Giuseppe Moscati: il medico “santo”

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Alcuni numeri or sono abbiamo raccontato due storie molto affascinanti e, allo stesso tempo, diverse l’una dall’altra: un protagonista era Giorgio Ambrosoli, ricordato come “l’eroe borghese”. L’altro era un anonimo eroe dei nostri tempi chiamato Raphael Rossi, ricordato da qualcuno per la sua incorruttibilità. Oggi invece cambiamo totalmente scenario ed epoca andando a conoscere la storia di uomo umile ma dotto, di un uomo che ha preferito il servizio verso il prossimo alla vita dei salotti. Ci avviciniamo cosi ad un personaggio ai più sconosciuto, ma che tutti dovrebbero conoscere; se non altro questa storia potrebbe far rifiorire quel senso di fiducia verso il genere umano.

«Esercitiamoci quotidianamente nella carità. Dio è carità. Chi sta nella carità sta in Dio e Dio sta in lui. Non dimentichiamoci di fare ogni giorno, anzi in ogni momento, offerta delle nostre azioni a Dio compiendo tutto per amore».

Non è una frase di Madre Teresa di Calcutta, ma del dott. Giuseppe Moscati (1880), figlio di una nobildonna e di un magistrato della Corte d’Appello.

Senza perderci in vicende bibliografie, passiamo ad analizzare gli aspetti eccezionali della sua breve vita che termina nel 1927, dopo aver partecipato ad una messa ed aver atteso ai suoi compiti in Ospedale e nel suo studio privato. Esatto, Giuseppe Moscati era un medico, ma da tutti era denominato il “medico santo” per il forte senso di solidarietà che applicava al suo pur nobile mestiere. Nonostante i suoi studi lo avessero portato a ricoprire ruoli facoltosi come ricercatore, docente universitario e primario dell’Ospedale Incurabili, il Moscati conduce una vita al servizio della povera gente, prestando assistenza sistematica prima e dopo il suo orario lavorativo. Dopo anni di lavoro, egli si accorge della moltitudine di gente che rimaneva fuori dagli ospedali e, nonostante i suoi sforzi, la situazione a Napoli non migliorava affatto; cosi decide di accogliere gli ammalati rifiutati dagli ospedali in casa propria, procurando loro del cibo e dei medicinali adatti.

Si avverarano cosi le preoccupazioni che turbavano la mamma fin dalla scelta del figlio di diventare medico la quale, conoscendo la sensibilità e lo spirito caritatevole di quest’ultimo, aveva ampiamente previsto che il contatto diretto con i pazienti avrebbe segnato profondamente la sua vita.

Il Moscati, oltre ad essere prima proclamato Beato da papa Paolo VI e poi Santo da papa Giovanni Paolo II, fu colui che avviò inconsciamente quel processo di umanizzazione della medicina che, proprio negli anni in cui egli si trovò ad operare, sembrava risentire di una eccessiva scientificità. Egli quindi eliminò quel distacco che vigeva tra la figura del medico e del paziente e, attraverso la sua condotta estremamente caritatevole e forse prodiga, gettò le basi dei principi della deontologia moderna, nella quale il paziente non è più visto come un mero portatore di una malattia, bensì come una persona che soffre alla quale bisogna riconoscere pari dignità nella sfera fisica, emotiva e spirituale.

Dinanzi ai suoi occhi da medico tutti gli uomini era uguali ed avevano lo stesso diritto di essere curati ed assistiti, anzi è giusto dire che chi era povero usufruiva tranquillamente di una corsia preferenziale.

Queste ultime parole che pongo alla vostra attenzione fanno capire lo spirito con cui il Moscati ha affrontato la sua missione di “medico santo”:

«Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell’eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso, se si dedicheranno al bene.»

di Antonio Di Giorgio

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