The moral side of murder

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Sono a pranzo sola. Un pranzo più che triste direi (oltra a stare sola mangio toasts). Accendo la televisione e non trovo altro che programmi olandesi…cosi accendo il pc e apro la pagina di youtube. In fondo, sotto la categoria istruzione trovo un video che dal titolo sembra interessante: “JUSTICE:What’s the right thing to do? The moral side of murder”. Inizio a seguirlo. Si tratta di una lezione universitaria tenuta dal filosofo statunitense docente all’università di Harvard Micheal Sandel. Interessantissima per il tema trattato e per l’interattività tra docente e studenti…una vera american lecture, insomma. E ne sono rimasta così colpita che ho deciso di riproporvi le domande che il Prof. Sandel ha rivolto ai suoi studenti.

Immaginate di trovarvi alla guida di un’auto, all’improvviso vi ritrovate un grande camion di fronte con cinque lavoratori sulla strada. Vorreste provare a frenare, ma siete troppo vicini, ad alta velocità, con i freni rotti. Finché non vi accorgete che su un lato della strada c’è un altro camion con un solo lavoratore. Cosa fate? Deviate sul camion laterale o vi schiantate contro il camion frontale?

Credete sia giusto decidere di ammazzare un singolo uomo per salvarne 5?

Un altro esempio molto interessante che il filosofo ripropone tratta di una storia vera: il famoso English criminal case “R v Dudley and Stephens”.

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La verità è realmente scritta sui nostri volti??

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(di Carolina Caradonna)

Non so se vi sia mai capitato di vedere Lie to me in cui, il personaggio principale, Cal Lightman usa ricerche sulle microespressioni (cioè rapidi cambiamenti facciali involontari) per capire se chi ha di fronte stia mentendo o meno…beh quel modo di interpretare i comportamenti ha un suo rilevante fondamento scientifico e potrebbe essere applicato alla nostra quotidianità.

Fu lo psicologo statunitense P. Ekman, con la collaborazione di Friesen, a sviluppare nel 1978, il Sistema di Codifica delle Espressioni Facciali, al fine di classificare le microespressioni e smentire così la credenza diffusa tra gli antropologi dell’epoca, i quali ritenevano che alcune espressioni facciali e le corrispondenti emozioni fossero determinate culturalmente. Continua a leggere