Dal Pil al Benessere

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L’attuale indicatore economico di uno Stato è il PIL (prodotto interno lordo).Quest’ultimo rappresenta valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo,solitamente un anno. L’affermazione del Pil come cartina di tornasole per lo sviluppo di un paese risale al secondo dopoguerra, un momento storico in cui una crescita economica senza precedenti si traduceva in un aumento significativo degli standard di vita della popolazione. Nell’era del consumo di massa, l’accresciuta disponibilità di beni e servizi, dopo le privazioni sofferte durante la guerra, sembrava essere il traguardo di una vita felice, e il Pil simbolo e misura di un livello di benessere sempre maggiore. Il PIL si è guadagnato una posizione di preminenza circa la sua capacità di esprimere o simboleggiare lo stato di una collettività nazionale. Ma non sono state risparmiate al PIL critiche molto dure, anche a partire da un’epoca in cui il concetto non era così noto e dominante.

La sensazione che il PIL sia un numero poco significativo è oggi sempre più condivisa. Sono ormai molti anni che economisti, scienziati sociali ed ambientalisti si sgolano per portare all’attenzione della disciplina economica e dell’opinione pubblica la necessità di distinguere, sia nella misurazione che nel design delle politiche, tra performance economica, benessere economico e benessere in senso generale. Sotto questo punto di vista un passaggio fondamentale avvenne esattamente 20 anni fa, quando Amartya Sen presentò l’Indice di Sviluppo Umano che sanciva l’era della multidimensionalità dello sviluppo. Tale indice combinava un insieme di indicatori relativi al reddito, alla salute e all’educazione nella creazione di un indicatore composito. La capacità che questo indicatore ha di “raccontare”, attraverso una misura sintetica, un’idea di sviluppo basata su una visione multidimensionale non ha eguali, soprattutto per l’importanza mediatica e la diffusione che ha avuto in tutto il mondo.

Si è così aperta la strada a un dibattito molto acceso, offrendo lo spunto per la costruzione di ulteriori indicatori. Tra questi si sta affermando il BIL(Benessere Interno Lordo), il quale è la risultanza di otto indicatori che prendono in esame ambiti della vita quotidiana dei singoli e delle comunità andando al di là del dato meramente economico. Si parla quindi di condizioni di vita materiali, di salute, di istruzione, di attività personali, di partecipazione alla vita politica,di rapporti sociali, di insicurezza economica e fisica e di ambiente. In base al mix di questi elementi, è risultato che la Svizzera è il Paese dove si vive meglio, seguito a ruota da Olanda,Danimarca e Australia.In Itala le regioni di maggior benessere sono la Toscana, l’Emilia-Romagna e le Marche.

Può essere il BIL l’alternativa al Prodotto Interno Lordo? Forse non in maniera piena ma sicuramente è un passo fondamentale di discontinuità con il passato. Anzitutto, è da considerarsi certamente un fatto positivo il distacco di questa concezione dal paradigma dominante, quello proprio dell’homo economicus, il quale pretende di misurare ogni cosa attraverso la fattibilità, la remunerabilità, senza prendere in considerazione alcun criterio che non possa quantificare il guadagno personale. Infatti tale apertura, seppur parziale e limitata, pare quindi un incoraggiante segnale di rottura rispetto alla consueta logica mercantilista. Tuttavia,dal punto di vita strettamente statistico è un arduo compito quello di trovare canoni oggettivi che possano ad esempio stabilire se una città è sicura o se la sua popolazione è istruita: il rischio è quello di scattare una fotografia che non rappresenta davvero la realtà.

Quello che di oggettivo questa classifica suscita e suggerisce sono le azioni che possiamo compiere tutti noi per migliorare il benessere, per “far crescere il BIL”: adoperarci per rinsaldare quei legami che sono in grado di trasformare una società utilitarista in una comunità che sia tale anche nello spirito e negli intenti. Definire nuovi obiettivi e nuovi indicatori che ci dicano dove stiamo andando, vuol dire ridefinire le priorità e far sì che queste siano condivise. Non è quindi solo una questione di metodo ma anche e soprattutto una questione culturale e politica. Occorre quindi favorire il passaggio da una discussione prettamente tecnica ad un’azione di natura politico-culturale che abbia efficacia sulle scelte istituzionali, normative ed economiche.

Paolo Bovieri

Un pensiero su “Dal Pil al Benessere

  1. Pietro Deligia

    Bel Post, sono convinto anche io che il Pil non sia una misura che possa quantificare il benessere generale, è un indice punto.

    “Tuttavia,dal punto di vita strettamente statistico è un arduo compito quello di trovare canoni oggettivi che possano ad esempio stabilire se una città è sicura o se la sua popolazione è istruita: il rischio è quello di scattare una fotografia che non rappresenta davvero la realtà.”

    Hai ragione anche su questo, non facciamoci affascinare troppo da proposte radical chic che si sentono in giro, il Pil non basta, ma non è facile da sostituire.

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