Il diritto negato…notizie da Radio Carcere

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Negli ultimi tempi mi sono trovato a dibattere con altre persone sul senso della Costituzione , sulla sua attualità e sulla possibilità di riformarla quanto possibile.Tutti temi giusti e ponderati contraddistinti da acute osservazioni. Nella discussione osservavamo come il nucleo centrale della Costituzione fosse indispensabile per regolare i rapporti di una adeguata società moderna e civile. Allo stesso tempo sottolineavamo come taluni articoli possano essere considerati arretrati in corrispondenza della crescente complessità della società in cui viviamo e quindi si sosteneva la possibilità non troppo remota di una tanto giusta quanto necessaria modifica di alcuni concetti posti all’interno del testo costituzionale.
Ma sono realmente rispettate le norme della nostra Costituzione?Il percorso designato dai padri costituenti è stato compiuto? Probabilmente non in maniera completa.
Quando si parla del senso della Costituzione , della sua attualità e della sua modifica si dovrebbe prima pensare alla sua applicazione. In parole povere, prima di essere modificata, la Costituzione dovrebbe essere attuata! E’ questo il caso di un concetto tanto giusto quanto astratto: la rieducazione del detenuto. L’art. 27 comma 3 recita: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Un concetto centrale in uno Stato di diritto , uno Stato nel quale l’individuo che sbaglia non va gettato nel dimenticatoio , non va recluso socialmente bensì aiutato . Va appunto rieducato. Eppure nelle carceri italiane la situazione non sembra affatto simile al concetto esposto dal dettato costituzionale.

Diamo un po’ di numeri:

208. Sono le carceri italiane. La metà costruite nel 1200, nel 1500 o nell’800.
42mila. Sono i posti a disposizione.
67.510. Sono le persone detenute alla data del 30 aprile. Ovvero circa 25mila persone in più.
37 mila. Sono condannati in via definitiva. 29 mila. Sono i detenuti imputati, ovvero sottoposti a misura cautelare.
15 mila. Sono le persone che in carcere attendono un primo giudizio. Presunti non colpevoli.
173. Sono i detenuti morti nel 2010.
61. Sono le persone detenute morte dall’inizio del 2011. Una media di 12 decessi al mese. 22 si sono suicidati. 39 sono morti per malattia.

Si desume chiaramente una crescita esponenziale della popolazione carceraria a fronte peraltro di una lenta ma costante diminuzione del numero dei reati in questi ultimi anni.
Un altro importante problema è la cultura dominante che vede nella detenzione carceraria l’unico sistema di difesa della società contro il crimine, di qualunque natura esso sia e qualunque sia la causa che l’ha generato. Cultura che esclude a priori qualsiasi altra soluzione: repressione non recupero, penalizzazione non prevenzione.

La vita di chi è costretto a scontare una pena detentiva non ha più la benché minima tutela contro possibili abusi e persecuzioni. Tuttavia, sembra che questa sacca di orrore e ingiustizia non desti un vero interesse da parte delle istituzioni, che non muovono alcun passo per cambiare lo stato delle cose, limitandosi a stigmatizzare sovraffollamento e degrado. Il carcere ha così abdicato alla sua primaria funzione: quella di rieducare alle regole di una società civile, di ritrovare i valori del rispetto degli altri e delle leggi, di preparare il detenuto al ritorno nel mondo sociale esterno, con la stessa considerazione e gli stessi diritti degli altri cittadini. Non a caso il tasso di recidività dei detenuti si colloca fra i più alti al mondo: oltre il 66%.

In questa triste situazione, il lavoro da svolgere in carcere è uno degli strumenti fondamentali per la ricollocazione sociale del recluso. Il lavoro carcerario svolge una funzione normalizzatrice e correttiva, poiché: sottrae i detenuti alle conseguenze negative dell’ozio;favorisce il loro trattamento rieducativo;offre loro la possibilità di ricavare un guadagno col quale soddisfare le loro necessità e sussidiare la famiglia. Il lavoro carcerario non deve essere considerato come un trattamento punitivo ma come una forma di organizzazione necessaria della vita della comunità carceraria. Occorre quindi investire sul recupero della persona. In carcere ci sono innanzitutto persone come noi, la cui dignità in quanto tale non va calpestata per nessuna ragione.

 

di Paolo Bovieri

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Un pensiero su “Il diritto negato…notizie da Radio Carcere

  1. Problema serio, problema che se non fosse per Pannella, starebbe costantemente nel dimenticatoio.
    Concordo con il fatto che il lavoro debba essere il mezzo primario di rieducazione, e soprattutto che le condizioni di vita siano disumane.
    Credo che si dabba fare più ricorso agli arresti domiciliari, ove possibile, almeno si abbassa un pò la densità di persone che stanno in cella, e poi si spenderebbe molto meno.

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