The Horror Show

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Ancora sventoliamo lo stendardo del progresso, dell’evoluzione della specie nei costumi e nei gusti, e ci vantiamo di costituire oggi una società razionale e soprattutto civile. Eppure ci basta dare uno sguardo alle nostre spalle per comprendere che, nel corso della storia, l’oggetto della bramosia dell’uomo ha sempre mantenuto le stesse sembianze.

A partire dall’Antica Roma, quando la plebe si dilettava ad ammirare le fauci dei leoni, in trepida attesa che esse divorassero un uomo, passando per le piazze settecentesche delle grandi città europee ove il popolo si accalcava per vedere esalare l’ultimo respiro dei giustiziati a morte, fino ad arrivare ad oggi: la spettacolarizzazione della morte ha sempre rappresentato il culmine dei nostri interessi. La violenza fa leva sui nostri istinti primordiali, sul desiderio di sopraffare e allo stesso tempo partecipare al ciclo vitale. La sola differenza tra ieri ed oggi è che tra noi e la morte s’insidia una scatola parlante chiamata televisione. Basti pensare che ogni 4 minuti il nostro caro ed insostituibile televisore trasmette immagini di violenza.

Tuttavia negli ultimi mesi la tv ha subito un’ulteriore metamorfosi in tale direzione che l’ha condotta a trasformarsi nella c.d. “tv del dolore” in nome del “Dio Audience”. Un fenomeno questo che trae spunto dai recenti fatti di cronaca che hanno sconvolto l’opinione pubblica italiana. Sapete già a chi mi riferisco. In tale contesto, nessuno di noi può tirarsi fuori dal gioco dei ruoli imposto dai media, in cui noi tutti siamo i morbosi telespettatori dell’horror show. Alla morte di Yara Gambirasio e Sarah Scazzi non è stato concesso nemmeno un minuto di silenzio, ma soltanto gridi di odio, accuse, giudizi e lacrime.

Le trasmissioni televisive, in particolare nel caso Scazzi, hanno oltrepassato le barriere del dolore che la famiglia si era costruita attorno a sé, riuscendo a creare un vero e proprio legame con i diretti interessati. La televisione ha infatti rappresentato e continua a rappresentare un punto di riferimento per lo svolgimento delle indagini; ne è una dimostrazione il programma televisivo di Rai Tre, “Chi L’ha visto”, che in occasione dell’epilogo “apparente” della scomparsa di Sarah ha annunciato in diretta a sua madre il ritrovamento del cadavere. Una trasmissione dunque fondata sul principio “the show must go on”, anche quando c’è in ballo una vita. Un ulteriore esempio ci è offerto dal programma di Rete 4 “Quarto grado”, che ha registrato negli ultimi tempi un boom di ascolti grazie alla trattazione, confusionaria e ripetitiva, dei misteri legati ai casi sopraccitati.

Nonostante ciò sarebbe sbagliato puntare il dito contro una o due trasmissioni, perché tale speculazione è stata effettuata da ogni genere di programma televisivo. Eppure questi episodi fanno sorgere una semplice domanda: Perché? Perché il pubblico è tanto interessato a tali casi di cronaca al punto di effettuare delle vere e proprie processioni dell’orrore nei luoghi del delitto? Che cosa spinge i protagonisti delle vicende a subire degli interrogatori di fronte ad una telecamera? L’unica risposta che ad oggi riesco a dare è che dietro all’ossessione dell’apparire, dietro al desiderio morboso di sapere, si cela la banalità, la banalità del male.

Valeria Fiormonti

5 pensieri su “The Horror Show

  1. SImone D'. (Eddie)

    Concordo con tutto quello che hai scritto, è una vergogna che tali programmi vengano mandati in onda, e per giunta in prima serata! un conto è dare informazione, un conto fare sharing montando attorno fatti di cronaca nera un vero e proprio reality show.
    Mi viene da penare a bruno vespa che gioca col plastico della casa Scazzi, o al conduttore di quarto grado, che tenta tramite sguardi particolari, posizioni della mano, di far salire il livello di suspance (come se servisse a qualcosa), in fine mi viene da pensare a “chi l’ha visto”, quella trasmissione mette solo ansia.

  2. Pietro

    Tutte domande lecite, le risposte? Beh non è facile dare risposte senza scadere nella banalità,certo è vero che l’uomo fa del macabro un elemento di “aggregazione”, sul perchè lo faccia credo che sia evidente quanto il nostro lato animalesco sia ancora presente dentro di noi. Il problema principale però, che sta alla base di queste vicende, è la spettacolarizzazione del tutto, ed in questo anche l’attagiamento delle famiglie ha il suo grandissimo contributo!
    Forse la televisione dovrebbe darsi un codice etico, capire quando basta, ma in fondo cosa ce ne frega di giocare con la tragedia privata…l’importante è fare audience!

  3. Carolina :)

    Io credo che sia un fatto di pura e banale curiosità, quasi infantile: interessarsi ai dettagli, alle sottigliezze, ai particolari macabri, come quando eravamo bambini, e ci raccontavamo tra noi storie di morti e tombe, di zombie e vampiri. Quello che più ci interessava erano i dettagli. Come quando vedavamo un horror, praticamente passando tutto il tempo con la coperta davanti al viso; eravamo bramosi di vedere i dettagli e allo stesso tempo ne eravamo spaventati. Ora è cambiato, ci siamo maggiormente avvicinati, perchè quello che era un film, ora è la realtà.
    E in secondo luogo, guardando la televisione, possiamo soddisfare il nostro desiderio di curiosità, sperimentando un’altra sensazione: la partecipazione al dolore; un dolore però che non ci appartiene, ma che scaturisce dalla particolare ferocia con cui l’assassino si accanisce contro le vittime, raccontata per filo e per segno, in questi episodi.
    Ed è per questo che, quando si inizia a parlare in tv di questi fatti di cronaca, a cena, si sente dire “Shhh zitti, stanno parlando di … alziamo il volume” e una volta finito il servizio, diciamo “Povera … poveri genitori … mi dispiace tanto” … per poi tornare ognuno ai propri affari.

  4. Valeria

    Il vero rischio che si corre in questa continua spettacolarizzazione del sangue, è che del nuovo se ne versi in nome della popolarità e del successo. La formulazione di una tv tanto violenta può condurre gli elementi più deboli ad emulare ciò che vedono.
    Perciò secondo voi, qual è il limite che separa la speculazione giornalistica al diritto all’informazione? Seguendo per caso una discussione su “Domenica 5” riguardo il tema, gli opinionisti sottolineavano l’importanza dei media per l’evolversi del caso, come se la loro azione fosse a favore della giustizia e non a favore delle loro tasche…mah…

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