Lavoro subordinato in discesa

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Indietro di cinque anni, ai livelli del 2006. La platea dei lavoratori dipendenti in Italia si assottiglia e dopo una discreta crescita fino al 2008, nei due anni successivi c’è stata una pesante inversione di rotta causata dalla crisi, che ha ristretto la categoria a quota 11,6 milioni. A subire l’emorragia di posti, secondo l’elaborazione del Centro studi Datagiovani sugli ultimi dati Inps, sono gli under 35 che rispetto al 2006 sono diminuiti del 12,6%, passando da 4,6 milioni agli attuali quattro. E a livello territoriale è al Nord che si registrano le flessioni peggiori. «La perdita è dell’1,5% nel Nord Ovest e dello 0,7% nel Nord Est dal 2006 al 2010 – spiega Michele Pasqualotto, ricercatore di Datagiovani – mentre nel Centro e nel Mezzogiorno ci sono fragili segnali positivi. Tutta colpa degli ultimi due anni, e in particolare del passaggio dal 2009 al 2010, in cui la flessione è stata del 4,7% in Italia, con una punta del 6% al Sud».
La dinamica regionale.
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Sulla spesa pubblica e l’attualità della questione

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Di questi giorni è la diatriba d’oltreoceano tra democratici e repubblicani sul come mandare avanti la maggiore economia mondiale, quella degli USA. Da una parte il Presidente Obama che chiede uno sforzo a tutti gli americani attraverso un innalzamento della tassazione e allo stesso tempo un taglio della spesa pubblica, dall’altra parte, il fronte repubblicano, pur con qualche spaccatura, cerca invece di portare il discorso solamente su un ingente taglio della spesa, specie per quanto riguarda la sanità. Due visioni contrastanti, opposte, che rispecchiano un diverso modo di intendere lo stato ed il ruolo che esso debba avere nella vita dei cittadini.

 Non starò qui a cercare di convincervi sul come sia possibile mandare avanti uno stato al meglio, e non starò nemmeno a disquisire su quale paradigma economico-sociale vada fondata la via per lo sviluppo.

Credo però che sia necessario avere qualche elemento in più per capire bene di cosa si stia parlando e di quanto, anche da noi, la questione sia attuale.

 La spesa pubblica, cioè quanto uno stato spende per garantire i vari servizi al cittadino, può essere divisa in due categorie: “per lo Stato minimo”, e “per lo Stato sociale”.

La prima finanzia la polizia, i magistrati, i soldati. Ossia l’ordine, la giustizia, la difesa. La seconda finanzia i medici, gli infermieri, le medicine, gli insegnanti, ecc. Ossia l’istruzione e la salute. Le pensioni sono ambigue, perché sono pagate – attraverso un apposito organismo – a chi è in pensione da chi lavora, quindi sono un trasferimento, non proprio una spesa.

Le prime voci di spesa nel nostro paese sono: prestazioni sociali, 335 milioni di euro all’anno e redditi da lavoro dipendente, 171 milioni.
Dal dopoguerra in poi, in tutti i paesi del mondo, abbiamo visto un grande innalzamento della spesa pubblica per lo stato sociale, mentre, quella per lo stato minimo, è cresciuta in modo molto più contenuto.

Per superare la solita querelle tra chi vuole tutto pubblico e chi tutto privato, credo che ci si possa ritrovare in un fronte comune, quello del taglio della spesa pubblica improduttiva.

Non credo che qualche cittadino possa avere da obiettare nulla al contrasto degli sprechi, questo dovrebbe essere uno dei baluardi nazionali per il fondamento del bene comune.

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Dal Pil al Benessere

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L’attuale indicatore economico di uno Stato è il PIL (prodotto interno lordo).Quest’ultimo rappresenta valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo,solitamente un anno. L’affermazione del Pil come cartina di tornasole per lo sviluppo di un paese risale al secondo dopoguerra, un momento storico in cui una crescita economica senza precedenti si traduceva in un aumento significativo degli standard di vita della popolazione. Nell’era del consumo di massa, l’accresciuta disponibilità di beni e servizi, dopo le privazioni sofferte durante la guerra, sembrava essere il traguardo di una vita felice, e il Pil simbolo e misura di un livello di benessere sempre maggiore. Il PIL si è guadagnato una posizione di preminenza circa la sua capacità di esprimere o simboleggiare lo stato di una collettività nazionale. Ma non sono state risparmiate al PIL critiche molto dure, anche a partire da un’epoca in cui il concetto non era così noto e dominante. Continua a leggere

Lo spettro di una nuova Cassa del Mezzogiorno: la Banca del Mezzogiorno

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La denuncia di Draghi riguardo la capillare infiltrazione mafiosa nel tessuto economico italiano ha risvegliato timori,mai sopiti in realtà, circa il futuro della nascitura Banca del Mezzogiorno. Secondo il presidente di Banca Italia, l’impatto negativo delle mafie sull’economia locale di zone quali Puglia e Basilicata è talmente incisivo da aver fatto scendere il Prodotto interno lordo di queste Regioni del 20 per cento nell’arco di trent’anni, “essenzialmente per minori investimenti privati”.

Quanto inciderà la nascita della Banca del Mezzogiorno sullo sviluppo dell’ economia meridionale?

La Banca dovrebbe finanziarsi con obbligazioni garantite dallo Stato italiano. Questo aspetto, all’apparenza un dettaglio tecnico, è ciò che rende la Banca del Mezzogiorno un pericoloso buco nero. I risparmiatori acquisteranno i bond (le obbligazioni) fornendo la liquidità alla Banca. La Banca impegna lo Stato italiano (cioè i contribuenti) a risarcire i bond anche in caso di esercizio in perdita.

Una banca qualsiasi che opera sul mercato è un intermediario che prende soldi a prestito dai risparmiatori e li rigira alle imprese. Cosa ne limita la dimensione? Perché la banca non presta a tutti? La ragione è che, man mano che la banca presta, esaurisce i clienti meritevoli di credito e, se continua, inizia a pescare tra quelli più rischiosi. I risparmiatori sanno che, una volta soddisfatta la domanda delle aziende sane, cresce il rischio di finanziare quelle insolventi e si rifiutano di prestare i propri soldi, disciplinando così il comportamento della banca.

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Quando la propaganda va oltre ogni limite

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Molto non capisco di questo governo, molto non capisco di questa Italia.

Non comprendo l’agenda politica, non mi è chiaro il progetto a lungo termine, non ho ben presente quale sia il “discorso di ampio respiro” che ogni paese dovrebbe declinare per il suo avvenire, per la propria sopravvivenza.

Oggi mi chiedevo, tra le altre cose, ma quale è il piano industriale per il paese?

Sulla forma di sviluppo che la nostra impresa o meglio il nostro mercato dovrebbe assumere non starò a disquisire molto.

Liberismo, socialdemocrazia, dottrina cattolica, capitalismo americano o capitalismo renano, credete che importi molto agli italiani? Non credo, i tecnicismi dello sviluppo e dell’economia lasciamoli a chi li studia, parliamo di fatti.

I fatti dicono che in Italia si pensa a quali danni potrebbero riversarsi sulla popolazione nel caso in cui le aziende vadano a produrre all’estero, giusto, ma perché nessuno viene più a produrre nel Belpaese? Perché tutti si preoccupano di tenere ancorate al paese le aziende esistenti e nessuno vede la possibilità di poter attrarre investimenti stranieri? Continua a leggere

BARTER…WHAT ABOUT IT?

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Meno si ha meno si compra. Meno si compra più si desidera. Più si desidera finché non si compra. Infine più si compra più si desidera. Dunque in ogni caso si desidera sempre più di quello che si ha oggi, a prescindere dalla crisi, perché l’uomo tende sempre ad accumulare,che siano materiali o immateriali i suoi beni.

La domanda che mi viene in mente però è la seguente:come accumulare se non attraverso il lavoro o gli acquisti sfrenati?

Ed è qui che entra in gioco una terza opzione in un momento di crisi come quello che viviamo da un bel po’ ormai…il baratto.

Ebbene si, ultimamente si vanno affermando sempre più gruppi di economia sociale che rilanciano e sostengono pienamente questo “nuovo” modo, per cosi dire, di fare economia fornendo servizi e quant’altro senza la necessità di denaro in cambio. E dico “nuovo” perché sebbene il baratto sia in assoluto la prima forma di scambio commerciale di beni, oggigiorno i parametri sono completamente cambiati, e forse è cambiato anche il fine.

Più di 4000 comunità in Italia tentano di ricreare legami basati non più sul binomio creditore-debitore, ma si impegnano a fondare nuove relazioni, in un certo senso primitive, che valorizzino la cooperazione sociale, la fiducia e la condivisione per raggiungere una situazione, sebbene molto ideale, di bene comune.

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You got the power

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Immaginate di dover avviare un’attività oggi, anno 2011, nel mezzo di una crisi buia di cui non si scorge l’uscita…suppongo che uno dei “fattori x” su cui dovreste puntare è, senza alcun dubbio, l’originalità che potrebbe assicurarvi un minimo profitto.

Beh, se avete intenzione di farlo, potrei avere la soluzione che fa per voi:

l’espressione “pay-what-you-want” non vi dice nulla?

Si tratta di un fenomeno recente che ha destato l’interesse di alcuni professori del Rady School of Management at the University of California, San Diego. Questi infatti, ispirati dal gruppo rock “Radiohead”, che nel 2007 lanciarono il loro disco “The rainbow” sul web, lasciando agli ascoltatori la scelta di pagare il cd quanto volessero, hanno condotto negli ultimi anni una serie di esperimenti nell’intento di scoprire se questa “assurda” strategia di mercato avesse funzionato in diversi tipi di business, inserendo o meno il fattore “charity”.

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