Quando la propaganda va oltre ogni limite

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Molto non capisco di questo governo, molto non capisco di questa Italia.

Non comprendo l’agenda politica, non mi è chiaro il progetto a lungo termine, non ho ben presente quale sia il “discorso di ampio respiro” che ogni paese dovrebbe declinare per il suo avvenire, per la propria sopravvivenza.

Oggi mi chiedevo, tra le altre cose, ma quale è il piano industriale per il paese?

Sulla forma di sviluppo che la nostra impresa o meglio il nostro mercato dovrebbe assumere non starò a disquisire molto.

Liberismo, socialdemocrazia, dottrina cattolica, capitalismo americano o capitalismo renano, credete che importi molto agli italiani? Non credo, i tecnicismi dello sviluppo e dell’economia lasciamoli a chi li studia, parliamo di fatti.

I fatti dicono che in Italia si pensa a quali danni potrebbero riversarsi sulla popolazione nel caso in cui le aziende vadano a produrre all’estero, giusto, ma perché nessuno viene più a produrre nel Belpaese? Perché tutti si preoccupano di tenere ancorate al paese le aziende esistenti e nessuno vede la possibilità di poter attrarre investimenti stranieri?

Leggendo qualche dato sulla nostra situazione industriale balza subito all’occhio come in pochi anni la nostra attrattiva verso gli altri sia drasticamente diminuita, i flussi di investimenti esteri sono diminuiti a vantaggio delle economie emergenti, perché? I motivi sono molteplici, la carenza di infrastrutture, la lentezza della nostra giustizia e soprattutto della nostra burocrazia fanno la parte del leone e ci relegano in posizioni che fino a qualche anno fa sembravano impensabili, siamo dietro la Cina, in questa particolare classifica, e considerando tutte le chiusure che in quel paese ancora ci sono non possiamo esserne soddisfatti.

Credo che sia ben chiaro per tutti che senza le aziende il paese non può funzionare, questo però non è sufficiente a garantire una visione del piano industriale del paese che sia scissa dalla politica, anzi da una certa politichetta.

Credo che il caso Alitalia sia emblematico, in quella circostanza abbiamo assistito al trionfo della propaganda contro l’interesse dei cittadini, ve lo ricordo in breve:

La compagnia di bandiera italiana era tecnicamente fallita già all’inizio degli anni 2000. Aveva evitato la bancarotta soltanto perché tenuta in vita artificialmente con quattro miliardi di euro, decisi bipartisan dalla politica, ma sborsati dal contribuente: due miliardi li aveva ricevuti dai Governi di centro destra e due miliardi da parte di quelli di centro-sinistra. Nel 2006 il Governo Prodi intraprese il processo di privatizzazione della compagnia di bandiera, ma i due anni di vita dell’esecutivo non furono sufficienti a convincere i sindacati ad accettare gli esuberi previsti, regalandoci una campagna elettorale, quella del 2008, che il centro destra decise di affrontare nel modo più irresponsabile e strumentale per la compagnia stessa e per il Paese, sbandierando il vessillo popdell’italianità e paventando la vendita ad Air France come il prodromo della subalternità a Parigi. Quella dei francesi, prima compagnia europea all’epoca, era un’offerta chiara: 140 milioni di euro in contanti, l’accollo del debito pregresso, l’investimento di 6 miliardi di euro in pochi anni e il taglio di soli 2100 dipendenti.

Manna dal cielo per un’azienda decotta. Le elezioni che si svolsero nell’aprile del 2008 cambiarono il panorama politico nazionale. Il nuovo Governo a guida Berlusconi affossò definitivamente l’ipotesi francese, varò un prestito ponte di 300 milioni di euro, spacchettò la compagnia in due, una coi debiti, accollata ai contribuenti italiani, e una con gli asset sani, “regalata” alla CAI, società a capitale interamente italiano. Ovviamente nel giubilo dei sindacati. Risultato: la privatizzazione di Alitalia è costata agli italiani 1,8 miliardi di euro, CAI ha ridotto di quasi 9000 dipendenti l’organico dell’azienda, tenendo anche in considerazione che Alitalia si è nel frattempo fusa con Airone, e l’acquisizione da parte di Klm-Air France è stata solo rimandata”.

La mia ricetta per quanto semplice va in una direzione ben precisa, liberalizzare.

Non credo che ci siano altri metodi, senza aumentare la spesa pubblica, per ravvivare i nostri mercati. Purtroppo però se a Sky viene impedito di andare sul digitale, se Dahlia viene fatta fallire e se è il maggior partito di ispirazione liberale del paese a far si che questo accada, c’è qualcosa che non va.

(Deligia Pietro)



4 pensieri su “Quando la propaganda va oltre ogni limite

  1. SImone D'. (Eddie)

    Non potrei mai ora dare una mia personale ricetta, per fronteggiare tale crisi delle aziende made in Italy, non spetta a me, almeno non adesso. Purtroppo in Italia possiamo vantare molti esempi di mal gestione finanziaria, di non investimento, e ogni genere di speculazione economica, basti pensare anche al caso parmalat, e in moltissimi dei casi l’odierna crisi finanziaria ha avuto veramente pochissima influenza, il danno vero è stato fatto dal susseguirsi di fallimentari politiche economiche degli ultimi 4-5 governi(se non di più) che hanno regalato all’Italia prima una crescita zero, ed ora ha reso le nostre imprese ed aziende troppo vulnerabili nei confronti della crisi e dell’aumento della concorrenza.

    Non resta che investire nella ricerca, nelle risorse italiane che tirano avanti solo grazie prodotti, servizi, e competenze di nicchia, ma comunque fondamentali.
    In alcuni casi non credo sia necessario limitare e saturare il dibattito su privatizzazione o no(è inutile tanto ci sono buoni esempi di gestioni in ambe due le parti) conta invece portare avanti al massimo livello un discorso di trasparenza, efficienza, e qualità.

  2. Pietro

    @Simone:

    Concordo con quasi tutto quello che dici, tuttavia la gestione pubblica in Italia è fallimentare per indole, se la mentalità è:”ma lì non c’è il padrone” per descrivere la situazione degli uffici pubblici, oppure:”ma quello non è di nessuno”, mentre invece è di tutti, allora in una parte della nella nostra cultura non c’è lo spirito giusto per poter gestire pubblicamente le cose, allora io dico:”mettiamecelo il padrone, e che sia severo con chi non ha voglia di lavorare!”

  3. Pietro

    @ Giuseppe:

    Mi fa piacere che sia saltato fuori questo tema.
    Il fatto vero tuttavia non è globalizzazione uguale male assoluto, a noi Italiani manca il dividendo che altri paesi hanno ottenuto dalla stessa.
    Noi ci siamo indeboliti con la globalizzazione perchè non abbiamo saputo sfruttare le possibilità di crescita che ha dato ad ogni paese che si trovasse in una situazione economica già agiata prima del mercato globale. Noi eravamo forti prima, siamo rimasti fermi durante e saremo in declino da adesso in avanti se non si riesce a capire che facciamo parte di questo sistema e che da esso dobbiamo trarre la linfa vitale!
    Quindi apriamoci definitivamente al mercato in tutti i settori!

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