Contratto unico? Si, no, forse

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Vi avevo lasciato(https://puntofuturo.wordpress.com/2011/06/19/lavoro-da-dove-partire/ ) con una provocazione, l’applicabilità ancora oggi dell’articolo 18. Non era casuale e tra qualche riga scoprirete il perchè.

Negli ultimi tempi si sente parlare ripetutamente del contratto unico, in molti hanno evidenziato come questa possa essere una possibile via per una nuova regolamentazione del mercato del lavoro.

Vediamo, in breve, in cosa consiste questa rivoluzione copernicana che potrebbe trasformarsi in realtà tra qualche tempo.

Andando per titoli si propone:

un contratto di lavoro unico a tempo indeterminato senza tutela reale (Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), in sostituzione a tutte le forme contrattuali in uso, con eccezione dei contratti di inserimento e di apprendistato e dei co.co.pro sopra i 40.000 euro lordi. Va precisato che chi ha un contratto già stipulato, lo manterrà fino alla scadenza del tale.

L’istituzione, per i nuovi assunti, di un’indennità di licenziamento, a carico del datore di lavoro, pari almeno a tanti dodicesimi della retribuzione lorda complessivamente goduta nell’ultimo anno di lavoro quanti sono gli anni di anzianità di servizio, e l’introduzione di un’indennità di disoccupazione, a prescindere dal settore e dalla qualifica, che si aggiunge a quella di licenziamento.

Per finanziare la proposta: innalzamento dell’età pensionabile nel range 65-67 anni, fermo restando il diritto di chi ha 40 anni di contributi, senza differenze per uomini e donne e con un sistema di disincentivi crescenti all’interno del biennio. L’allungamento dell’età pensionabile serve a finanziare quel welfare delle opportunità, fatto di sostegno alla maternità e alla paternità, volto ad una formazione professionale qualificante e ad un irrobustimento delle aspettative pensionistiche dei lavoratori più giovani.

Con i risparmi previdenziali si prevede l’introduzione di un nuovo canale per la formazione professionale. Esso si aggiunge e non sostituisce quelli già implementati dalle Regioni.

Si propone l’abolizione degli esami di abilitazione per l’esercizio di professioni regolamentate da Ordini, il diritto di anticipazione durante gli studi del tirocinio propedeutico all’accesso ad una professione regolamentata, ove previsto, l’abolizione dei minimi tariffari e del divieto di pubblicità.

Infine, per promuovere le start-up tecnologiche, l’innovazione e l’accesso al credito, si prevede l’istituzione di un “Fondo dei fondi” di venture capital: è istituito presso la Cassa Depositi e Prestiti SpA, con dotazione iniziale di 100 milioni di euro, un fondo speciale d’integrazione di fondi d’investimento di venture capital volti a fornire maggiore capitale di rischio a start-up tecnologici.

Qualche domanda tuttavia sorge spontanea, e non credo che sia facile rispondere a tali questioni…

A mio avviso che siano i giovani ad essere particolarmente colpiti dalla disoccupazione, dipende anche da loro. Non dalla loro responsabilità, ma dalla loro “occupabilità”. Che è una cosa diversa dalla flessibilità eccessiva. Non è la flessibilità ad essere eccessiva e mal distribuita, è la “occupabilità” che è scarsa. Il problema, come si dice in gergo, è anche dal lato dell’offerta.

Vorrei anche mettere l’accento sul fatto che i servizi al lavoro, nel nostro Paese sono pressoché assenti. Non c’è tradizione nel campo dell’orientamento, della assistenza nella ricerca del lavoro, nella qualificazione professionale. La famosa attività di “matching” nel mercato del lavoro è praticamente inesistente. E di questo soffrono soprattutto i giovani.

Il contratto unico può essere una parte della soluzione del problema.

Serve ben altro per sbloccare il complesso meccanismo di offerta e domanda del lavoro.

Servirebbero riforme organiche,correlate e trasversali; a partire dalla scuola e dalla formazione professionale, che in questo paese sembra una bestemmia solo a nominarla.

Ma soprattutto bisognerebbe ricominciare a crearli questi posti di lavoro, come? Alla prossima puntata…

Pietro Deligia

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