TIBET: occupazione illegale o regione autonoma cinese?

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Quest’oggi, prendendo spunto dall’incontro avvenuto l’11 luglio alla Casa Bianca tra Obama ed il Dalai Lama – incontro che ha mandato su tutte le furie il governo di Pechino- e seguendo la scia della storia delle “guerre a bassa intensità”, inaugurata con il mio precedente post, voglio parlarvi del Tibet.

Solitamente, il Tibet rievoca nelle nostre menti immagini di pace, tranquillità, il sorriso di un monaco e le montagne innevate, ma la realtà e la storia del Tetto del Mondo sono ben diverse..

Il Paese venne invaso dalle autorità cinesi nel lontano 1950 ed è oggi considerato Regione Autonoma della Repubbica Popolare Cinese, anche se di autonomo c’è ben poco!

L’invasione della Cina fu, fin dall’inizio, totale e volta alla cancellazione della tradizione e della cultura tibetana: la popolazione fu sottoposta ad una martellante campagna politica e poliziesca che mirava alla rieducazione degli individui ed allo stravolgimento della società; vennero istituiti i cosiddetti thamzing, veri e propri linciaggi pubblici contro gli elementi “controrivoluzionari” a cui tutti dovevano partecipare attivamente; i monasteri furono chiusi o distrutti ed i monaci dispersi; fu proibita e perseguitata ogni manifestazione di fede religiosa ed anche le più innocue espressioni di dissenso vennero represse ed i dissidenti rinchiusi nei numerosi campi di lavoro forzato aperti in tutto il Paese. Nel corso dei primi 20 anni di occupazione cinese, dei quasi 6000 monasteri e templi se ne salvarono solamente 13. Nella seconda metà degli anni ’70, con la scomparsa di Mao e l’ascesa al potere di Deng Tsiao Ping, molte cose cambiarono: il sistema di rigida collettivizzazione e delle comuni venne definitivamente smantellato, alcuni monasteri furono parzialmente riaperti ed alcune celebrazioni religiose ripresero ad essere tollerate. La situazione era, però, lungi dal tornare alla normalità, le manifestazioni e le repressioni continuarono ed il 21 settembre 1987, davanti alla Commissione per i Diritti Umani del Congresso statunitense, il Dalai Lama espose un Piano di Pace in Cinque Punti: 1. trasformazione dell’intero Tibet in un territorio demilitarizzato di pace e non-violenza; 2. abbandono della politica di trasferimento della popolazione da parte della Repubblica Popolare Cinese; 3. rispetto dei diritti umani fondamentali e delle libertà democratiche; 4. ripristino e protezione dell’ambiente naturale; 5. avvio di serie trattative sul futuro status del Tibet e sui rapporti tra il popolo cinese e quello tibetano. Inoltre, l’anno successivo il Dalai Lama si dichiarò anche disposto a rinunciare all’indipendenza in cambio di un’effettiva autonomia delle province tibetane. Putroppo, però, la dirigenza cinese rispose negativamente al Piano di Pace ed a Lhasa esplose la collera della gente. Migliaia e migliaia di persone diedero vita a manifestazioni di protesta che la polizia represse con inaudita violenza, circa 32 tibetani vennero uccisi ed oltre 200 feriti. 

Poiché il popolo tibetano in Tibet non può parlare se non a rischio della vita o della prigione, vi è stato chi, nel corso degli anni, ha compiuto gesti estremi per dare “voce ai senza voce”. Tra questi, emblematico fu il gesto di Tupthen Ngodup, che nell’aprile del 1998, in seguito alla decisione del governo di Nuova Delhi di ospedalizzare con forza i 6 membri del Tibetan Youth Congress esuli in India – i quali stavano portando avanti uno sciopero della fame da 50 giorni- decise di darsi fuoco e morì dopo pochi giorni con oltre il 95% del corpo gravemente ustionato.

Purtroppo, nemmeno le fiamme sono servite a rischiarare la sorte del popolo tibetano e continuano ancora oggi le proteste, represse ferocemente dalle autorità cinesi. Pechino continua a bollare il Dalai Lama come un “secessionista” con cui è impossibile dialogare e fa del nazionalismo cinese, della superiorità demografica e dello sviluppo economico i rulli compressori per appiattire il Tibet.

Ma perchè cancellare un popolo e le sue tradizioni?

Basterebbe applicare al Tibet il sistema in vigore già ad Hong Kong: porre dei limiti all’immigrazione dal resto della Cina, consentire forme di autogoverno per preservare la fisionomia culturale e proteggere l’ambiente naturale, pur lasciando a Pechino le competenze in materia di politica estera e difesa.

Ma anche un modesto federalismo appare al regime cinese come una concessione intollerabile e destabilizzante, allora dov’è l’autonomia regionale di cui parla la Repubblica Popolare Cinese?

di Gaia Ranzi

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