Part 14 – Una notte ad Atlantic City – Conclusione

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Quando tutti gli ospiti dell’albergo rientrarono nelle loro stanze, solo Joseph Scalisi e Roger Midgure rimasero nella hall. L’ispettore stava sprofondando lentamente tra i cuscini della poltrona, cercando di tenere aperti gli occhietti arrossati. Fumava un sigaro.

Joseph disse: <<Che ne sarà di Anderson?>>

<<Ammesso, di trovare prove che lo leghino all’omicidio, oltre al fatto che Dulmann lavorasse per lui… Ma anche questo è da provare… Non riusciremo mai ad incastrarlo. I suoi avvocati farebbero crollare ogni capo d’accusa e comunque, dubito seriamente che fosse coinvolto.>>

Midgure soffiò una nuvola di fumo che si disperse nell’atmosfera ovattata di quella stanza, in cui ormai regnava la quiete notturna, laddove tutto era accaduto. Disse: <<La prego Scalisi, mi spieghi come ha fatto ad incastrare Dulmann.>>

<<Tutti gli indizi conducevano ad Allegri – Joseph sbuffò e alzò gli occhi verso l’alto – ma vede Roger, posso chiamarla Roger, non è vero? – l’ispettore acconsentì con un cenno, invitandolo a continuare – L’intuito mi diceva che Mario Allegri era innocente. E il mio intuito di solito non sbaglia.>>

<<Quindi?>>

<<Quindi, invece di cercare le prove per incastrare Mario ho indagato per scagionarlo. E così i miei sospetti sono caduti su Robert Dulmann. Vede – Joseph si avvicinò al suo interlocutore che lo studiava con curiosità – appena arrivato in questo albergo, una cosa mi colpì subito. Dulmann stava fingendo di leggere un giornale mentre spiava Carl Nellcot e la moglie di Anderson… Al bancone del bar, lui faceva il cascamorto con lei. Ovviamente in quel momento non potevo sapere che si trattasse della moglie di Anderson ma il suo comportamento mi colpì ugualmente. Quando poi vidi Anderson e capii che Dulmann lavorava per lui, allora mi fu tutto più chiaro.>>

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Part 13 – Una notte ad Atlantic City – quinta parte

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Gli agenti Phillis e Bradley tentarono di immobilizzare Mario Allegri. Ma questi che era ben piazzato, con una spinta li allontanò, urlando: <<Io sono innocente!>>

E quando Bradley gli afferrò i polsi, Allegri si dibatté come un pesce attaccato all’amo che lotta per sopravvivere.

Allora gli agenti lo bloccarono con più energia. Ma lui era forte e faticavano a tenerlo. Guardava Linda e ripeteva: <<Lo sai che sono innocente. Perché mi hai condannato. Io non lo avrei mai ucciso.>>

Linda abbassò lo sguardo di lato. E così mentre tutto accadeva come in un dramma teatrale, Joseph chiese a Midgurese poteva seguirlo in privato.

<<Mario Allegri è innocente.>>

<<Detective non ho chiesto la sua opinione.>>

Joseph trattenne Midgure per un braccio e disse: <<Mi ascolti bene. Lei sta commettendo un errore.>>

Midgure si liberò dalla presa e rientrò nella hall. Joseph lo seguì dicendo: <<Ispettore mi ascolti. Sta commettendo un errore.>>

E davanti a tutti, con Mario Allegri già arrestato, l’ispettore si voltò e disse duro: <<Ho interrogato queste persone per ore tutta la notte. E ho trovato il colpevole, il movente, l’arma del delitto e tutte le prove a carico. Sono in piedi da stamattina presto e sono molto stanco, quindi la prego, le sarei grato se non mi facesse perdere altro tempo.>>

Joseph urlò: <<Mario Allegri è innocente, vero Mc Arthur?>> Continua a leggere

Part 11 – Una notte ad Atlantic City – terza parte

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Joseph Scalisi liquidò la testardaggine dell’ispettore Midgure con un’alzata di spalle e si sedette su uno sgabello vicino al bancone dell’angolo bar. Si accese una sigaretta e lasciò l’ispettore al suo lavoro. Nella hall dell’albergo, tutti gli occhi erano puntati su di lui. Jacob Anderson e consorte stavano su uno dei divanetti in pelle nera, in silenzio. L’uomo fissava l’ispettore con disappunto, la donna con curiosità. E c’era l’elegantissimo Anthony Mc Arthur che continuava a sorseggiare whisky dalla fiaschetta d’argento. Le due cameriere erano sedute sull’altro divanetto e si tenevano per mano. Cindy stava sussurrando parole di conforto all’orecchio di Linda, ancora shoccata per aver scoperto il cadavere di Carl Nellcot nella dispensa. Il suo volto pallido, i suoi occhi sbarrati, la ferita sul petto, il sangue che colava e si allargava sul pavimento. E non si lasciava avvicinare nemmeno dal suo ragazzo, Mario Allegri, il cuoco dell’albergo. Per due volte lui aveva provato ad appoggiarle la mano su una spalla e per due volte lei si era scostata. E così Mario Allegri rimaneva in piedi vicino al divano, chiuso nelle spalle e con un’espressione da cane bastonato. E Robert Dulmann invece, il tirapiedi di Anderson, stava seduto da solo in un angolo. Sembrava pensieroso e impaziente ma tranquillo al tempo stesso, con la sua testa enorme ma piccola rispetto al corpo e la barba scura ed irsuta. Teneva le mani incrociate sulle gambe aperte e la testa inclinata verso il pavimento. Solo il direttore dell’albergo era rimasto in piedi. Dava le spalle al bancone della reception e continuava a fregarsi le mani con disagio, evitando lo sguardo diretto dell’ispettore. Joseph lanciò un’occhiata ad Anna, seduta sulla poltrona vicino alle cameriere e lei rispose con un cenno affermativo del capo. A quel punto lui si accese una sigaretta, rilassandosi sullo sgabello. Continua a leggere

Part 10 – Una notte ad Atlantic City – seconda parte

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Al suo arrivo, l’ispettore Midgure fu sorpreso di trovarsi di fronte Joseph Scalisi. Ancora una volta i due uomini erano insieme sulla scena di un delitto. E ancora una volta Scalisi era arrivato per primo.

<<Buonasera Scalisi, e lei cosa ci fa qui?>>

<<Sono ad Atlantic City con un’amica, gliela presento. Anna?>>

Anna salutò con educazione l’ispettore Midgure ma dal suo sguardo, Joseph capì che in realtà lei lo conosceva. E anche Midgure disse: <<Signorina, lei ha un viso familiare. Non ricordo dove e quando ma è possibile che ci siamo già incontrati?>>

<<Non credo – rispose dolcemente Anna – un volto come il suo non si dimentica ispettore.>>

L’uomo sorrise e si schiarì la voce. Poi Joseph disse: <<E lei invece ispettore? Come mai nel New Jersey?>>

<<Trasferimento temporaneo. Sostituisco un collega. Allora? Si può sapere che diavolo è successo qui?>>

<<Certo, mi segua. – poi rivolto al direttore dell’albergo Joseph disse – Non le dispiace se espongo io i fatti all’ispettore, vero?>>

<<Prego detective.>>

Joseph accompagnò l’ispettore nella dispensa. Era un  locale piccolo e intriso dell’odore di muffa e umidità ma misto a qualcos’altro più pesante e pungente: sangue. Joseph indicò all’ispettore il cadavere che stava seduto a terra in un angolo, con le gambe divaricate e la schiena appoggiata al muro. Aveva un’espressione terrorizzata sul volto e una ferita da coltello all’altezza dello stomaco. Sotto di lui si allargava una macchia rosso vivo.

La stanza all’apparenza era in ordine, chiunque avesse compiuto l’omicidio aveva completamente sopraffatto la vittima, non c’era stata alcuna lotta. Continua a leggere

(Part 9) Scalisi: una notte ad Atlantic City – prima parte

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<<Quello è il posto, fermati.>> disse Anna.

L’insegna azzurra al neon rifletteva una luce smorta sulla strada.

Joseph fece una smorfia e disse: <<Proprio qui?>>

<<Qualche problema?>>

<<A dire il vero sì. Non so perché ma non mi piace.>>

<<Joe non starai parlando sul serio, vero? Un posto vale l’altro no? Che differenza fa se rimaniamo qui?>>

<<Se un posto vale l’altro, allora cambiamo.>>

<<No.>>

<<Perché? Mi stai ancora nascondendo qualcosa?>>

Ma invece di rispondere, Anna gli diede le spalle e Joseph si ritrovò a fissare i suoi occhi attraverso il riflesso del finestrino.

A quel punto accostò, tanto ormai che si era fatto coinvolgere in quella storia, non aveva senso continuare a discutere.

Solo poche ore prima, il detective Joseph Scalisi stava nel suo studio a New York a pensare a Vania, la donna che lo aveva incastrato, quando quella piombò lì per chiedergli aiuto. E così si era fatto convincere ad andare nel New Jersey e a guidare l’auto rubata a Walter Brando, il figlio di don Antonio Brando, il più potente mafioso di tutta New York. Ed era sfuggito ad un pericoloso inseguimento, solo per scoprire che Vania in realtà si chiamava Anna, che era l’ex fidanzata di Walter Brando e che stava andando nel New Jersey per incontrare una persona che avrebbe dovuto aiutarla a fuggire da lui. Ma si era fatto tardi e lei e Joseph stavano cercando un albergo dove passare la notte.

L’albergo era elegante ed essenziale. Sulla sinistra si trovava il bancone in legno della reception e sulla destra una sala con angolo bar, due divanetti e quattro poltrone in pelle nera. Continua a leggere

(Part 8) Scalisi, Vania ha bisogno di te!

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Il giornale era aperto su una pagina che mostrava la foto di George Marshall immortalato nella sua uniforme da generale. Quel giorno infatti, il segretario di stato USA presentava il suo piano di aiuti per la ricostruzione dell’Europa, uscita distrutta dalla seconda guerra mondiale. Era il 5 giugno 1947. Il detective Joseph Scalisi commentò con un fischio le cifre a cui si accennava nell’articolo. Poi si appoggiò allo schienale della sedia, con le mani intrecciate dietro la testa. Fissava il soffitto ingiallito. La sua mente vagò rapidamente dal “Piano Marshall” alla donna con le labbra rosso fuoco, quella che aveva detto di chiamarsi Vania e che lo aveva incastrato, facendolo risvegliare nudo e ammanettato al letto di una camera d’albergo, mentre qualcun altro eliminava l’uomo che lui avrebbe dovuto proteggere, Martin O’Brian. Su O’Brian, Scalisi aveva compiuto ricerche, nel tentativo di rintracciare Vania. Ed era emerso che quell’omino insignificante era ricco e corrotto e faceva affari addirittura con don Antonio Brando, il numero uno della mafia di Manhattan. Quella testa d’uovo si occupava del riciclaggio dei soldi e dei beni del boss, attraverso la compravendita. Ma nessuna notizia sulla donna dalle labbra rosso fuoco. E proprio quando Joseph sbuffò e si chinò in avanti per recuperare il pacchetto di sigarette, Vania entrò nel suo ufficio. Continua a leggere

(Part 7) Scalisi, chi ha ucciso Oliver Freed?

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La famosa cantante Lindsay Midgure e  il suo manager, Simon Darren, si erano rivolti al detective Joseph Scalisi per scoprire chi entrava di nascosto in casa della signorina Midgure. Ma giunti nell’attico di lei, si trovarono di fronte ad una scena inaspettata. Sul pavimento giaceva un cadavere con un coltello conficcato nella schiena. La vittima era una persona di sesso maschile, di circa venticinque anni e corporatura robusta. La stanza era a soqquadro, come se fosse avvenuta una lotta furibonda. Una sedia però era rimasta in piedi, proprio in mezzo al passaggio, vicino al cadavere. Sul pavimento una piccola ammaccatura, come se il manico del coltello  fosse stato conficcato nel parquet e intorno, tracce di ghiaccio e acqua. L’uomo stringeva in mano una ciocca di capelli color rame, come quelli di Lindsay Midgure. All’arrivo della polizia, la vittima fu identificata come Oliver Freed, un uomo con cui Lindsay aveva avuto un’importante relazione, ormai finita. Ma non era Oliver Freed la persona che visitava di nascosto l’appartamento. Quella invece era Christie Sullen, una cantante rivale di Lindsay che aveva un flirt con Simon Darren, a cui aveva poi sottratto una copia delle chiavi. Il suo scopo era quello di trovare materiale compromettente sulla carriera di Lindsay, per rovinarla.

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