La ricerca scientifica nell’Italia della crisi Parte I: “Lo stato che non spende”.

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L’innovazione è frutto della tecnologia e la tecnologia è frutto della ricerca applicata, la quale a sua volta deriva dalla ricerca di base: la ricerca, cioè, che non si pone problemi di applicazione pratiche, ma si occupa solo di scoprire le leggi che regolano l’universo, il nostro pianeta, il nostro corpo, la ricerca che soddisfa la curiosità e insegue la conoscenza per la conoscenza. E allora perché in Italia si dà così poca importanza alla ricerca scientifica? quando si parla di innovazione, lo si fa sempre a vanvera. [Margherita Hack]

Non bisogna essere scienziati per rendersi conto di quanto questo sia vero. E’ sufficiente infatti, leggere alcuni dati per rendersi presto conto di quanto la situazione sia disastrosa, e di quanto disarmante sia il fatto che lo Stato ben poco si cura di questo: l’Italia, con i suoi 60.500.000 abitanti, e 96.000 ricercatori ( di cui la maggioranza universitari ), investe solo l’1.1% del PIL in ricerca. Al primo posto invece, la Germania, con una popolazione di poco superiore, il triplo dei ricercatori, e più del doppio in punti percentuali di PIL spesi per la ricerca. La situazione non migliora con alcuni altri paesi dell’UE, Francia, Gran Bretagna e Spagna, con rispettivamente 2.0, 1.7 e 1.3 punti percentuali del PIL a favore della ricerca scientifica. Disinteresse per la scienza significa, anche e soprattutto, disinteresse per la cultura, per la scuola di ogni ordine e grado, che è quella che dovrebbe nutrire i cervelli di ogni cittadino. Difficile non essere d’accordo con quanto detto da Margherita Hack in “Libera scienza in libero stato” ( Rizzoli, 2010 ): un paese che non investe in ricerca non investe in scuola, in particolare in quella pubblica. Ed è così che ai tagli alla ricerca, si uniscono inevitabilmente i tagli alla scuola e all’università pubblica.

C’era chi scriveva, a questo proposito che “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”( Art. 9 COST ). Il panorama attuale è ben diverso dallo scenario descritto dalla Costituzione: in un mondo dove la competizione è tutto, l’Italia è ferma. Ingessata. Paralizzata. E l’importanza della ricerca scientifica, tanto decantata, sembra essere il lusso più sfrenato. Ben diverso è il pensiero di Barack Obama: “In un momento difficile come il presente, c’è chi dice che non possiamo permetterci di investire in ricerca, che sostenere la scienza è un lusso quando bisogna dare priorità a ciò che è assolutamente necessario. Sono di opinione opposta. Oggi la ricerca è più essenziale che mai alla nostra prosperità, sicurezza, salute, ambiente, qualità della vita […]”

I tagli dei finanziamenti ministeriali a un sistema giù sottofinanziato come quello delle università, è inaccettabile: 63.5 milioni di euro per il 2009, 190 per il 2010, 316 per il 2011, 417 per il 2012 e 455 per il 2013. Cioè una riduzione dell’1% del 2009 fino all’8% nel 2013. Per confronto va tenuto conto che la spesa media per ogni studente in Italia supera di poco gli 8500 dollari annui, contro una media europea di poco più di 12000 dollari annui.

Un’altra importante novità è la possibilità, per le università, di trasformarsi in fondazioni e raccogliere finanziamenti dai privati; in questo modo le università saranno private della natura pubblica che le riveste, se consideriamo che questa strada, visti i selvaggi tagli, potrà sembrare l’unica possibile per la sopravvivenza.

Gli ultimi governi hanno tagliato i fondi, sprecato risorse, ingarbugliato carriere accademiche senza trovare soluzioni. Quello che ci ritroviamo è un progresso continuamente ostacolato: concorsi macchinosi, stipendi da fame e precariato a vita.

E’ ancora possibile sognare di diventare ricercatori? Sono accettabili, secondo voi, le prospettive per chi decide di dedicare la vita alla scienza?

Detto questo, vi lascio con l’articolo 34 della Costituzione. “I capaci e i meritevoli, seppur privi di mezzi, hanno diritto a raggiungere i più alti gradi degli studi”. E’ davvero così?

Carolina Altobelli

Un pensiero su “La ricerca scientifica nell’Italia della crisi Parte I: “Lo stato che non spende”.

  1. F. F.

    In questo momento non credo ci siano le condizioni sufficienti, almeno dal mio punto di vista, per avventurarsi in un dottorato di ricerca. Naturalmente parlo per ciò che riguarda il mio campo. Mi spiego meglio… Attualmente sono un collaboratore di ricerca (esterno, tramite contratto) e mi è stato proposto di avventurarmi, dal prossimo settembre, in un dottorato di ricerca, cosa tra l’altro che a me piacerebbe molto. Tuttavia c’è un “ma”, anzi… ce n’è più di uno:
    – L’età: oggi, in Italia, le aziende ti vogliono giovane e con una grande esperienza lavorativa alle spalle, aspetti che si oppongono a priori. Nel momento in cui si intraprende un percorso di ricerca, significa che quando finirai sarai tre anni più vecchio… e son tanti (per loro).
    – La retribuzione: 1000 euro al mese, per tutti e tre gli anni. Se hai in mente di prendere una casa o mettere su famiglia con quella cifra è abbastanza complicato.
    – Le aspettative future: alle aziende, almeno nel campo dell’ingegneria informatica in Italia, non interessa che tu sia un laureato con specialistica/magistrale o un ricercatore, vieni posto sullo stesso livello (e con la stessa retribuzione).

    Ora, io quando penso a questi vincoli, mi faccio due conti… mi conviene seguire un passione per poi ritrovarmi in futuro con meno possibilità di quante potrei averne ora?
    Tra tre anni magari avrò fatto carriera all’interno di qualche azienda e inizierò a guadagnare uno stipendio abbastanza buono; facendo il dottorato, viceversa, tra tre anni partirei da zero e mi ci vorrebbero altri tre anni per arrivare a quel livello.

    Oggi come oggi è tutto sbagliato: la mancata fiducia che lo stato ripone nella ricerca e la mancata possibilità che imprenditori credano in una tua idea. Negli USA, nonostante la crisi, esistono imprenditori pronti a sborsare una cifra consistente per sviluppare l’idea di un individuo, a patto che questa idea sia vincente, ovvio. L’esempio classico è Bing, di Lorenzo Thione (italiano), che ha ottenuto inizialmente, se non sbaglio, circa 2 milioni di euro per continuare a credere nella sua idea ed infine l’ha venduta a Microsoft per 100 milioni di euro.
    Si ripete spesso che in Italia c’è la fuga dei cervelli… beh, l’intelligenza è importante, ma i soldi fanno la differenza, soprattutto in un campo dove occorre innovazione.

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