“Justice has been done” Un resoconto sulla “Crociata al Terrorismo” made in Usa

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“Justice has been done”. Giustizia è stata fatta. La morte di Bin Laden corona dieci anni di politica estera statunitense. Folle esultanti si sono accalcate per diversi giorni nelle più grandi città d’America per acclamare questa vittoria, tutta firmata Obama. Ma il merito è soltanto il suo? Cerchiamo qui di fare un po’ di chiarezza. Tutto era iniziato con l’attacco alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001; un fatto catastrofico che toccò profondamente l’intera comunità americana. Sarà anche cinico dirlo ma l’attacco fu il miglior espediente per mettere in piedi quella che nella diplomazia è passata alla storia come la “Dottrina Bush”, saldamente poggiata sulla codificazione del documento “La strategia della sicurezza nazionale degli Usa” (settembre 2002), che avrebbe dato il là alla “Crociata al Terrorismo”. Il tutto si basava sulla famosa strategia della “Guerra Preventiva” che segnò la rottura con la precedente politica di contenimento che aveva caratterizzato le due precedenti amministrazioni democratiche di Bill Clinton. D’ora in poi gli imperativi per la squadra di Bush junior sarebbero stati tre: gli Usa non avrebbe aspettato nessun altro attacco; far valere il diritto americano di intervenire preventivamente; agire in via cautelativa contro i terroristi.

Con questi presupposti la crociata contro l’integralismo islamico poteva iniziare. In realtà quest’ultimo era da già quasi dieci anni che tormentava la coscienza e la sicurezza degli Stati Uniti; negli anni ’90 gli analisti lo definivano “terrorismo delle fazioni”, molto più pericoloso di quello statale, in cui gli obiettivi privilegiati rimanevano soprattutto i soldati e i diplomatici, simbolo dell’offensiva occidentale contro il mondo islamico. Bin Laden già all’epoca era piuttosto attivo e fu riconosciuto il mandante di due attentati; quello del 1993, sempre al World Trade Center, in cui un furgone imbottito di esplosivo causò la morte di 6 persone e il ferimento di oltre mille, e quello del 1996, quando in Arabia Saudita un’autobomba fu fatta esplodere uccidendo 19 soldati Usa. Ma la lista non si ferma a questi due e, nonostante non sia mai stata provata la complicità di Bin Laden, l’integralismo islamico continuò a mietere le sue vittime; nel 1998 due autobombe colpiscono simultaneamente le ambasciate americane in Kenya e Tanzania, facendo 200 morti e nel 2000 in Yemen viene attaccata la U.S.S. Cole e 17 marinai perdono la vita. Lunga è stata la scia di sangue e di morti che ha portato alla politica militaristica di fronda repubblicana. La grandezza dell’amministrazione Bush, a detta degli analista, non fu tanto nella persona del presidente, definito da molti miope e mediocre, quanto nel suo staff presidenziale, definito per dinamismo ed energia, dei “vulcani”. Parliamo di personalità del calibro di Condolize Rice, Paul Wolfwitz, Colin Powell, Richard Perle, etc…, che capirono immediatamente quanto fosse importante per la nazione una politica estera che sapesse ben coniugare l’esigenza Usa di primeggiare in ogni focolaio con l’obbligo di regolari rifornimenti energetici, in primis di petrolio. Gli attacchi in Afghanistan e in Iraq sono gli esempi più pertinenti per la realizzazione di questo tipo di politica. Beninteso parlare di “crociata al terrorismo” nel caso americano e soprattutto per l’amministrazione Bush significa il trionfo dell’unilateralismo di matrice Usa non solo da un punto di vista militare, ma anche in campo sociale, economico e culturale.
Concluso il ciclo governativo dei repubblicani fu la volta dei democratici, quando nel 2008 Mccain dovette arrendersi ad Obama. Gli analisti di storia diplomatica raramente hanno osannato l’operato delle amministrazioni democratiche in materia di politica estera; troppo attente al giudizio dell’elettorato e dell’opinione pubblica, esse si sono sempre rivolte principalmente alla risoluzione delle questioni di politica interna, votandosi in maniera riluttante e indecisa alla politica internazionale. Basti vedere il comportamento di Obama nell’attuale Guerra di Libia
Non vi nascondo la sorpresa quando la mattina del 2 maggio sono venuto a sapere dell’uccisione di Osama Bin Laden. Cavolo! Un democratico che riesce laddove quel cowboy di Bush non è riuscito? A mio avviso con questa mossa il caro Obama si è assicurato anche il secondo mandato per la sua amministrazione; gli americani non scorderanno tanto velocemente un fatto di questa portata. Chi deve ringraziare “l’abbronzato” presidente: Bin Laden, i Navy Seals, il segretario di Stato Clinton? Assolutamente no. Il caro Obama deve ringraziare soltanto il suo predecessore G.W. Bush visto che le informazioni vitali che hanno premesso alle forze speciale di uccidere il nemico numero uno di Washington, sono state ottenute tramite i brutali interrogatori che quotidianamente, da diversi anni a questa parte, gli agenti Usa estercono ai detenuti di Guantanamo. Nonostante questo Obama rimarrà colui che ha ucciso Bin Laden, mentre Bush colui che non ci è riuscito.

Andrea Schiavi

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