Inno all’unità d’Italia come “crescita e sentire comune”

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Anche Priverno si è unita ai festeggiamenti per il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Un convegno giovanile, una manifestazione in piazza del comune rimandata per maltempo, l’esposizione di molte bandiere tricolori, una conferenza sul sentimento di unità nazionale sono la riprova che anche il nostro piccolo Paese si è dato da fare per celebrare questo importante evento. Ciò che ci chiedevamo è se questo sentimento sia vivo tanto quanto la prassi di cui si contorna tale avvenimento, poichè talvolta le celebrazioni appaiono come mere dimostrazioni di retorica. Il nostro obiettivo è verificare quanto esse siano state frutto di un sentimento vivo nella coscienza sociale degli italiani, o se siano state un’inutile ripetizioni di frasi fatte e ricorsi storici.

A tal riguardo vogliamo sottolineare la finezza di un intervento del prof. De Luca, docente di storia e filosofia caro a molti ragazzi per il suo trascorso professionale a Priverno, che ha messo in risalto come l’orgoglio di essere italiani emerga solo in casi di conflitto con l’esterno: “ci sentiamo italiani quando gioca la Nazionale, ci sentiamo italiani quando muore un militare in Afghanistan, ci sentiamo italiani quando un italiano nel mondo riscuote successo, ci sentiamo italiani quando veniamo derisi all’estero”.

Il concetto pregnante del discorso denota un’assenza di spirito collettivo nazionale e soprattutto un senso di incompiutezza di quelle “promesse” di cui la nostra generazione è figlia! In sostanza gli italiani si uniscono nelle difficoltà, ma sono costantemente divisi nel loro agire quotidiano e cosi il concetto unitario emerge magicamente per poi tornare nell’oblio una volta spente le luci della ribalta.

Francamente ci sembra fuori luogo che sia stato necessario un decreto legge – che ricordiamo è uno strumento legislativo ad hoc per casi di necessità e urgenza – per proclamare una festività il cui sentimento dovrebbe sorgere spontaneamente dalle coscienze, nonché dal Parlamento. In tutta sincerità l’unità d’Italia tutto ci sembra tranne che un caso di necessità e urgenza. Ad aggravare ulteriormente la situazione concorre il fatto che tale decreto non sia stato approvato all’unanimità per tre voti contrari di matrice leghista.

Ritorna cosi di attualità la celeberrima frase di Massimo D’Azeglio: “Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani” anche se, ci piace sottolinearlo, c’è anche qualcuno, certamente meno blasonato del patriota sopracitato, che ha proposto una rivisitazione della precedente citazione che consiste in “Abbiamo fatto gli italiani, adesso facciamo l’Italia”.

Non saremo sicuramente gli unici a rievocare questo pensiero, potremmo essere tranquillamente tacciati di banalità e retorica, ma è proprio questo il vero problema di un popolo: senza un vero sentimento di unità, di coesione, di obiettivi comuni tutto quell’establishment che forma la società civile si ridurrebbe ad una costante e permanente divisione che limiterebbe la finalità della società civile stessa: la crescita dell’Italia.

L’unità di un popolo non deriva dall’appartenenza ad un apparato statale di riferimento, ma sta nella consapevolezza di condividere un comune sentire. Non si può portare avanti un progetto di crescita comune verso il futuro prescindendo da questo principio basilare della democrazia e della convivenza civile.

In due parole: VIVA L’ITALIA!

di Antonio Di Giorgio & Paolo Bovieri

2 pensieri su “Inno all’unità d’Italia come “crescita e sentire comune”

  1. Antonio

    è stato bella l’iniziativa del consiglio dei giovani di ieri; bella, serena, costruttiva, in un clima di grande coesione e rispetto per una festa che anche noi più giovani è giusto che celebriamo come si deve. Eppure si può far meglio e che questo augurio sia da stimolo per delle iniziative future!

  2. Simone D'.

    Concordo avete fatto benissimo a sottolineare e a ribadire tale pensiero, appunto ricordiamoci quotidianamente di essere Italiani, e non solo per necessità e/o eventualità. Serve un’Italia migliore che possa tornare a conoscere quella parola infangata in passato, ovvero patriottismo nel senso più puro e nobile. Per far si c’è bisogno di più italiani.

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