Per un pugno di voti, la riforma impossibile.

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Partiamo da un presupposto: il sottoscritto e l’economia non vanno molto d’accordo. Più che altro, pur riconoscendone la fondamentale importanza e non mancando dall’avere una personalissima idea sul migliore modello politico-economico, il capitolo economia, nella discussione politica non è quello che più mi interessa. Tuttavia, proprio le ammissioni contenute in questa premessa possono in un certo senso agevolare la riflessione di oggi, suggerendone, forse, la natura lapalissiana, se evidente anche al sottoscritto: fino a che punto si può pensare di sacrificare la salute economica di uno stato, e più in generale il suo futuro, pur di rincorrere qualche voto in più?

Questa domanda nasce dall’evidenza del centro della discussione politica degli ultimi giorni: la riforma fiscale, identificata come la panacea di tutti i mali, unica possibile risolutrice del progressivo allontanamento tra il governo ed il suo elettorato.

Sistema di prelievo 3 aliquote e riduzione sostanziale del numero delle imposte (a 5). Niente di più elementare. Niente di nuovo.

La promessa di una riforma fiscale è stata da sempre, uno dei cavalli di battaglia del Cavaliere, parte di una promessa liberale che è stata il centro del programma economico berlusconiano. Una di quelle promesse che, negli ultimi vent’anni, non è riuscito a mantenere.

Ma all’improvviso si torna a ravvisarne un’impellente urgenza, ultimo treno possibile per evitare la disfatta, è così che la riforma del sistema fiscale scalza quella della giustizia in cima alle priorità di Berlusconi. Ma questa riforma, oltre alla spinta propulsiva del Premier, vive del forte e minaccioso sostegno della Lega. Dal pulpito ingentilito (rispetto ai minacciosi proclami, quelli si, dei primissimi anni), ma pur sempre suggestivo, di Pontida, affianco alle richieste di trasferimento al nord dei più importanti Dicasteri, il Senatùr pone la riforma del fisco come sine qua non per la sopravvivenza del governo, anche a costo di rivedere gli accordi internazionali sull’impegno italiano nelle missioni di pace (e di guerra) per racimolare qualche denaro necessario alla riforma. Purtroppo di denari ne servirebbero 80 miliardi e Tremonti lo sa bene. In bilico tra l’incubo di un declassamento sempre più minacciato dalle agenzie di rating e il pressing dell’Unione Europea, che non manca occasione per ricordargli che, per il concordato rientro del debito entro il 2014, sarà necessaria una manovra da “lacrime e sangue” (40 miliardi di euro secondo alcune previsioni).

Lo ha dichiarato in pubblico il titolare del tesoro, una riforma fiscale, di qualsiasi tipo, non si può fare in deficit. Perentorio e responsabile, ha agitato il baluardo della stabilità a negare la possibilità di tradurre in realtà la richiesta. Ma Tremonti manca del supporto politico necessario per potersi permettere un contro-diktat. Il sostegno incondizionato da parte del carroccio sembra all’improvviso venuto meno, quando solo due mesi fa le voci della fantapolitica raccontavano di un crescente asse Tremonti-Lega pronto a far fuori Silvio. Ora il vento è cambiato, serve riacquistare i voti persi negli ultimi tempi, che Giulio lo voglia o meno. D’altronde è già stato sacrificato una volta e potrebbe benissimo esserlo una seconda. La speranza è che con lui, per un pugno di voti, non venga sacrificata anche la stabilità del paese.

di Francesco Baratta

Un pensiero su “Per un pugno di voti, la riforma impossibile.

  1. Non è il momento, la riforma fiscale può essere una forma di rilancio del paese, soprattutto se fatta togliendo le accise più pesanti su chi fa girare l’economia, in primis quindi una riforma va fatta per far ripartire l’industria e poi i consumi.
    Non è il momento perchè il gettito fiscale a breve termine diminuirebbe, fatto incontrovertibile, e non è il momento adatto per avere meno entrate, si rischierebbe veramente molto. Sarò ripetitivo, ma voglio esserlo, dicendo che ci sono riforme a costo zero che rilanciano il sistema paese e che agevolano il cittadino, certo, diminuiranno le clientele, e forse è questo il più grosso problema!

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