Procreazione Medicalmente Assistita, storia di una libertà mancata.

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In periodo pre-referendario e in tema di questioni etiche è quasi d’obbligo raccontare uno degli episodi della storia recente della consultazione popolare, quello che nel 2005 ha visto la sottoposizione dei quesiti sulla Legge 40/2004, meglio conosciuta come la Legge sulla Procreazione Medicalmente Assistita [PMA]. Procedendo per ordine, partiamo dall’analisi delle novità più discusse della Legge e da quelle che sono state le relative contestazioni:

  • Il ricorso alla PMA è consentito solo quando sia impossibilitata la rimozione delle cause di sterilità o infertilità 

Questo assunto pone limite a 2 importanti e specifiche condizioni: l’impossibilità di accedere alla PAM per quelle coppie definite “discordanti” (in cui l’uomo è affetto da una patologia infettiva trasmissibile sessualmente, come HIV o HCV), l’accesso di coppie fertili, ma con patologie genetiche note, con l’intento di trasmettere al figlio le stesse.

  • È vietato il ricorso alla PMA eterologa Ovvero è vietato l’uso di gamete (seme o ovocita) da donatore, impedendo il ricorso alla PAM al 10% di coppie in cui l’infertilità è causata proprio dalla mancata produzione di questi elementi È vietata la crioconservazione e la soppressione di embrioni, ottenibili in un numero massimo di 3. Qualora per cause di forza maggiore, relative allo stato di salute della donna, gli embrioni non siano immediatamente impiantabili, essi dovranno essere impiantati non appena possibile. 

Questo comporta 2 condizioni tra loro diverse: Non è possibile, anche dopo diagnosi genetica prenatale, sopprimere l’embrione, che andrà comunque impiantato. Ciò limita ulteriormente l’uso della procreazione assistita come strumento preventivo della trasmissione ereditaria di malattie importanti, indirizzando questa pratica verso l’aborto dopo amniocentesi, con tutti i rischi correlati Tutti gli embrioni prodotti vanno impiantati, anche se ciò si correla con il rischio di una gravidanza plurima, con tutti i rischi correlati per i feti e soprattutto per la donna.

  • Si fa divieto di ogni tipologia di ricerca sull’embrione che non sia finalizzata a a finalità esclusivamente terapeutiche e diagnostiche nell’interesse dell’embrione stesso.

Questo punto pone dei limiti netti alla ricerca medica. Su tutte, le ricerche sulle cellule staminali embrionali. Nel 2005 i Radicali prima, con l’appoggio di buona parte della sinistra italiana dopo, depositano e sostengono 4 quesiti referendari rivolti ad abolire i punti sopraelencati.

Nei mesi successivi i media (soprattutto quelli di massa, ovvero quelli televisivi) si asterranno dall’offrire una informazione degna di questo nome sul tema. Le uniche voci a trovare adeguato spazio nei telegiornali, e nei pochi talk dedicati, sono quelle religioso-governative che invitano all’astensionismo, propinando la demagogica e falsa dicotomia, riproposta successivamente anche per altri temi, tra i pro-vita e i pro-morte. Le votazioni si terranno il 12 e 13 Giugno, il quorum non verrà mai raggiunto e quindi le parti specifiche della legge 40/2004 mai abrogate (i si furono superiori al 70%). Sarà la Corte Costituzionale, nel 2009, a dichiarare illegittimi i commi prevedenti il limite di 3 embrioni, l’obbligo di unico e contemporaneo impianto, e l’obbligo di impianto (in caso di rinvio) non appena possibile, anche senza pregiudizio per la salute della donna. Questo episodio della storia recente italiana ci restituisce una condizione a dir poco trogloditica in fatto di temi etici. Ci si ostina, per temi come questo o come quello del testamento biologico, a voler creare una morale comune che non può esistere per temi così delicati, soprattutto se a decidere queste cose sono dei politici e non dei tecnici che, dall’altezza della loro salute, vogliono decidere non cosa sia giusto, ma cosa sia moralmente più accettabile per chi invece non ha avuto la loro stessa fortuna. E così si condannano persone ad iter complicatissimi e spesso dolorosi, dove in nome di una visione teologica della scienza si preferisce il ricorso a momenti dolorosi (come quello dell’aborto) piuttosto che scegliere l’eliminazione di un embrione (NdA: gruppo di cellule non ancora feto), dove la salute psico-fisica della donna non sembra essere motivo sufficiente a superare discussioni filosofiche sulla “vita in potenza” rappresentata da un gruppo di cellule, non mancando inoltre di alimentare un fenomeno, come quello del “turismo procreativo”, a dir poco inquietante. Inquietante perché in questo paese, per essere liberi, bisogna varcare il confine.

Baratta Francesco

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