Lavoro, da dove partire…

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Dopo le esternazioni di qualche giorno fa del ministro Renato Brunetta, la questione del lavoro precario è tornata sotto i riflettori più di quanto già lo sia stata in passato.

Tralasciando il comportamento del ministro, che credo non meriti commento alcuno, possiamo invece concentrarci ed esaminare i motivi di quella che ormai è diventata una vera questione nazionale, la questione del lavoro e della sua regolamentazione.

Negli ultimi anni, e soprattutto dopo l’acutizzarsi degli effetti della crisi finanziaria, nel nostro paese, si è ingrandita la forbice, già assai ampia, tra categorie di lavoratori.

Ricorre spesso il concetto che il mercato del lavoro sia diviso in almeno due macro aree.

Da una parte i lavoratori statali, per citare una categoria, più anziani solitamente, che godono di tutele e benefici, dall’altra i più giovani, costretti a sottostare a forme contrattuali che non garantiscono nessuna forma di stabilità.

Il dato sulla disoccupazione giovanile, ormai vicino al 30%, preoccupa e non poco.

Su questo bisognerebbe fare alcune considerazioni preventive: la prima riguarda la categoria dei giovani, i dati infatti considerano una fascia di età che va dai 15 ai 25 anni, forse questa fascia dovrebbe essere aggiornata, visto che oggi sono pochi i giovani che iniziano a lavorare prima dei 25 anni.

Detto questo, solo per voler precisare da dove vengano estrapolati i dati, c’è da dire che il problema è di immensa complessità, e non è facilmente risolvibile, con questa o quella proposta, vanno infatti in primis creati posti di lavoro nuovi e rivisti i metodi di formazione scolastica e l’accesso all’università.

Tuttavia una riorganizzazione del mercato del lavoro credo sia necessaria, e credo soprattutto che alcuni miti, come ad esempio quello del “posto fisso” debbano essere abbandonati.

La nostra generazione sta pagando, e continuerà a farlo in futuro, i privilegi di cui molti dei nostri nonni, genitori hanno goduto. Andando per titoli, cito ad esempio i prepensionamenti, molto in voga negli anni ’80, in parole povere ci troviamo ancora oggi a pagare pensioni di chi a 40 anni o poco più poteva già ritirarsi dal lavoro.

Guardando in modo più specifico alle pensioni, c’è da dire che per alcune categorie di lavoratori, i quali svolgono attività non troppo usuranti, l’età del pensionamento forse andrebbe rivista.

Se si allunga la vita, e sono dati di fatto, non si può pensare che con essa continui ad aumentare anche il periodo di pensionamento, se esso qualche anno fa durava 15 anni, oggi dura 20 anni e più.

Quindi credo che anche una riforma in quel senso vada discussa, se veramente si vuole un paese fatto da giovani e da vecchi e non solo dai secondi.

Per non dilungarmi ulteriormente, rimando la trattazione delle proposte di riforma del mercato del lavoro ai prossimi articoli, per adesso vi lascio con una provocazione, ma forse nemmeno troppo.

Credete che sia ancora attuale e possibile da applicare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori?

“L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori afferma che il licenziamento è valido se avviene per giusta causa o giustificato motivo.

In assenza di questi presupposti, il giudice dichiara l’illegittimità dell’atto e ordina la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro. In alternativa, il dipendente può accettare un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultimo stipendio, o un’indennità crescente con l’anzianità di servizio.

l lavoratore può presentare ricorso d’urgenza e ottenere la sospensione del provvedimento del datore fino alla conclusione del procedimento, della durata media di 3 anni.

Nelle aziende che hanno fino a 15 dipendenti, se il giudice dichiara illegittimo il licenziamento, il datore può scegliere se riassumere il dipendente o pagargli un risarcimento. Può quindi rifiutare l’ordine di riassunzione conseguente alla nullità del licenziamento. La differenza fra riassunzione e reintegrazione è che il dipendente perde l’anzianità di servizio e i diritti acquisiti col precedente contratto (tutela obbligatoria).”

Deligia Pietro

 

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