Qualcuno ci diceva: “i tuoi sforzi verranno ripagati …” Riflessioni di una studentessa dell’Università La Sapienza

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Anni fa, quando eravamo bambini e frequentavamo ancora la scuola elementare, quando eravamo stanchi di fare i compiti, i nostri genitori ci dicevano: “Studia, che i tuoi sforzi saranno ripagati”.

 

Alcuni di noi hanno smesso dopo il diploma, altri, i più coraggiosi, si sono iscritti all’università, scegliendo percorsi più o meno lunghi.

 

Quindi, tutti i giorni, la vita dello studente italiano medio (spesso pendolare), è scandita da lezioni, laboratori, studio. C’è qualcuno che deve fare i conti anche con qualche ora di treno, con il sistema dei trasporti che non funziona come dovrebbe.

 

Tutto questo, al di là della fatica che comporta la scelta di frequentare l’università, ha un costo: le tasse universitarie, i libri, che diventano ogni anno più costosi e i trasporti, il cui aumento di prezzo è direttamente proporzionale alla loro inefficienza.

 

Lo studente italiano medio si trova in una situazione particolare durante i suoi studi: ancora vincolato dalla famiglia, vista infatti la difficoltà di trovare un’occupazione che possa permettere allo studente di sopportare i costi dell’università senza dover per questo motivo rinunciare ad essa; lo studente italiano medio si trova dunque in famiglia fino alla laurea e la famiglia si fa carico di tutte le spese. Alcuni anni fa era ancora possibile per molti usufruire della borsa di studio, cosa che adesso è riservata solo a un ristretto numero di studenti, dal reddito veramente minimo ( o presunto tale ), visti i recenti tagli a tutto il sistema che il governo non ha mancato di fare.

 

Ma non è finita qui.

 

Dopo un percorso più o meno lungo e difficoltoso, lo studente italiano medio raggiunge la tanto agognata laurea. Sembra tutto finalmente finito, sembra arrivato il momento di sganciarsi dalla famiglia, dall’adolescenza, finalmente entrare a far parte di una cosa ancora più grande che è il mondo del lavoro.

 

Lo studente italiano medio inizia a inviare curriculum a destra e a manca. Aspetta ansioso davanti al telefono, controlla continuamente la casella di posta elettronica.

 

I più fortunati riescono a fare qualche colloquio. Gli altri iniziano a cercare un lavoro da cameriere, e la laurea rimane appesa in camera, in una bella cornice. Altri diventano “stagisti”, lavorano come asini tutti i giorni e non prendono uno straccio di stipendio.

 

Alcuni, quelli che possono, decidono di andarsene e spendere il loro sapere altrove. Interessante come cosa: questi studenti hanno un costo per lo Stato italiano, e paradossalmente, non potranno lavorare e produrre nello stesso stato in cui hanno studiato. L’Italia spende per degli studenti di cui uno stato estero godrà i frutti del loro lavoro.

 

Le eccellenze, dopo aver superato un colloquio, firmano un contratto da precari, rinnovabile, nel migliore dei casi, ogni sei mesi.

 

Allora il pensiero va alle parole dei nostri genitori, mentre facevamo i compiti di seconda elementare: “Studia, che i tuoi sforzi verranno ripagati”.

 

Lasciando fare il tono ironico del resto dell’articolo, vorrei dire che quello che sento io è un profondo senso di inquietudine, disorientamento e incertezza. A questa si aggiunge anche un senso di rabbia più o meno forte, nei confronti della situazione che vede protagonisti persone come me.

 

Noi, generazione dell’incertezza, stiamo facendo i conti con un passato universitario di sforzi e conquiste, tentativi ed errori, ma giungiamo all’acquisizione di capacità professionali che il mondo del lavoro non si degna di “ripagare” con un posto e un contratto che ci diano la possibilità finalmente di farci una vita nostra. E rimaniamo eterni bambini. Laureati, ma bambini.

 

E’ poi così incomprensibile che, con una prospettiva tanto vaga, a un certo punto uno decida di lasciare perdere tutto?! E’ ancora valida quella frase, saranno davvero ripagati i nostri sforzi, in un futuro tanto prossimo quanto ancora incerto?!

 

 Carolina Altobelli

 

 


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21 pensieri su “Qualcuno ci diceva: “i tuoi sforzi verranno ripagati …” Riflessioni di una studentessa dell’Università La Sapienza

  1. Una analisi che condivido, ma in parte. Il veri problemi della nostra università sono 2.
    La scarsa attitudine a preparare al mondo del lavoro (e questo è drammaticamente vero anche per facoltà come la mia) e la scarsa attitudine a fare selezione.
    Nelle facoltà in cui non c’è un concorso d’accesso (il famigerato “test d’ingresso”) è poi il mercato del lavoro a fare una selezione. Mi spiego meglio, dei miliardi di laureati di scienze della comunicazione, il mercato del lavoro ne richiede pressapoco il 10%. Va da se il 90% di neolaureati o anche laureati agè che non possono fare il lavoro per cui hanno studiato. E allora la faccio io una domanda: ma un paese, e quindi un sistema universitario, equo e al contempo responsabile, deve garantire a tutti le possibilità di accesso all’università o deve garantire una laurea per tutti?

  2. Carolina :)

    Io, a questo proposito, confermo quanto detto da Francesco, anche per facoltà come la nostra, ( ormai Farmacia e Medicina sono un’unica facoltà ), la preparazione al lavoro si riduce in 6 mesi di tirocinio in Farmacia, per me. Si aggiunge invece una notevole quantità di nozionismi e inutilità.

    Io sono assolutamente dell’idea che il diritto allo studio sia fondamentale, e non lo dico da persona che non ha passato un test d’ingresso, ma lo dico da studentessa che ormai è arrivata al quarto anno di Farmacia: i test d’ingresso non selezionano il più meritevole. E’ un dato di fatto. Mi chiedo allora, delle 500 matricole al primo anno di Medicina, quanti di loro arriveranno alla laurea, e quanti lasceranno prima? La selezione è una scusa per non investire nell’università. E’ una scusa quella di doversi adattare agli standard europei e mondiali. Se così fosse, la nostra università funzionerebbe in ben altro modo.

  3. Carolina :)

    E poi quelli delineati da Francesco sono sì problemi seri, ma quanto è drammatica la situazione della totale assenza di posti di lavoro con contratti DIGNITOSI che possano garantire la possibilità di farsi una vita propria? il dramma in se’, per me, è questo.

    • E’ sul concetto di lavoro dignitoso che non convergiamo, forse. Una società responsabile (non ho usato la parola Stato perchè penso sia una questione di “forma mentis” e non di leggi) non dovrebbe “aiutare” le persone a scoprire le proprie attitudini invece di lasciare, per un concetto di egualitarismo – a mio parere – deviato, che migliaia di studenti si laureino col minimo di voti in fuori tempo massimo? Rimango sempre di stucco quando vedo persone laureate in 7-8 anni, con 90, in facoltà che sfornano 400-500 laureati l’anno (solo alla sapienza), accusare non si sa bene quale entità superiore per il fatto che non trovano un lavoro dignitoso…

      • Carolina :)

        Io intendo dire che contratto di lavoro dignitoso è un contratto di stabilità. Solo questo. Per il resto sono d’accordo con te.
        Poi se il mercato del lavoro non richiede la presenza di 500 studenti di quel tipo, inutile lamentarsi. Ma quantomeno per me è indispensabile eliminare la precarietà che opprime il lavoro di noi giovani laureati.

  4. Gaia

    Purtroppo i nostri sforzi non verranno ripagati,o quantomeno,non nel breve periodo,non in questo momento storico,non in italia!io parlo da neolaureata che ha inviato CV per mesi alla ricerca di stage gratuiti o scarsamente retribuiti-perché un lavoro senza avere alcuna esperienza,ma solo titoli,in italia non te lo da nessuno-e che ora espatria!l’università italiana eccelle nella preparazione teorica che da ai suoi studenti,ma in quanto a pratica siamo veramente indietro e quando ci si confronta con il mondo del lavoro per un neolaureato diventa quasi impossibile rispondere alle richieste di esperienza ed essere assunti-senza voler ora entrare nel merito dei contratti ridicoli che vengono offerti!ultimo punto:l’università non è per tutti,ma non sono d’accordo ai test d’ingresso,la possibilità andrebbe garantita a tutti,dovrebbe essere un buon sistema universitario a fare la selezione “Naturale”nel corso degli anni!

    • Anche io “aborro” 😛 i test d’ingresso, li ho citati solo perchè è l’unico step di selezione che ha la nostra università. Sono pienamente convinto che una selezione naturale sarebbe il metodo migliore. Ma il nostro sistema universitario la fa questa selezione? Decisamente no.

      • GAIA

        Decisamente no. Infatti andrebbe riformato l’intero sistema. A mio parere, ad esempio, non è concepibile che persone che siano fuori corso da 2-3-4-8 anni continuino a poter sostenere esami come tutti e alla fine la loro laurea abbia lo stesso peso di uno laureato in soli 5 anni!

  5. solo per la cronaca, e per confermare quanto diceva Francesco, da ormai 3 o 4 anni Scienze della Comunicazione a La Sapienza è a numero chiuso…. e comunque, a proposito del test dell’altro giorno di medicina, “anche i coglioni sapevano quella della Sora Maria” (cit.)… tanto per dire che, magari, anche le modalità di selezione dei futuri laureandi andrebbe un attimo rivisto… siano essi di medicina, farmacia, scienze della comunicazione, ingegneria, matematica, fisica o qualsiasi altra facoltà… l’egualitarismo all’americana basato sui test a crocette non m’ha mai convinto troppo 🙂

    • Carolina :)

      Tu studia, che la selezione la faranno gli esami.
      Andrebbero rivisti i criteri di selezione. Il test d’ingresso serve a circoscrivere il numero di studenti “perché così le aule che abbiamo sono sufficienti” e “non dobbiamo investire in nuove strutture”. Diciamo le cose come stanno!

      • So convinto, invece, che una selezione iniziale, seppur minima, deve esser fatta… soprattutto per delle facoltà come quelle di medicina dove magari il rapporto diretto con un determinato docente è fondamentale… come ho detto nella mia risposta, devono essere rivisti i criteri di selezione, che non devono essere affidati ad una crocetta messa a culo sulla risposta giusta o sbagliata e da quante volte sei andato a fatte la grattachecca dalla sora maria… andrebbe valutata quale sia l’effettiva volontà dello studente di seguire un determinato corso di laurea (perché il più delle volte è la volontà con cui si affrontano, a fare la differenza tra l’effettiva riuscita o meno degli studi universitari) affiancata da una SERIA valutazione delle conoscenze di base richieste in quella materia. Di classi, magari modernissime e dotate di tutti i comfort di questo mondo, ma riempite all’inverosimile, con 1000-2000 studenti ad ogni lezione non se ne giova né chi ha realmente voglia di stare lì ed apprendere, né chi sta lì a cambiare aria… e tantomeno ne giova la “volontà” del docente di stare lì a parlare più o meno a vuoto di fronte ad una platea da partita di calcio domenicale… molto meglio una selezione iniziale che scremi in maniera seria ed efficiente il “plotone iniziale”, per dare realmente modo di apprendere a chi ha voglia ed ai docenti di tornare a fare lezione in ambienti che diano effettivamente la possibilità di insegnare… per fare questo il contatto diretto con gli studenti (a lezione, nel corso dei ricevimenti e delle esercitazioni, magari al bar della facoltà davanti ad un caffé) è fondamentale… e, per quanto un docente possa avere voglia di stare lì a disposizione dei suoi studenti, un conto è farlo per un 50-100 studenti al massimo, un conto è doverlo fare con un migliaio di matricole esagitate che, lo sappiamo tutti perché ci siamo passati, non sanno dove sono, cosa ci fanno lì e soprattutto quali sono i modi di comportarsi

      • FF

        Concordo pienamente con Luigi. Troppa gente va all’università a tempo perso. Peggiorano la qualità delle lezioni e peggiorano i servizi. Selezione secondo me giusta, ma sicuramente da rivedere il metodo adottato.

  6. Carolina :)

    … per me è fondamentale che una farmacista neo laureata abbia un contratto stabile non uno da precaria a 6 mesi. Perché pure se ti sei laureata, la casa non te la compri, da casa tua non te ne vai, perché il mutuo non te lo concedono.

    Io parlo di contratti dignitosi, non lavori dignitosi.. lavoro dignitoso è un concetto soggettivo.. per me ogni lavoro è dignitoso purché onesto, ad esempio. Un lavoro dignitoso è un lavoro per cui la parola “ricatto” non esiste.

  7. FF

    Io vedo un altro aspetto della questione che, secondo me, in molti preferiscono non affrontare per evitare di “offendere” la categoria degli studenti interessati. Mi spiego meglio e faccio una precisazione, non voglio denigrare assolutamente nessuna laurea e nessuna scelta dello studente poiché ogni percorso di studi è sacro e va rispettato per quello che è; tuttavia mi sembra opportuno tirare fuori il tema proprio perché ce lo impone il sistema, il mondo del lavoro, anche se non ci piace affatto. Ma quante persone prima di iscriversi a facoltà dai nomi fantasiosi pensano di trovare un riscontro futuro nel mondo del lavoro? Uno studente di “scienze dei post-it” (non esiste, è solo un esempio, anche se ce ne sono di peggiori) con che occhi guarda il futuro? Cosa pensa di fare? Cosa pensa di offrire alla società? Ripeto, non è una critica alla scelta dello studente e alla laurea in sé, ma alle università che impongono di avere la laurea anche per fare lo spazzino ormai. Troppe persone (e badate bene, ho detto troppe, non tutti) si iscrivono all’università per trascorrere qualche anno in più tra ozio e piaceri del sabato sera. Fare il cameriere da subito è fatica, stare su un ponteggio tutto il giorno non ne parliamo… e allora, iscriviamoci a una facoltà che richieda un minimo sforzo e ci consenta di dire un giorno “sono laureato”. Abbiate pazienza, ma troppe volte ho cercato di essere una persona educata di fronte a persone che vantavano il proprio 110 e lode in lauree che, sinceramente parlando, non avevo nemmeno mai sentito nominare. E allora mi domando, è giusto che uno come me, che si è fatto il c**o per tanti anni (mentre gli altri andavano a ballare e uscivano il sabato sera) per ottenere prima una laurea in ingegneria informatica e poi la magistrale (stesso discorso vale per i medici specialistici che arrivano a studiare anche per 12-13 anni o altre lauree “storiche”), sia trattato allo stesso modo di un laureato in “scienze dei post-it”? Sinceramente? Non ci sto. Ognuno è consapevole delle proprie scelte, a 20 anni siamo “più o meno” tutte persone mature. Ripeto e preciso di nuovo, affinché si evitasse di leggere commenti come “eh ma non puoi incolpare una persona alla quale piace studiare determinate cose…”: non me la sto prendendo con le persone come studenti, ma cone le persone come futuri lavoratori. Prima di iscriversi a facoltà del genere che si dia uno sguardo alla richiesta nel mondo del lavoro, che ci si renda conto di cui la società ha veramente bisogno. Le università hanno creato talmente tante facoltà poiché la percentuale di studenti universitari è cresciuta esponenzialmente (anche se siamo sempre il fanalino di coda rispetto ad altri paesi). Il discorso che fanno è il seguente: il 30% degli studenti (presenti anche negli anni passati) sono destinati a corsi di laurea “storici”, mentre il rimanente che vada dove vuole andare; in questo modo si incassano i soldi arricchendo le casse delle università e si ritarda l’ingresso nel mondo del lavoro di tante persone “indecise”.
    Tuttavia, c’è un’altra precisazione da fare. E’ pur vero che ai giorni nostri i servizi della società si sono talmente espansi che occorrono nuove figure professionali. Perfetto, allora mi va bene anche che creino “scienze dei post-it” a patto di imporre una selezione continua. Non è ammissibile che migliaia e migliaia di persone abbiano una laurea in quel corso di studi, abbiano sprecato parte del loro tempo, per poi ritrovarsi come dipendenti di un supermercato. E non è ammissibile nemmeno che a causa di lauree del genere vengano denigrate e declassate lauree più “faticose”. Un esempio? Provate a cercare su Google “programmatore ingegneria informatica”. Di fatto un laureato in ingegneria informatica viene visto oggi da molte aziende (fortunatamente non da tutte) come un programmatore. Intendiamoci che per fare il programmatore non occorre la laurea ed i programmatori più in gamba sono persone che lo fanno da una vita (magari da autoditatta) a cui piace veramente sviluppare software. Vi dirò di più; per alcune posizioni professionali, lauree come la mia vengono affiancate a matematica, fisica o ingegneria gestionale. Ma allora mi spiegate che senso ha scegliere l’una o l’altra? Un laureato in fisica, ahimé, viene assunto anche per programmare. Il problema è alla radice. C’è una saturazione delle figure professionali e del mondo del lavoro. Io auguro a tutti di studiare, ma vorrei che, come dice Baratta, si giungesse un giorno ad un vero concetto di “dignitoso”.

  8. IVANO

    Aggiungo anch’io qualche spunto alla conversazione.
    Partiamo dalle selezioni: il numero chiuso non piace a nessuno, gli strumenti di selezione non sempre funzionano, anzi, però bisognerà pur trovare un modo per evitare che ad una facoltà si iscriva gente che non ha voglia di studiare! Forse mi direte che parto da adamo ed eva, ma perché non tenere in considerazione anche il percorso scolastico? se uno alle superiori è sempre stato promosso per il rotto della cuffia, quante possibilità ci sono che sia un buon studente universitario? non dico di non accettare studenti del genere all’università, ma magari cerchiamo di capire se hanno davvero voglia di impegnarsi o cercano solo un gradevole parcheggio.
    Secondariamente il sistema dovrebbe cercare di responsabilizzare le matricole, parlo per esperienza personale: quando uno studente arriva all’università e scopre che non ci sono scadenze improcrastinabili è naturale che tenda a rimandare, di sessione in sessione, di anno in anno etc etc. quanti di noi hanno visto compagni di università rimandare esami durissimi del primo biennio fino alle porte della tesi per sostenere magari solo corsi opzionali ma molto più facili, in modo da non lasciare il libretto in bianco? Si potrebbe cercare di evitare questo meccanismo perverso ad esempio obbligando a sostenere i primi esami in corso, pena la re iscrizione (magari a tasse maggiorate) al primo anno; vi assicuro che chi ha voglia di lavorare non perderebbe tempo per strada. E’ logico che in casi particolari (studenti lavoratori, lutti in famiglia etc etc) la prassi non sarebbe applicabile, ma gli studenti, le matricole soprattutto andrebbero un minimo seguite e guidate e non lasciate a pascolare nei campus universitari tra tentazioni e cattive abitudini (parlo sempre per esperienza personale) così attraenti.
    Infine, il discorso del lavoro è molto complicato e delicato. innanzitutto ritengo che debba esserci un minimo di programmazione, al contrario di oggi dove le facoltà cercano di avere più iscrizioni possibili per non perdere fondi, in realtà gli studenti andrebbero incoraggiati ad optare quei percorsi di studi con maggiori possibilità, anche se meno attraenti o più duri, magari con facilitazioni anche economiche. qualche iscritto a biologia o fisica in più e qualche iscritto a giornalismo, psicologia, giurisprudenza o beni culturali in meno (sono solo esempi, niente di personale o di scientificamente provato sia chiaro). Alle matricole va anche prospettato quello che ci si può aspettare dopo la laurea. Ben pochi di quelli che si laureano in scienze della comunicazione o beni culturali (credo) avranno, al termine del percorso universitario, un contratto di lavoro stabile, o addirittura un semplice posto nel proprio settore. Il mercato del lavoro è quello che è, ma va accettato, non è compito dello studente universitario cambiare il sistema economico del Paese. Di quanti avvocati che rincorrono clienti avremo ancora bisogno? quanti laureati in materie umanistiche vogliamo ancora vedere adattarsi a fare i commessi o i baristi? quanti aspiranti insegnanti dovranno ancora entrare nel baratro della precarietà che è il sistema scolastico italiano? più consapevolezza e realismo aiuterebbero. se uno studente non può permettersi di fare il precario a vita o semplicemente di lavorare gratis per 4 o 5 anni, come molti percorsi professionali richiedono è inutile voler convincere tutti a tentare ugualmente: stabiliamo che solo i più bravi- quelli che si laureano in tempo e con voti brillanti- avranno un supporto per l’avvio alla carriera professionale. chi vuole occuparsi davvero in un campo che vede offrire ben poche possibilità ai giovani, non può pensare avere ancora chance se prende la triennale in 7 anni!!!
    Scusate forse sono stato un po’ troppo prolisso.

    Ivano

  9. Luca C.

    Maledetta… lo stavo iniziando a scrivere io un articolo del genere 😀 😀 😀 , più incentrato sulla mia, però, di facoltà (architettura)
    fatto sta che mi trovo d’accordo su tutto… un giorno forse dirò la mia anch’io

  10. Carolina :)

    Io direi che il tuo articolo lo devi scrivere e pubblicare! L’argomento è tanto vasto che io non ho detto tutto, magari nel tuo approfondisci gli altri punti di vista! 🙂

  11. Luca C.

    si magari il tuo tocca punti più vasti, riguardo i quali sono più che d’accordo. Io potrei approfondire quella specifica “facoltà”… e ce ne sarebbero di cose da dire!

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