The moral side of murder

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Sono a pranzo sola. Un pranzo più che triste direi (oltra a stare sola mangio toasts). Accendo la televisione e non trovo altro che programmi olandesi…cosi accendo il pc e apro la pagina di youtube. In fondo, sotto la categoria istruzione trovo un video che dal titolo sembra interessante: “JUSTICE:What’s the right thing to do? The moral side of murder”. Inizio a seguirlo. Si tratta di una lezione universitaria tenuta dal filosofo statunitense docente all’università di Harvard Micheal Sandel. Interessantissima per il tema trattato e per l’interattività tra docente e studenti…una vera american lecture, insomma. E ne sono rimasta così colpita che ho deciso di riproporvi le domande che il Prof. Sandel ha rivolto ai suoi studenti.

Immaginate di trovarvi alla guida di un’auto, all’improvviso vi ritrovate un grande camion di fronte con cinque lavoratori sulla strada. Vorreste provare a frenare, ma siete troppo vicini, ad alta velocità, con i freni rotti. Finché non vi accorgete che su un lato della strada c’è un altro camion con un solo lavoratore. Cosa fate? Deviate sul camion laterale o vi schiantate contro il camion frontale?

Credete sia giusto decidere di ammazzare un singolo uomo per salvarne 5?

Un altro esempio molto interessante che il filosofo ripropone tratta di una storia vera: il famoso English criminal case “R v Dudley and Stephens”.

Quattro giovani inglesi ( Dudley, Stephens, Brooks and Parker) il 19 maggio 1884 salparono da Southampton destinazione Sidney. Durante il viaggio però un’onda colpi e spazzò via il sottovento, forse a causa di un’ inadeguata struttura della barca. Era il 5 luglio. Dopo vari tentativi di sopravvivenza, il più piccolo dei quattro e orfano Parker iniziò a perdere le forze, finché non entrò in coma. I compagni così decisero che sarebbe stato meglio ucciderlo prima di attendere la sua morte naturale per cibarsi di lui e sopravvivere ad un’imminente salvezza. L’equipaggio fu salvato il 29 luglio.

Quello che ora mi chiedo e vi chiedo è:

è stato giusto o meno aver ammazzato Parker? La morte di uno ne ha salvati tre. Difendete o accusate l’equipaggio “cannibale”?

Se invece di prendere decisione tra loro, senza interpellare la vittima come hanno fatto, avessero lanciato una moneta per decidere chi di loro sarebbe stato “l’agnello sacrificale” dei quattro, sarebbe stata ancora una scelta immorale? Il consenso fa o no la differenza?

Per quanto so che sia difficile rispondere a domande di questo tipo e trovare una giusta risposta al riguardo, sarebbe bello creare un dibattito e vedere le diverse opinioni.

Tenete in mente, ad ogni modo, il concetto di utilitarismo elaborato da Bentham: il benessere universale è superiore a quello individuale. L’utilità universale va massimizzata, anche se a discapito di alcuni.

Parker era giovane e orfano. Gli altri avevano una famiglia a casa che li aspettava.

Claudia Fiormonti

 

10 pensieri su “The moral side of murder

  1. Pietro Deligia

    Vi pongo una domanda che a volte mi veniva posta in passato sull’omicidio e l’uomo. Se foste sicuri che nessuno venisse a sapere di un vostro omicidio commesso per i più svariati motivi, sareste così restii a compierlo?

    Mi raccomando sincerità!

  2. Carolina :)

    Io penso che certa gente sia viva solo perché non è possibile sparargli; io sono dalla parte di Dexter Morgan!

    Cercherò di essere seria, adesso. Rispondo alla domanda di Pietro, perché è solo su quella che ho un’idea precisa. Non riesco ad immaginare una situazione in cui sarei costretta a compiere un omicidio, ma se fossi sicura che nessuno venisse a saperlo non sarei tanto restia. Perché credo che di gente che meriterebbe di non vivere ce ne sia tanta; quantomeno porre fine alla vita di qualcuno significherebbe permettere la vita di altri. E’ un discorso del tutto ipotetico e speculatorio, è chiaro.

  3. claudia

    “Perché credo che di gente che meriterebbe di non vivere ce ne sia tanta; quantomeno porre fine alla vita di qualcuno significherebbe permettere la vita di altri”
    Ma effettivamente chi siamo noi per decidere e deliberare su chi debba a buon diritto vivere e chi no?

  4. Carolina :)

    Un criterio potrebbe essere: “se ne muore uno quanti se ne salvano?” nell’ottica di un comportamento di quell’uno che va intenzionalmente a ledere la vita degli altri. Si vedano i dittatori che hanno segnato la nostra storia e quelli che continuano a terrorizzare interi popoli.

  5. claudia

    ed è proprio la domanda che vi ho posto nell’articolo quella che proponi come criterio: se ne muore uno per salvarne 5, 50, 500…è giusto ucciderlo?

  6. Anonimo

    Se proprio ci si trova davanti a un bivio con obbligo di scelta (tipo quello dell’automobilista nel primo caso del Prof. Sandel) credo che si, sia meglio ucciderne 1 per salvarne 5, 50 , 500..

  7. Luca C.

    Io preferisco rispondere con le parole di un altro, grande uomo e grande scrittore del ‘900, dove nella sua opera prima ha già trattato l’argomento. La frase in questione è questa: “Molti di quelli che vivono meritano la morte, e molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di valutare, Frodo? Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti.”
    Se si ragiona con consapevolezza, il messaggio appare chiaro, senza doverose ulteriori aggiunte.

    Io mi sono già espresso in altre recensioni a riguardo, e ribadisco la mia posizione per la totale non-violenza. L’odio genera odio, la violenza genera violenza. E’ vero, potendo tornare indietro potremmo tranquillamente dire: datemi un fucile a meno di 50 metri da Adolf Hitler, e la guerra è finita. Sarebbe fantastico, quante vite potrebbe salvare un simile gesto? Ma se pensiamo bene agli ulteriori risvolti, potremmo dire che oltre a quel dittatore chissà quanti altri ve ne potrebbero essere, E allora che facciamo, spariamo a chiunque sia potenzialmente in grado di compiere un tale atto? Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti… Semplicemente, dinanzi a un omicidio è assurdo pensare di potersi macchiare dello stesso crimine, perché non siamo in grado di valutare gli esiti, le motivazioni… in qualsiasi possibile condizione ci trovassimo.

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