Walter Tobagi: un esempio per i nostri figli…

Standard

Torniamo oggi a parlare degli anni di piombo, anni bui della politica italiana che si contraddistinguono per tutte quelle morti ingiuste che il nostro paese piange tutt’ora. O che, per lo meno, avrebbe il dovere di piangere senza dimenticare nessuno, per il semplice motivo che all’epoca esistevano le brigate rosse che volevano rovesciare l’ordine costituzionale, ma allo stesso modo vi erano magistrati, politici, giornalistici, membri della società civile in genere che sacrificarono la propria vita per preservare la democrazia italiana.

Per la redazione di questo articolo devo ringraziare – non me lo sarei mai aspettato – Anno Zero di Santoro, dove è intervenuta poche settimane fa Benedetta Tobagi, giornalista che collabora con il quotidiano la Repubblica e che mette in risalto come le vittime del terrorismo – compreso suo padre – vengano offese dagli ormai famosi manifesti “Via le BR dalle procure” e da tutte le affermazioni che il premier compie da anni contro la magistratura.

Ebbene oggi parleremo di Walter Tobagi. Non era un pubblico ministero, né tanto meno un magistrato, bensì un giornalista e scrittore italiano che vede il suo mestiere come una vocazione, come un qualcosa da svolgere correttamente a tutti i costi. Nato in Umbria a Spoleto nel ’47, si trasferì a Bresso ed iniziò a scrivere, all’età del ginnasio, nel celebre giornale “La zanzara” del liceo Parini. Concluso il liceo entrò nella redazione “dell’Avanti” giovanissimo, ma dopo pochi mesi passò al quotidiano cattolico “L’Avvenire”, nel quale inizio a delinearsi la completezza del suo essere giornalista e, contemporaneamente, la sensibilità per i temi sociali, per l’informazione, per la politica e il movimento sindacale, a cui dedicava molta attenzione anche nel suo lavoro «parallelo», quello universitario e di ricercatore. Basti pensare che in pochi anni, l’impegno maggiore lo dedicò alla morte di Giacomo Feltrinelli e all’omicidio del commissario Calabresi. Tuttavia si spinse oltre e parlò molto delle prime iniziative militari delle Br, dei «covi» terroristici scoperti a Milano, fino ad arrivare al rapporto del questore Allitto Bonanno, alla guerriglia urbana che provocava tumulti – e morti – per le strade di Milano, organizzata dai gruppuscoli estremisti di Lotta continua, Potere operaio, Avanguardia operaia.

Lasciato l’Avvenire, giornale in cui imparò l’arte del “cronista da campo”, scrisse per il “Corriere d’Informazione” e nel 1972 entrò nella redazione del “Corriere della Sera”, dove le sue qualità da inviato vennero alla luce prepotentemente. Lavorare per questa grande testata fu uno stimolo enorme per un professionista serio come Tobagi, e cosi iniziò ad occuparsi delle malefatte degli “anni di piombo”, dedicandosi specialmente al caso di Emilio Alessandrini, sostituto procuratore della Repubblica ucciso a 39 anni da Prima Linea; non trascurò le realtà di Milano, Genova e Torino che lui definiva “laboratori di terrorismo”, ne tanto meno il fenomeno del pentitismo, scrivendo un articolo che forse fu uno dei più significativi di tutta la sua carriera. Il titolo era «Non sono samurai invincibili».

Quello che più stupisce è che Tobagi, Ambrosoli e molti altri erano consapevoli che cosi facendo, prima o poi sarebbero morti e dieci ore prima di essere assassinato, il Tobagi, che stava tenendo un comizio, riferendosi alla lunga serie di omicidi dice “chissà a chi toccherà la prossima volta”…immancabilmente dieci ore dopo soccomberà per mano di un “commando” di terroristi buona parte dei quali figli di famiglie della borghesia milanese nonché appartenenti a Prima Linea – tra i cinque assassini Marco Barbone erafiglio di Donato Barbone, dirigente editoriale della casa editrice Sansoni di proprietà del gruppo RCS e Paolo Morandini era figlio del critico cinematografico del quotidiano Il Giorno Marco Morandini – . E’ incredibile pensare come Tobagi abbia perpetuato nel suo lavoro di giornalista e, di lì a poco, sarebbe morto proprio a causa di tale attività: eppure ha continuato imperterrito, avrà sicuramente avuto qualche tentennamento di fronte al pericolo, ma alla fine ha deciso di continuare fino a quando non fosse giunta la sua ora. E’ questo il messaggio vero di quegli anni che dobbiamo rispolverare, è per questo che tali eroi moderni vanno ricordati ogni giorno sui giornali, nelle scuole, nei bar e in tutti i luoghi di crescita della società, perchè è giunto il momento di abbandonare figure “mitizzate” dalle fiction – vedi il Dandi, il Libanese, Totò Riina, etc – per iniziare a ricordare, con i dovuti onori, i veri eroi della storia della Repubblica Italiana.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...