuoi per mancanza di insegnamento, vuoi per pigrizia o chiusura mentale.
    Allora aggiungo che queste persone possono pure lavorare 24h al giorno, ma lo Stato e la società moderna, deve permettere di vivere anche non lavorando o facendo un part-time! Non chiedo di andare in giro con un mercedes se faccio un part-time, quello lo lascio alla categoria di chi sceglie il full-time e la carriera.
    Mi accontento di avere una vita dignitosa ecco, questo si. Nel 2016, me lo aspetto da chi decide, da chi governa, da chi fa le leggi. Forse uniti insieme ci possiamo far sentire? Bah, ho una minima speranza di questo!

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