Dov’è finita mamma giustizia?

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(di Gaia Renzi)
ART.13
“La libertà personale è inviolabile.
È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”
E’ con questo articolo che la nostra Costituzione sancisce un diritto inviolabile come quello della libertà personale e garantisce nella sua ultima parte, la punizione di ciò che viene comunemente definito ABUSO DI POTERE, nel senso più fisico del termine.
Quante volte abbiamo sentito parlare di persone picchiate ed ammazzate dalle forze dell’ordine? TANTE, forse TROPPE. E quante volte abbiamo invece sentito parlare di poliziotti o carabinieri condannati per questi atti di violenza? MAI, o quasi MAI.
E’ questo il punto dal quale partire per la discussione di oggi. Non voglio raccontarvi le storie dei vari Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva o Riccardo Rasman che dovrebbero essere note già alla maggior parte di voi (sebbene è solo negli ultimi casi che l’attenzione mediatica è stata abbastanza), ma voglio riflettere sul perchè quelle che dovrebbero essere forze messe a disposizione della sicurezza dei cittadini, arrivano ad uccidere i cittadini stessi per puro piacere ed esibizionismo e nella maggior parte dei casi non vengano nemmeno punite.
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Etica e tributi: mito o paradosso??

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(di Antonio di Giorgio)
Art. 23
“Nessuna prestazione personale e patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”
Art. 53
“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

In questo post affrontiamo un tema abbastanza odioso per molti italiani: il pagamento dei tributi. Questi due articoli che la Costituzione italiana recita sono dei limiti che vengono posti allo Stato nel momento in cui procede alla riscossione delle tasse. Ma proseguiamo la nostra riflessione con ordine…nella storia dell’umanità il concetto di TRIBUTO (dal latino tribuere, cioè dare) non si è mai coniugato con quello di ETICA ( dal greco ethos, consuetudine”) intesa come scienza che governa i costumi, poichè l’uomo ha sempre visto con accezione negativa il concetto di prelievo fiscale, in quanto dannoso per l’equilibrio economico personale; sembra a tal punto paradossale parlare di eticità del tributo, tanto che questo concetto si rivela ai più un mito irraggiungibile.

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Parole… parole… parole…

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(di Gaia Renzi)

Art. 10 Costituzione
L‘ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

Legge 49/1987:
Nuova disciplina della cooperazione dell’ Italia con i paesi in via di sviluppo.

E’ nel rispetto di quanto sancito dall’art.10 della Costituzione e secondo i dettami della legge 49/1987, che l’Italia fa della cooperazione internazionale allo sviluppo una componente della sua politica estera, che si realizza sia sul piano bilaterale, sia su quello multilaterale.
Un tema importante questo che voglio sottoporre oggi alla vostra attenzione perchè la consapevolezza delle ragioni del sottosviluppo e delle modalità della cooperazione, resta limitata da parte dell’opinione pubblica, la quale , meglio informata avrebbe maggiori possibilità di controllare l’operato dei propri rappresentanti e delle ONG e, al contempo, garantirebbe cooperazione per evitare che la lotta alla povertà sia una moda passeggera.
Ma cos’è esattamente la cooperazione internazionale allo sviluppo di cui sentiamo tanto parlare?

La politica di cooperazione allo sviluppo(PCS) è l’insieme di politiche attuate da un governo, o da un’istituzione multilaterale, che mirano a creare condizioni necessarie per lo sviluppo economico e sociale, duraturo e sostenibile in un altro Paese. Un elemento fondamentale della PCS è il trasferimento di risorse verso i paesi bisognosi, l’aiuto pubblico allo sviluppo (APS), il quale è costituito da risorse finanziarie pubbliche sotto forma di doni o prestiti a tasso agevolato, erogate con la finalità di supportare lo sviluppo economico del recettore, e da assistenza tecnica.
E’ importante sottolineare che iniziative quali : la cancellazione del debito, borse di studio agli stranieri o assistenza ai rifugiati (che spesso i profani in materia di sviluppo e cooperazione internazionale considerano parte dell’ APS), non rientrano in tale categoria ma sono da considerare “aiuti fantasma”, dal momento che non determinano alcun trasferimento di risorse finanziarie verso i Paesi in via di sviluppo. Se pensiamo che negli ultimi 6 anni, circa il 70% dell’aiuto bilatelare italiano è stato fantasma, si capisce quanta “confusione” ci sia al riguardo.
In termini di volume, i paesi del G7 sono, ovviamente, i principali donatori e i paesi dell’ Africa Subsahariana i principali benefattori. Al primo posto tra i donors si collocano gli USA, seguiti da Giappone,Francia, Germania e Regno Unito. L’ Italia, con circa il 3.3% degli aiuti, si colloca all’ottavo posto. ATTENZIONE però, quando valutata in proporzione al reddito nazionale, la classifica dei donatori cambia considerevolmente e solo i paesi dell’ Europa del nord hanno tutti superato, sin dal 1980, l’obiettivo fissato dall’ONU di APS pari allo 0.7% del PNL, gli altri sono ancora lungi dal raggiungere il traguardo.
Tanto per citare alcuni dati sulla situazione italiana attuale nell’ambito della cooperazione, di pochi giorni fa è il rapporto annuale di ActionAid (un’organizzazione internazionale italiana indipendente, impegnata nella lotta alla povertà), dal quale si evince che il nostro Paese nell’ultimo anno ha messo a disposizione della cooperazione internazionale allo sviluppo solo lo 0.16% del PIL, a fronte della media europea che è dello 0.44% e dopo il drammatico taglio del 56% dei fondi stanziati nella cooperazione rispetto al 2008, il governo italiano risulta essere fra quelli che hanno fatto solo tante promesse e poco altro. “Se le parole nutrissero – è detto in un video che accompagna la diffusione del rapporto di ActionAid – la fame sarebbe sconfitta”. E allora viene da chiedersi,dov’è finita la tanto amata e proclamata solidarietà e attenzione ai bisogni del prossimo del popolo italiano e dei suoi governanti? Com’è possibile che anche in un settore dove eravamo all’avanguardia (la prima associazione di volontariato internazionale italiana nacque nel 1933) siamo ora il fanalino di coda dell’ Europa?

Buona-Sanità, Mala-pensiero…

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(di Baratta Francesco)

Questa rubrica è nata con lo scopo di spiegare al meglio gli intenti della nostra Carta e, non di rado, questo ha significato rimarcare le sue potenzialità inespresse di molti dei dettami in essa contenuti, in quanto è in questi casi che il suo significato e la sua natura possono essere compresi al meglio. Sbagliato però, o comunque poco corretto, sarebbe non sottolineare anche quanto la giusta applicazione porti all’ottenimento di diritti di elevato valore etico-sociale che troppo spesso consideriamo scontati o, peggio, dovuti.

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.”


L’articolo 32 è stato scritto, più di 60 anni fa (è sempre bene ricordarlo), in un ottica al solito lungimirante, prevedendo un livello di equità sociale ad oggi ancora impensabile in molti stati.
Dire che la salute è un diritto inviolabile è per noi un assioma, ma non lo è in senso assoluto nel mondo se per garantire un minimo di copertura sanitaria, comunque concepita come innegabilità di un minimo livello assicurativo (e non come un servizio gratuito offerto dallo stato), nei tanto osannati USA è stata necessaria una asfissiante lotta anti-lobbistica.

Nel nostro paese esiste una sanità pubblica gratuita. Per tutti. In ogni momento. Una sanità concepita come strumento di promozione della salute (vedi i vari programmi di prevenzione su più livelli oltre che una buona campagna informativa) e non solo come lotta alla malattia.
Nonostante tutto ciò, l’attacco alla sanità italiana è ormai diventato uno sport nazionale, e la discussione su come le cose non vadano si alterna alle altre sulle novità tattiche lippiane e sul “magna magna” della politica italiana nei classici discorsi da bar.
Eppure questo sport non valica i nostri confini, trasformandosi invece, aldilà di essi, in un insolito stuolo di complimenti che arriva addirittura dal Times, un giornale che non ha mai lesinato in passato critiche al nostro paese. (vedi articolo).

Allora è forse il caso di rendersi conto della qualità del servizio che ci viene offerto non focalizzandosi solo su quegli errori che sono figli della imperfezione umana (e quelli sono difficilmente migliorabili ed è anzi pericolo pensare di poterlo fare) e di una pessima gestione aziendale che è invece la vera componente ottimizzabile.

Siate almeno consapevoli che se un giorno dovrà malauguratamente capitarvi di tranciarvi due dita, almeno non dovrete scegliere quale farvi ricucire…

Tra deliri di secessione e pericolosa indifferenza

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(di Francesco Baratta)
“La Repubblica, una ed indivisibile […]”
Così inizia dell’articolo 5 della costituzione. Questo è quello che in tanti in questi giorni sembrano aver dimenticato, molti con l’aggravante che sulla costituzione hanno giurato.

Giuramenti sulle rive del po’ con rituali simil-pagani, dichiarazioni intimidatorie e minaccie di revival in marcia, rivendicazione sulla propria consistenza fallica sembrano aver lasciato spazio, da un po’ di tempo a questa parte, a strategie più sopraffine e meno fantozziane.
Forte del successo politico, e della ormai capillare metastatizzazione in seno alle istituzioni, quelli di Pontida sembrano aver spostato la propria attenzione verso obiettivi più caldi e potenzialmente più favorevoli alle loro causa.
È così che si tenta di sostituire “alla mutigna” l’inno nazionale con il “và pensiero” di Verdi durante l’inaugurazione di un istituto scolastico, culla della cultura italiana.
Operazione culturale dissacrante nell’ambiente culturale “nemico”. Senz’altro più sofisticato dell’ormai proverbiale “ce l’ho duro”.

Si è arivati addirittura ad attaccare, in tempo di mondiali, il sacro rituale calcistico italiano. E così tra infiltrati canterini, che aggiungono l’altrettanto proverbiale “ladrona” al verso recitante “che schiava di roma”, e ministri che, dimenticando la loro generosa remunerazione pubblica, criticano i pagamenti privati spettanti a dei professionisti (se ne può discutere ma così è), cavalcano dissensi vari creando una base di consensi.
Se poi a queste questioni, che camminano sul filo tra il serio e il faceto, si tiene in considerazione la capacità sempre crescente di una classe dirigente territoriale (non fatevi ingannare dai vari borghezio e calderoli che appartengono ormai al folklore sotirco dei leghisti) di sostituirsi alle storiche missioni appartenute un tempo alla sinistra, fino a raccogliere consensi addirittura nella rossa e nemmeno troppo settentrionale emilia… allora c’è da preoccuparsi ma soprattutto di reagire.

La colpa di tutto ciò non risiede in chi persegue lo scopo che da ormai vent’anni dichiara apertamente, ma in coloro che non sono in grado di contrastarli e che addirittura da questi si lasciano sostituire.

Quello che gli avversari politici (e mi riferisco soprattutto a quella sinisitra che è riformista solo negli intenti e negli slogan) non riescono a comprendere è che il loro sbaglio più grande è stato lasciare nelle mani dei padani una battaglia intelligente e giusta che trova le sue radici proprio nella costituzione: il federalismo.

Quella dell’accentramento dei poteri nella costituzione è apertamente dichiarata come una soluzione temporanea per favorire la stabilità della neonata Repubblica, mentre nell’inteno quest’ultima dovrebbe assumere, nel pieno della sua maturità, i caratteri di raccordo delle molteplici realtà territoriali, tesoro dello stivale. Non a caso così continua l’articolo 5:

“[…]riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.”

Ddl: solita questione all’italiana…

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(di BàRaK))
“La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’Autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.”


Partiamo da questo presupposto: anche quello alla segretezza della corrispondenza (cartacea, telefonica o digitale che sia) è un diritto inviolabile, e che oggi in Italia si faccia un abuso delle intercettazioni è innegabile. Molte volte questo mezzo negli ultimi anni (nel 2009 sono state intercettate 120.000 utenze) è servito più a soddisfare le voglie di vouyerismo dell’italiano medio ossessionato dalle abitudini di calciatori, nani e ballerine che ad altro; è dunque necessaria una regolamentazione. Purtroppo è a questo punto che torna a galla il malcostume tutto italiano. Attorno ad iniziali buoni intenti, ben presto, si sommano interessi e desideri (anche mal celati) che puntano ad ottenere i proverbiali due piccioni con la sola fava.
Così ci si dimentica della parte conclusiva dell’articolo 15, che ci ricorda, come spesso accade nella costituzione, che ogni diritto è limitato difronte al compito della giustizia di far rispettare la legge. Le intercettazioni servono, sono anzi indispensabili, ed è pericoloso etichettarle come una limitazione della privacy.

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa pubblica non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]”

L’altro grande tema, che accompagna la discussione sul ddl in qusti giorni, è quello delle limitazioni imposte alla stampa circa la pubblicazione delle intercettazioni.
Procediamo per gradi. Che alcuni fatti privati, svincolati da responsabilità legali, compaiano sui giornali è sbagliato, tuttavia l’errore non sta nella scelta degli editori di pubblicare tali notizie ma l’errore, anzi il reato, lo compiono quelli che, non rispettando il segreto d’ufficio, fanno trapelare tali notizie.
E allora, non è forse più sensato imporre a quest’ultimi il bavaglio? Non è forse meglio evitare sospetti per chi, da anni, inneggia ad una stampa liberticida e nemica? Non è forse ora di dimostrare che il regime di cui in tanti, con troppa facilità, dichiarano l’esistenza non esiste?
In fondo potrebbe essere solo un altro tipo di convenienza…

“IL LAVORO RENDE LIBERI”

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“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”

Non si può affrontare l’argomento lavoro nell’ambito della costituzione senza fissare come punto di partenza l’articolo 1: esso identifica nella compartecipazione alla crescità materiale (non economica) e spirituale della società la misura della dignità dell’uomo, liberandolo da schemi precostituiti facenti riferimento a status sociali od economici; è in questa ottica che una delle massime riconoscenze della Repubblica è il Cavalierato al Lavoro. Nel passaggio succesivo, quello delineato dall’articolo 4, la valenza sociale del lavoro viene arricchita dai caratteri di imprescindibilità e di moralità:

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che randano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”

L’imprescindibilità riguarda l’impegno che deve essere proprio dello stato nel garantire un diritto che appare a tutti gli effetti come fondamentale. La moralità è richiesta invece al cittadino/lavoratore che deve comprendere il dovere di quella che diviene una missione. È proprio questa moralità, intesa come senso del dovere, che oggi sembra essere persa nella coscienza del lavoratore.
Tanto in quello privato, che ha come obbiettivo la produttività e la compiacienza del proprio datore, che in quello pubblico. Soprattutto in quello pubblico, spesso associato col concetto di lavoratore-senza-padrone. Quella efficienza che in questi casi viene meno perde di vista il valore di cui è investito il lavoro “statale” che ha tra le proprie potenzialità quella di poter assumere il ruolo di Pubblico Ufficio, ruolo carico di un significato istituzionale.
L’aspetto più sbalorditivo però è quello che traspare dall’articolo 36.

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoroe in ogni caso sufficiente ad assicurare a se e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. […]”

In questo articolo si parla del diritto a quello che oggi definiremmo il “salario minimo garantito”, che è stato addirittura proposta elettorale di una parte politica alle scorse elezioni, non senza scatenare reazioni quasi scandalizzate dalla parte opposta. Entrambi sbagliavano, tanto chi ne faceva una proposta politica quanto chi la scherniva nel contenuto. Il “salario minimo garantito” è un DIRITTO COSTITUZIONALE, che altri paesi, tra i più avanzati economicamente e per qualità di vita (vedi il Canada), non hanno mancato di fare proprio. Questo a completamento del binomio dignità-lavoro. Su questo binomio si apre poi una delle problematiche irrisolte del nostro paese: le morti bianche, definizione che al sottoscritto non è mai piaciuta perchè inappropriata alla violenza che spesso le accompagna.
Nel 2009 i morti sul lavoro in Italia sono stati circa 1000. Troppi. Troppo poco urlati.

È allora il tempo, come ormai per molte (troppe) cose in Italia, di prendere tutti coscienza dei propri doveri e di metterli in pratica in modo da trasformarli in un vessillo da agitare per pretendere che i nostri diritti vengano rispettati.