Il vento d’Italia tra le alture dell’agro pontino

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Visto che parliamo di rivoluzione, niente di meglio di questo articolo riesce a coniugare in maniera inscindibile la coscienza insopprimibile del cambiamento alla nostra umile realtà collinare. In onore al marzo rivoluzionario che fu di centocinquanta anni fa celebreremo nei quattro lunedì del mese l’anniversario dell’unificazione nazionale, con la speranza di non cadere eccessivamente sul retorico. Quest’oggi parliamo di noi, dei nostri antenati, facendo riferimento a coloro che, con il pensiero e con l’azione, contribuirono in prima persona a rendere alla nostra patria il sacrificio ideale e materiale che una causa tanto nobile doveva richiedere. Oggi partiamo così.
Il 17 marzo 1861 nasceva lo stato nazionale italiano. Priverno, come tutti gli altri territori soggetti al controllo politico dello stato pontificio, dovrà aspettare l’accorpamento al Regno d’Italia con la “breccia di Porta Pia” del 20 settembre 1870. In questo nostro approfondimento cercheremo di ricostruire e ripercorrere il contributo delle nostri genti al processo di unificazione nazionale.
Innanzitutto è necessario precisare che gli attuali comune che fanno parte della nostra provincia prima dell’unificazione appartenevano a due stati: il primo, il Regno delle due Sicilie, comprendeva i comuni della regione gaetana appartenenti alla provincia di Terra di Lavoro con capoluogo a Caserta. L’altro, lo Stato Pontificio, controllava tutta la parte settentrionale della provincia. Piperno era amministrativamente inquadrato nella delegazione apostolica di Frosinone che insieme alle altre (Viterbo, Civitavecchia e Rieti), andavano a costituire il distretto di Roma.
I confini tra i due stati erano ben visibili e sorvegliati; le due torri di Portella, ancora esistenti nel territorio di Monte San Biagio, segnavano il confine dei territori comandati dai borbonici; dopo un breve tratto di strada si incontrava la torre dell’Epitaffio sorvegliata da guardie pontificie. Da lì si entrava nei territori del papa. Tra i due posti di blocco si veniva così a creare una zona franca, o meglio ancora terra nullis, dove ben presto potè fiorere l’illegalità e il fenomeno del brigantaggio.
Ma i confini non erano segnati solo sulle tratte percorribili dai viandanti; di questa testimonianza dobbiamo ringraziare il nostro compaesano Gaetano Bucciarelli, un instancabile camminatore che in una delle sue tante escursione è stato testimone di una preziosissima scoperta dal carattere storico. In una sua escursione sul monte Tavanese, che affianca il più famoso Monte delle Fate, tra i territori di Sonnino e Monte San Biagio, si è imbattuto in delle colonne di pietra, dall’altezza di circa 150 cm con un peso ipotizzabile tra i quattro o cinque quintali, su cui erano scolpite tutte le stesse incisioni: l’anno presumibilmente della realizzazione, il 1846, da un lato lo stemma del Regno Borbonico, rappresentato da un giglio, mentre dall’altro lo stemma dello Stato Pontificio, le due chiavi incrociate. Ogni colonna era numerata.


Purtroppo diversi di questi ceppi erano divelti; la motivazione è facile da trovare. Alla base di ognuno vi era posto un sigillo di metallo, presumibilmente piombo, che con molta probabilità una volta fuso poteva essere utilizzato in svariati modi; quello suggerito da Gaetano viene soprattutto dal ricavarne pallottole, visto che l’epoca la zona in questione era infestata da numerosi briganti, che la percorrevano in lungo e in largo. Proprio per conservarne il valore storico il nostro compaesano, con l’aiuto dell’associazione “Monti Glio’ Caturo” di Sonnino, si è armato di buona volontà e degli attrezzi necessari per riposizionare nell’ubicazione originaria le colonne divelte.
La loro fatica è servita a preservare un’importante testimonianza che lega in maniera incontrovertibile il nostro territorio alla nostra storia nazionale.
Ritornando all’epoca dei fatti che stiamo narrando, possiamo senza dubbio affermare che in questi posti di blocco i poliziotti erano incaricati di sottoporre a pesanti perquisizioni soprattutto coloro che appariva sulle liste degli indesiderabili, sospettati per ragioni politiche di esser massoni o carbonari. Del resto con il passare del tempo queste sette cominciarono a trovare adepti non solo tra i militari e gli aristocratici, ma anche tra il popolo e il basso clero.
Senz’altro un primo banco di prova di questi settari sarebbero stati i moti del ’20-’21; nonostante che fu soprattutto nel Regno delle due Sicilie che si ebbero maggiori sollevazioni, la vicinanza con il territorio pontino impose anche qui uno stato di agitazione che non si era mai visto precedentemente a quegli anni.
Di questo ne da testimonianza il tenente colonello della polizia pontificia Lausdei, che addita Sonnino e Piperno tra i due maggiori centri di agitazione della zona; in particolare in data 30 aprile 1821 riferisce ai suoi superiori di una sommossa popolare scoppiata sul Colle Rosso successivamente alle deliberazioni del Conisglio Comunale, che aveva destinato il cimitero fuori dal paese e imposto un’altra gabella sul testatico dei maiali. Ma il vero motivo del malcontento era in realtà la contrarietà per l’obbligo di dare alloggio ai militari, più di duecento unità, che fece scendere in piazza più di quattrocento abitanti. Lo zampino dei settari era piuttosto evidente.
Lo fu ancora di più quando il Lausdei scoprì che vi erano stati contatti tra i settari pontini e quelli gaetani, in particolarmodo tra il dott. Sotis, di Fondi, e il nostro Federico Zaccaleoni. Da lì in poi il nostro onorevole paesano verrà tenuto particolarmente sottocchio in quanto ritenuto “persona malintenzionata e perturbratice dell’ordine pubblico”.
I rapporti tra i settari pontifici e quelli napoletani eccitati dall’esempio facevano supporre alle forze dell’ordine che la cerchia della Carboneria stesse mettendo profonde radici; sintomatico il commento del capitano di Polizia di Piperno che affermava, “questo ceto ecclesiastico sicuramente non è esente da qualche tarlo”.
Il numero dei preti carbonari nell’Ottocento crebbe considerevolmente soprattutto nella zona del gaetano; non era certo il bisogno economico a spingerli ad aderire alla Carboneria, ma lo spirito liberale e patriottico.
Da diversi rapporti di polizia, sia pontificia che napoletana, viene fuori che veri e propri covi di liberali erano soprattutto le farmacie e le spezierie; in merito possiamo riportare numerosi esempi. Lo speziale Luigi Milza di Sonnino, Domenico Locci di Sezze, Arcadio Vagnozzi di Maenza e sicuramente altri che le fonti non menzionano.
Nonostante l’insuccesso dei moti del ’20-’21 la parabola liberataria era ben lontana dall’estinguersi; dieci anni dopo (nei moti del ’30-’31) i focolai furono di nuovo riaccesi e i settari tornarono prepontemente a far parlare di sè. Sulla lista degli indesiderabili della polizia pontificia compariranno ben dieci pipernesi, di cui solo quattro è possibile conoscere le generalità; Michelangelo, Aurelio e Giuseppe Valle e Domenico Tomeucci. Quest’ultimo, impiegato nel commercio di sali e tabacchi, veniva accusato di falsificare le bollette di ricevuta della Cassa Pontina in Terracina impiegando il denaro sottratto per soccorrere i confratelli settari indigenti.
Soppressi anche questi moti insurrezionalisti si dovettero aspettari quelli del ’48 e più propriamente l’esperienza repubblicana di Roma del ’49 per sentir parlare dei nostri avi rivoluzionari. Nello Stato degli inquisiti della Santa Consulta con l’accusa di favoreggiamento al provvissorio governo repubblicano, risultano arrestati tre pipernesi: il medico Luigi Lattanzi, il proprietario terriero Giacinto Ceccani e l’orefice Angelo Bonanno, condannati a varie pene per canti sediziosi, ingiurie contro il goveno ed atterramento dello stemma pontificio.
Anche i moti del ’48 sono un fallimento, ma che lo si voglia o no l’Italia è ormai coinvolta in un processo incontrovertibile che condurrà all’unificazione; le prime due guerre d’indipendenza (quella del ’48 e quella del ’59) e la spedizione dei Mille furono la risposta a chi ancora rimaneva scettico. La sconfitta dei borbonici, il 1 ottobre ’60, condusse ai plebisciti popolari a favore dell’unificazione al neonato Regno d’Italia. L’eccitazione delle popolazioni gaetane non ci mise molto ad oltrepassare i confini naturali degli Ausoni dilangando anche nella valle dell’Amaseno. Il 31 ottobre nella piazza del comune di Piperno una folla numerosa e rumoroso invoca a gran voce la cessazione del governo pontificio e l’effettuzione dei plebisciti. Ma ahimè l’intervento delle forze dell’ordine fa svanire ogni speranza di successo e in qualche giorno la situazione viene normalizzata. I principali animatori di quelle giornate rivoltose sono costrettia darsi alla macchia e i documenti ce ne svelano le generalità: sono Michelangelo Valle, Tobia Macci, Rocco Micinelli, Francesco Cajazzo, Carlo De Angelis e Cesare Apolloni.
Nonostante gli sforzi di questi e altri piccoli eroi della patria, Piperno, come tutti gli altri territori dello Stato pontificio, dovrà attendere i fatti del settembre del ’70 per essere accorpata al regno italiano, realizzando così il tanto sospirato ideale liberale.
Nella ricorrenza del centocinquantenario noi volgiamo il nostro pensiero a questi nostri antenati i quali contribuirono a rendere agli italiani le libertà civili e politiche, pagando anche con la galera e la persecuzione. Uomini di ogni condizione sociale che hanno lasciato un retaggio di esempi e di insegnamenti che fanno grande il nostro piccolo paese e la nostra Italia.

(Andrea Schiavi)

Un pensiero su “Il vento d’Italia tra le alture dell’agro pontino

  1. SImone D'. (Eddie)

    Ringrazio punto futuro, ed in particolar modo andrea per averci raccontato oggi i fatti inerenti la storia risorgimentale della nostra piccola comunità, una storia veramente affascinante di cui andare fieri.
    Mi associo anche io al ricordo di quel periodo, e soprattutto al ricordo di quei protagonisti(sia quelli citati che non) da cui abbiamo ereditato un bellissimo e libero paesello, di cui tutti noi dovremmo prendercene cura più spesso.

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