La legge: una rivoluzione “gentile”…

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Quando si parla di rivoluzione si intende, per la maggior parte dei casi, un improvviso mutamento della condizione politica, economica e sociale di un Paese, grazie a un atto – il più delle volte violento – con il quale il popolo mette fine ad un determinato ordine costituito in favore di un nuovo sistema . Nel senso comune essa è un passaggio che fonda una nuova normalità instaurando la pace di un ordine alternativo. Solitamente la rivoluzione è un attestato di sfiducia nella possibilità che l’ordine esistente possa riformarsi e un gesto di speranza per il futuro. E’ innegabile però come una nobile mobilitazione rivoluzionaria non raccoglierebbe alcun frutto se non agisse in maniera correlata ad un’adeguata azione riformatrice di carattere legislativo.

Tuttavia in Italia non c’è mai stata una sollevazione popolare avente le caratteristiche di una rivoluzione “tipica”, eppure non sono mancate innovazioni legislative che sono state frutto di un cambiamento radicale della società. In altri termini si può affermare con estrema franchezza che l’ordinamento italiano è stato terreno di rilevanti RIVOLUZIONI LEGISLATIVE volte ad adeguarlo ai cambiamenti sociali, politici e religiosi che hanno preso piede nel corso del ‘900. Per capire questo cambiamento è necessario partire dal presupposto che il Codice Civile italiano nasce nel ’42 da un’iniziativa di autorevoli giuristi italiani, i quali hanno leggermente risentito di un’influenza fascista. Caduto il regime, venne effettuata una grande opera di “defascistizzazione” del codice – mi riferisco alla parte inerente al corporativismo e alle disposizioni razziste – coadiuvata da un lavoro di lima della Corte Costituzionale.

Nonostante l’onerosa attività dei giuristi repubblicani, nel corso degli anni si evidenziarono aspetti di incongruenza rispetto ai principi costituzionali e di arretratezza rispetto al costume sociale dell’epoca. I maggiori interventi ebbero luogo negli anni ’70 e i temi toccati principalmente furono il diritto di famiglia, i diritti dei lavoratori, l’aborto e il divorzio.
Per quanto riguarda quest’ultimo, esso venne inserito nell’ordinamento nel 1970 dalla legge Fortuna-Baslini e successivamente fu sottoposta a referendum abrogativo nel 1974: sappiamo tutti qual è stato l’esito referendario. A onor di cronaca è giusto ricordare che tale legge è stata parzialmente modificata da due successive leggi del 1978 e del 1987.
L’aborto invece fu istituito grazie alla famosa legge 194/78, la quale prevede che entro i primi novanta giorni di gravidanza una donna possa interromperla quando la sua prosecuzione, il parto e la conseguente maternità possano risultare lesive per la sua salute e per le sue condizioni economico-sociali.

Altra normativa importante fu lo statuto dei lavoratori – legge 300 20 maggio del 1970 -, definita rivoluzionaria per l’introduzione di alcuni precetti chiave come il divieto di discriminazione del lavoratore sul posto di lavoro in relazione alle proprie opinioni, la prevenzione sanitaria, il divieto di licenziamento senza giusta causa e un rafforzamento delle tutele sindacali.

Ultima legge in analisi ma non meno importante è la riforma del ‘75 sul Diritto di famiglia, la quale ha comportato la fine della concezione del pater familias sancendo l’eguaglianza fra i coniugi e valorizzando in tal modo il ruolo della donna. Tale valorizzazione ha comportato l’elevazione della dignità della donna e, al tempo stesso, la perdita di quest’ultima del suo regime di privilegio patrimoniale.

In definitiva queste normative sono la testimonianza di una vera e propria rivoluzione legislativa, sociale e culturale che ha avuto una rilevanza maggiore rispetto a molte altre rivoluzioni di stampo politico avvenute nel resto del mondo. Il grado di innovazione, di progresso ed evoluzione della società italiana viene ricordato nella storia per questi atti giuridici, i quali hanno preso vita nonostante il clima a dir poco incandescente che li ha concepiti. Le avversioni politico-ideologiche non impedirono la realizzazione di tali normative e questo ci fa comprendere la caratura di gran lunga superiore della classe politica del tempo rispetto a quella attuale.
Ma tali norme sono state applicate in maniera equa e rigorosa? Credete ci sia bisogno di nuove leggi di tale portata in Italia?

Antonio Di Giorgio e Paolo Bovieri

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