FRATELLI D’ITALIA: la vera storia dell’Inno di Mameli

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Quanti italiani oggi conoscono per intero Fratelli d’Italia? Non tutti. Di questi la maggioranza non sa andare oltre la prima strofa. Eppure da qualche tempo a questa parte, probabilmente con l’avvicinarsi nel cento cinquantenario dell’unità, abbiamo assistito ad un generale risveglio d’interesse per le radici nazionali anche e soprattutto grazie agli appassionati interventi degli ultimi presidenti della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Questi sono i motivi che hanno fatto si che il nostro inno tornasse di moda. In questo articolo cercheremo di ripercorrere la storia ufficiale e segreta dell’inno di Mameli sin dai suoi albori.
L’aspetto storico più sorprendente de Il Canto degli Italiani, come l’autore chiamò originariamente la sua creazione, è probabilmente la rapidità con cui le strofe si diffusero e diventarono una canzone di battaglia. Il manoscritto originale è conservato presso l’istituto mazziniano del comune di Genova, lo stesso che in data 10 novembre 1847 Goffredo Mameli inviò al maestro Michele Novaro perché provvedesse a musicarlo. Il tentativo di adattarlo a melodie già esistenti ebbe esito fallimentare.
La data ufficiale di debutto dell’inno è comunque il 10 dicembre 1847 quando la sua melodia, firmata congiuntamente da Mameli e Novaro, venne presentata ai genovesi al piazzale del santuario della nostra signora di Loreto a Oregina, quartiere popolare del capoluogo ligure. L’occasione era la ricorrenza del centenario della cacciata degli austriaci; furono in trentamila i convenuti per cantarono per la prima volta le note di Fratelli d’Italia. Dopo qualche giorno tutti conoscevano l’inno, soprattutto i genovesi che continuarono a cantarlo nelle numerose ricorrenze pubbliche. Tutto questo avveniva sotto la mal celata intolleranza della autorità piemontesi ( i territorio liguri erano stati assoggettati al Regno di Sardegna con il Congresso di Vienna del 1815 ).
Una siffatta popolarità oggigiorno avrebbe fruttato rendite agli autori tali da permettergli di vivere di rendita, ma ne al Mameli ne al Novaro gli fu concessa nessuna gratificazione economica; dovettero accontentarsi della pura gloria. Non di meno Goffredo, nel suo entusiasmo giovanile ( scrisse la sua composizione appena ventenne ) si prodigò nella partecipazione ai fermenti libertari e, scoppiata la guerra contro l’Austria ( 1848 ), fu fra i primissimi a partire volontario. L’esito disastroso del conflitto non lo fece desistere dalle sue gloriose imprese e, nel 1849, si precipitò a Roma per difendere la battaglia della Repubblica. Il destino gli fu avverso; nella difesa di Villa del Vascello fu ferito in maniera accidentale dalla baionetta di un suo commilitone. Soltanto dopo qualche mese, più precisamente il 6 luglio 1849 l’infezione conseguente lo portò alla morte. Se ne andava così quello che in molti già soprannominavano “il poeta con la sciabola”.
La sua morte non fece altro che far impennare la popolarità della sua creazione a cui le autorità piemontesi fecero di tutto per cercare di mettervi il bavaglio. Non vi riuscirono; Fratelli d’Italia si affermò come la canzone che riassumeva tutto il Risorgimento italiano, rappresentandone quasi il simbolo. Questa rappresentazione accompagnò gli eventi storici fino all’unità raggiunta.
Il problema di dare un inno nazionale al nascente stato italiano avrebbe potuto essere risolto scegliendo sin dal primo momento l’inno di Mameli. Non fu possibile perché c’era il problema istituzionale dello stato monarchico e comprensibilmente il sovrano, Vittorio Emanuele II, esigeva che l’inno portasse il sigillo della sua casa dinastica. Al contrario il canto degli Italiani, cresciuto sulle barricate dell’ insurrezione, trasudava repubblicanesimo. Per questo ci si limitò a confermare come inno nazionale la Marcia reale d’ordinanza, inno dell’ormai trapassato Regno di Sardegna, composto nel 1831 da Giuseppe Gabetti. Se per alcuni aveva il merito dell’orecchiabilità certo non si poteva che giudicarla come una composizione eccessivamente da caserma.
Ma tutto ciò non bastò a soffocare la bellezza, la spontaneità e la sofferenza che l’opera di Mameli esprimeva. Ne fu conferma l’autorevole riconoscimento che gli venne dato da Giuseppe Verdi quando fu chiamato a comporre l’Inno delle Nazioni per l’Esposizione Universale di Londra del 1862. In tale opera Verdi inserì richiami alla Marsigliese, a God Save the Queen e a Fratelli d’Italia, ignorando totalmente la Marcia Reale, l’inno ufficiale.
Negli anni che andarono fino all’instaurazione del fascismo vi furono diverse occasioni per rispolverare con il massimo entusiasmo il repertorio delle canzone patriottiche: la breccia di Porta Pia, il conflitto italo-turco, la prima guerra mondiale. Fratelli d’Italia indosso il grigioverde e fu chiamato in prima linea. Soltanto gli eventi bellici e la sofferenza della comunità nazionale per i suoi soldati nelle trincee potè far emergere un altro canto e offuscare momentaneamente la stella di Mameli: era la Leggenda del Piave, di Ermete Giovanni Gaeta ( pseudonimo E.A. Mario ), simbolo della sofferenza e del riscatto dopo Caporetto.
Superato il trauma della guerra, su l’Italia di addensarono le nubi del fascismo che fu lesto a mettere in sordina, e a volte ghettizzare, ogni tipo di canto risorgimentale. In questi anni l’inno di Mameli andò a cercare rifugio presso i gruppi di fuorusciti all’estero, dove il suo cantò diventò il simbolo dell’opposizione alla tirannia fascista. Ma ben presto arrivò l’8 settembre 1943.
Il nuovo governo Badoglio analizzò attentamente il problema dell’inno nazionale. Per rilanciare al meglio l’iniziativa militare del Regno del Sud , il presidente del consiglio pensò bene di far assurgere a questo compito La Leggenda del Piave, che evocava le atmosfere vittoriose della guerra del ’15-’18. Una scelta d’altronde incontrovertibile se si tiene conto dello status militare del nuovo esecutivo.
Tuttavia gli eventi bellici e non ci portano direttamente ai lavori dell’Assemblea Costituente del 1946. I convenuti pensarono bene che sarebbe stato opportuno dedicare all’inno nazionale un articolo della costituzione. La scelta non era scontata; le ipotesi più accreditate erano sul Va’ pensiero del Nabucco di Verdi, la conferma dell’Inno del Piave e naturalmente l’opera di Mameli. Nonostante la concorrenza, con decisione del Consiglio dei Ministri del 14 ottobre 1946, il beneplacito fu dato a Fratelli d’Italia.
Il nuovo inno della Repubblica italiana potè accompagnare i lavori dell’Assemblea Costituente e salutare, il 10 maggio 1948, l’elezione a presidente della Repubblica di Luigi Einaudi. Da allora l’inno di Goffredo Mameli ha scandito ufficialmente il corso della nostra storia repubblicana.

 

di Andrea Schiavi

2 pensieri su “FRATELLI D’ITALIA: la vera storia dell’Inno di Mameli

  1. Davide

    Un inno nato dai sentimenti rivoluzionari che animavano quel periodo, un inno che trasudava e trasuda libertà. Oggi viene sfruttato soltanto per il saluto romano, perchè tanti pensano che il nostro inno abbia legami con i “valori” del fascismo, ma probabilmente coloro che alzano il braccio non sanno neanche un briciolo di storia e verità. Comunque aldilà dell’importanza e della sua entrata nell’immaginario collettivo, il risultato di Mameli non è stato di certo eccezionale (nel testo), molto meglio la musica di Novaro…

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